Lettera del Cdr agli azionisti del «Corriere della Sera»

Sunday, 4 January 2009
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Come azionisti del patto di sindacato, che controlla il 63,5 per cento di Rcs MediaGroup, avete deliberato in Consiglio di amministrazione, il 16 dicembre, di dismettere il piano industriale triennale che avevate approvato nel 2007 e di rinviarne alla seconda metà del 2009 la revisione o «rimodulazione». Lo avete deciso nella convinzione che il piano sia ormai superato, a causa della grave crisi economica internazionale, e nella speranza che il quadro del mercato sia più stabile e rassicurante nel medio periodo.

Tuttavia, la crisi dell’Azienda non è dovuta soltanto all’erompere, negli ultimi mesi, di una congiuntura sfavorevole e di una recessione sferzante, che hanno fatto cadere verticalmente la raccolta pubblicitaria. L’azzardo di acquisizioni rivelatesi per il momento disastrose, come quelle effettuate in Spagna proprio alla vigilia del crollo del mercato dei quotidiani (meno 42 per cento in nove mesi), ha già portato l’indebitamento del gruppo a sfiorare il valore dell’intero patrimonio. La Rcs sconta ogni giorno l’inadeguatezza di un azionariato che non ha saputo disegnare una prospettiva affidabile per il futuro e che non ha avuto il coraggio di guardare avanti pianificando un «new deal» editoriale basato su investimenti, anche e soprattutto quelli tecnologici, adeguati ai tempi nuovi. Adesso annunciate l’intenzione di «puntare su un notevole sviluppo della multimedialità», ma l’Azienda ha latitato per anni e accumulato gravi ritardi.

Forse anche voi, come gli altri editori, attendete che un annunciato, miope contratto nazionale di lavoro azzeri ogni possibilità di trattativa e di programmazione condivisa. Mentre, al contrario, è evidente che nessuna forma di multimedialità potrà essere introdotta nella nostra testata senza passare attraverso il confronto e l’accordo con la Redazione. Avete deciso di sostenere il management in «una forte azione di contenimento ad ogni livello dei costi e di recupero di efficienza». Ci saremmo aspettati una rigorosa e saggia strategia diretta a tagliare gli sprechi di gestione e di amministrazione così come gli sperperi della produzione e della diffusione mirata ad alzare il numero dei lettori, a migliorare il livello di prodotti collaterali scelti e imposti dal marketing in una crescente disaffezione del pubblico, a bloccare i giri di valzer di dirigenti che entrano ed escono giusto in tempo per raccogliere superliquidazioni d’oro. Invece di salvaguardare l’autorevolezza del Corriere, minata tra l’altro dal preoccupante asservimento del giornale al marketing e ad una pubblicità sempre più invasiva degli spazi, della titolazione, degli articoli; invece di rilanciare i ricavi editoriali, erosi dal calo delle copie vendute, il piano di risparmi prospettato da Azienda e Direzione rischia proprio di penalizzare la qualità e la completezza del servizio ai lettori riducendo gli spazi dell’informazione.

I redattori del Corriere della Sera, riuniti in assemblea, hanno comunque confermato la disponibilità a fare la propria parte con un surplus di impegno e con senso di responsabilità, per il bene del giornale, accettando temporaneamente gli interventi che incidono più direttamente sulla loro attività. In quanto azionisti, avete anche auspicato «un contesto di maggiore sensibilità istituzionale per il settore dell’editoria ». Una formula elegante per sollecitare più ampie provvidenze a carico della collettività e nuovi aiuti pubblici, da aggiungere ai fondi dei quali già beneficiate. È vero, fra voi azionisti di Rcs non c’è nessun editore puro, che abbia nei giornali e nei media il proprio «core business ».

Siete banchieri, imprenditori, finanzieri e capitani d’azienda che hanno altrove i propri principali interessi. Non ci meraviglia, perciò, che bussiate al governo e ai partiti per farvi aprire le casse dello Stato, ma ci preoccupa e ci inquieta perché questo non vi renderà più liberi ma semmai più obbedienti. In una fase confusa e delicata, la Redazione continua ad avere chiaro che il Corriere della Sera non è uno strumento nelle mani degli azionisti e vi ricorda ancora una volta che la missione di un giornale è di assicurare un’informazione libera, pluralista e, sempre e ovunque, indipendente.

