
di Claudia G. Vismara per gonosen.wordpress.com (con interventi chiarificatori di gmast)
Da alcuni mezzi di stampa è emersa la notizia (ma da quando le notizie emergono?) che ci sarebbe da parte del Ministro dell’istruzione la volontà di abolire l’insegnamento del latino nei licei scientifici. Pochi giorni fa è stata presentata (da chi?) un’interpellanza parlamentare volta a conoscere quali iniziative il Ministro dell’Istruzione intenda assumere per studiare forme di intervento adeguate per tutelare l’insegnamento del latino nel cosiddetto «sistema dei licei», in aggiunta alle possibili iniziative per promuovere un riequilibrio di tale insegnamento. Il testo di tale interpellanza è il seguente:
L’insegnamento del latino nei licei scientifici è importante sia per l’educazione alla disciplina mentale sia per il significato di alta formazione che questo tipo di scuola dovrebbe mantenere; ( come dice il mio professore di italiano “voi, insieme al liceo classico, rappresentate l’aristocrazia della scuola”, affermazione che può piacere come no, che tuttavia rappresenta una verità. E non è presunzione). Lo studio del latino andrebbe potenziato evitando che sia ridotto ad un insegnamento residuale, o introdotto, laddove non sia previsto, in tutte le scuole che, in base alla riforma Moratti, aspirano al titolo di liceo e dove, come nel liceo artistico, si formano anche i futuri operatori di beni culturali. Abolire l’insegnamento del latino per sostituirlo con quello di una lingua straniera è una scelta sbagliata che nasce da valutazioni errate sull’importanza dell’apprendimento della lingua latina che invece andrebbe utilizzata, per la sua struttura linguistica rigorosissima, anche come base per facilitare l’acquisizione grammaticale delle lingue straniere.
Non sono d’accordo per l’inserimento del latino in scuole che non siano il liceo scientifico e classico (e chi le ha chiesto un parere?), perché ciascuna scuola ha le proprie peculiarità (toh!) e il latino in un liceo artistico verrebbe svilito o insegnato male, semplicemente perché la formazione di tale scuola verte su altre conoscenze/competenze (ipse dixit, of course).
L’insegnamento del latino (e del greco) viene comunque considerato dai più, implicitamente o esplicitamente (o l’una o l’altra), uno sconveniente residuo di un passato da cancellare (sarebbe meglio cancellare certi articoli sul latino…). Dice bene Lucio Russo (who’s?) quando porta un esempio del perché sia considerata inessenziale, in Italia, la conoscenza della civiltà classica: oggi è possibile laurearsi in archeologia senza aver mai studiato né il latino né il greco (scoop!).
Se la conoscenza di queste lingue è considerata inessenziale per chi dovrà occuparsi di archeologia nell’area mediterranea, perché mai dovrebbe interessare il futuro ingegnere o medico? (“inessenziale” è da Devoto Oli).
Negli ultimi anni però, in previsione della loro abolizione (faranno un Referendum abrogativo, forse), si sono levate alcune voci in difesa del latino e del greco (vox populi vox dei). Sono intervenuti classicisti e scienziati (mi sarei aspettato vallette e calciatori).
E’ decisamente interessante l’idea del genetista Luca Cavalli-Sforza, che ha messo in guardia i nostri politici dal rischio di abbassare il livello del nostro liceo, imitando così la fallimentare esperienza americana (living in America, by James Brown, do you remember?).
Cavalli-Sforza ha difeso le lingue classiche non in quanto veicolo di conoscenza delle civiltà corrispondenti, bensì come strumento utile per sviluppare le capacità scientifiche. L’esercizio di traduzione di una lingua con maggiore complessità grammaticale e sintattica costituisce infatti, secondo il genetista, un lavoro intellettuale impegnativo, che richiede una lunga serie di formulazioni di ipotesi e tentativi di verifica, fino a trovare un significato coerente con il lessico e la struttura del testo. (consiglio al lettore: dopo questa frase, prendere un bicchier d’acqua, un’aspirina e proseguire).
Si tratta di un lavoro non automatico che sviluppa le stesse qualità intellettuali necessarie nella ricerca scientifica. Veniamo però ad un esempio pratico (ah, meno male!) che dimostri che lo studio delle lingue classiche non è una perdita di tempo (the show must go on).
Cinesi e giapponesi, esercitandosi nello studio della propria scrittura ideografica tradizionale, si sottopongono ad un allenamento simile a quello dello studio del latino e del greco. Questo esercizio è probabilmente la spiegazione dei risultati da loro conseguiti negli esami di ammissione alle università americane. Risultati nettamente brillanti e superiori rispetto a quelli degli americani. (Noio volovan savuar…)
Discorso analogo per gli ebrei, il cui alto livello intellettuale medio ha probabilmente una relazione con la conservazione di un rapporto con la loro coltura (verdure, frutta, ecc) passata (studiano, per esempio, la Bibbia in lingua originale), (take another aspirin, now) in particolare con la lingua ebraica.
Un vantaggio simile è stato assicurato finora agli italiani che hanno studiato greco o latino, dice Cavalli-Sforza. Perché, dunque, la volontà di abolire il latino nel liceo scientifico? (Why?) Perché toglierci questa fortuna, o estenderla laddove sarà sicuramente svilita? (Please, tell me why).
A me piace molto il latino (ipse dixit 2, la vendetta) e ritengo che il liceo scientifico sia la scuola più completa (w la scquola!), perché tocca in modo abbastanza completo materie scientifiche e classiche (scoop 2, la vendemmia). (La scatola di aspirine è esaurita, ora è tempo di un bel digestivo Antonetto).