Il CdR del Corriere
Paola Pica, Elisabetta Soglio, Claudio Colombo, Pietro Lanzara
31 dicembre 2008

Primo servizio di Gmast al Tg nazionale

Sunday, 4 January 2009
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È andato ieri in onda al Tg3 delle ore 14:20 l’esordio di Gabriele Mastellarini sui telegiornali nazionali. Il servizio riguarda una povera ammalata che non ha i mezzi di sostentamento sufficienti a curare la grave malattia che l’ha colpita. La notizia è poi apparsa su varie testate, ieri sera è stata ripresa dall’ANSA ed oggi è in prima pagina di Repubblica.it (sf)

Travaglio ormai è diventato il furbetto del Tonino

Saturday, 3 January 2009
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di Paolo Granzotto per Il Giornale

Bisogna riconoscere che quando decise – ormai fanno più di dieci anni – di vestire i panni di Saint-Just, Marco Travaglio diede prova di grande coraggio. Nella comunità politica del «Franza o Spagna», dell’inciucio latente, del tengo famiglia, delle convergenze parallele, del dialogo e del compromesso (più o meno storico), dello «scagli la prima pietra» cattolico e del «compagno che sbaglia» comunista, un Angelo della morte – come lo storico Jules Michelet amabilmente definì Saint-Just – ha vita difficile. Leggi il resto –> »

Grillo, hai rotto le scatole!

Wednesday, 31 December 2008
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articolo di Simone Brunozzi da agoravox.it

Leggo il post di Alessandro sul presunto “complotto” di Google ai danni di Grillo. Tutto scaturisce da questo post di Beppe Grillo, in cui lui scrive:

“Questo blog è oscurato all’interno di molte grandi aziende e pubbliche amministrazioni”

Benissimo Grillo, sporgi denuncia alla Polizia Postale o presso una autorità giudiziaria; nelle Pubbliche Amministrazioni (e te lo dico da “addetto”, con due anni di esperienza sulle spalle) non è ammissibile censurare dei siti. Li mandi in galera, ammesso che sia vero.

“Ma una cosa proprio non la mando giù. Che i suggerimenti della ricerca di Google Italia (SOLO di Google Italia) mi cancellino e mi preferiscano Beppe Maniglia e Beppe Quintale. E’ uno scandalo belin, perchè Quintale sì e io no? Credo che i dirigenti di Google Italia abbiano avuto un suggerimento o forse Google in Italia non funziona”.

Caro Beppe, segui il suggerimento di Alessandro, che tra l’altro ti fa notare che, secondo Alexa, il tuo gradimento è in calo. E non tirarmi fuori che anche Alexa sta complottando contro di te, sarebbe ridicolo.

“Perchè non lo chiedete a Google? Inviate una mail a: press@google.com
In attesa della risposta usate un altro motore di ricerca.”

Di solito, in attesa di sciogliere il dubbio, si aspetta. O sei forse un sostenitore della giustizia sommaria? Intanto ammazziamolo, poi semmai lo resuscitiamo. Sei ridicolo.

Ps. Google ha corretto la censura, grazie alle vostre e-mail (ore 11.32 del 29/12/2008)”

Ecco, ora viene fuori che Google ha corretto la CENSURA. Ma quale censura! Si sono accorti che il loro algoritmo (che ha cose più importanti del Blog di Grillo a cui pensare), per vari motivi (vedi cosa ne dice Alessandro), ti ignorava, e hanno semplicemente deciso di “aiutarti” e di aggiungere a mano il suggerimento per “Beppe Grillo”.

Invece di parlare di censura, ringrazia il tuo potere mediatico, perchè sennò col cavolo che ti aiutavano in così breve tempo.

Caro Grillo, mi sei stato sempre simpatico come comico e intrattenitore, e questa simpatia non è scomparsa; come agitatore, populista, guru mediatico, fai spesso pena, e secondo me fai più danni della grandine. Scendi dal piedistallo, e datti una calmata. Ti ricordo che nel 1998-1999, giravi con uno spettacolo in cui prendevi un PC e lo spaccavi con un martello, definendolo la rovina dell’umanità o qualcosa del genere. Ho assistito al tuo spettacolo a Perugia in cui ripetevi questo ridicolo rito luddista. Ora sei un grande sostenitore del digitale e di Internet… Ovvero, anche tu puoi prendere delle grosse cantonate.

Smettila con queste cazzate, fai qualcosa di serio. Grazie.

Moro, gli Usa e il “pericolo rosso”

Tuesday, 30 December 2008
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dall’edizione online del Corriere Canadese – www.corriere.com

Emergono nuovi documenti datati 1978 dagli archivi centrali della Gran Bretagna

L’amministrazione americana guidata dal presidente Jimmy Carter prese in considerazione l’ipotesi di condurre “azioni segrete” sul suolo italiano pur di “spaccare” il Partito Comunista e stroncare definitivamente ogni possibilità di compromesso storico.
È ciò che emerge da una serie di documenti datati 1978 e sino ad oggi custoditi negli archivi segreti del Foreign Office britannico.

I faldoni – consultati in esclusiva dall’Ansa – sono stati resi pubblici attraverso il “National Archive”, ovvero l’archivio centrale britannico, non appena sono scaduti i sigilli del segreto di Stato – 30 anni. E seguono con chirurgica precisione le vicende che hanno scandito l’anno “orribile” della democrazia italiana: la crisi del governo Andreotti III, le consultazioni per formare un nuovo esecutivo, il rapimento Moro e infine l’assestamento del panorama politico italiano che seguì il ritrovamento del corpo del presidente DC in via Caetani. Soprattutto, i documenti desecretati raccontano le ansie e i retroscena sia dall’amministrazione americana che di quella britannica. Gli Usa, in particolare, furono gettati nel panico dal crollo del terzo governo Andreotti. E reagirono con una tale determinazione da sorprendere persino gli inglesi. Che, come dimostrano i carteggi tra l’ambasciata britannica a Roma e il quartier generale londinese dell’FCO, si rivelarono meno ossessionati dal pericolo rosso “made in Italy”. In un primo momento, comunque, la tensione è alta su entrambe le sponde dell’Atlantico.

In un comunicato cifrato datato 21 gennaio 1978 l’ambasciatore britannico a Roma, sir Alan Campbell, chiede al primo ministro James Callaghan di scrivere un telegramma d’incoraggiamento ad Andreotti, “ora che ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo”. “Andreotti”, scrive Campbell, “è moderatamente ottimista ma ricordiamoci che, se fallisce, le cose qui si mettono male”.
Contemporaneamente, il presidente Carter pronuncia in conferenza stampa il famoso “editto” in cui avverte gli italiani che l’ingresso al governo dei comunisti avrebbe delle pesanti conseguenze. Gli americani, consapevoli dell’impatto che avranno tali esternazioni in Italia, chiedono agli inglesi di sostenerli pubblicamente – emettendo una dichiarazione congiunta. I britannici, però, si smarcano. Campbell, da Roma, consiglia prudenza. Il 23 gennaio Londra si mette in contatto con il suo ambasciatore a Washington, Peter Jay.

“L’allarme suscitato nell’amministrazione USA dai recenti avvenimenti politici in Italia – dice il rapporto – e l’evidente desiderio di fare qualcosa ci hanno presi di sorpresa. Sarebbe di aiuto se potessi parlare con Brzezinski – consigliere per la sicurezza nazionale di Carter – prima di venire a Londra a febbraio. In particolare sulla situazione italiana e sulle sue implicazioni sull’Europa occidentale. Pare chiaro che giudizi di Gardner – ambasciatore Usa a Roma – sull’Italia fossero molto più allarmanti di quelli di Campbell”. E Jay risponde così. “L’amministrazione Usa si è decisa che una qualche azione era necessaria. Ecco il perché delle dichiarazioni. L’idea di condurre operazioni segrete per spaccare il PCI è stata una delle possibilità prese in considerazione durante gli incontri di vertice che si sono tenuti […]. Che cosa può fare l’amministrazione per aiutare Andreotti? Molto poco. Fare leva sul Fondo Monetario Internazionale potrebbe avere effetti contrari al desiderato. Anche le azioni segrete sembrano essere state accantonate, almeno in queste circostanze”.

A questo punto seguono due righe oscurate: il segreto di Stato, su quelle frasi, è stato prolungato per altri 30 anni. Sicurezza nazionale. Il rapporto di Jay, però, continua.
Secondo l’ambasciatore “fonti affidabili” hanno confermato l’abbandono del piano “azioni segrete”. “Non ci sono prove – continua Jay – che altre agenzie se ne stiano occupando. Dal punto di vista politico, le difficoltà connesse ad un’azione del genere non hanno bisogno di spiegazioni”.

Data pubblicazione: 2008-12-30
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=82486

Diario della crisi: cercasi timonieri

Tuesday, 30 December 2008
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Se non hanno pane che mangino brioches

di Marco Savina e Rodolfo Visser

Nei momenti di burrasca serve una guida forte e innovativa: non è l’ora dei sarchiaponi. Le paginette di Gordon Brown. L’inamovibilità dei capi dei gruppi bancari e le migliaia di miliardi spesi inutilmente.

Forse è ora di dare solo un piccolo taglio temporaneo a tutta la geopolitica, la geoeconomia ed immergersi nelle cose reali di tutti i giorni. Per finire in bellezza questo indimenticabile 2008 ci sembra interessante rilevare che in generale la gente gode ad andare al contrario di come gira il mondo. A cominciare dai politici che, come il premier Silvio Berlusconi, con pervicace alterigia e dall’alto del suo scranno, si affannano quotidianamente ad insufflare al sofferente popolo bue che non arriva neanche pregando alla fine del mese, un ottimismo che purtroppo non è di questi tempi. Forse il suo immutabile ottimismo deriva dalle proprie risorse personali che ovviamente, come tutti sanno, sono di notevole spessore e che altrettanto ovviamente accomunano tutti i membri della sua augusta famiglia, nonché parenti, amici e quanto altro al contorno. Musicisti di chiara fama e veline incluse. Il che non è poco. Beato lui. L’innato ottimismo rasenta il parossismo storico della Marie Antoniette che nel 1793 e prima di essere (giustamente o no ghigliottinata), raccomandava al popolo affamato di mangiare le prelibate brioches se per caso non avessero avuto l’opportunità di trovare e/o comprare il necessario pane quotidiano.

Lo stesso Berlusconi si è permesso di raccontare nella conferenza stampa di fine anno e sempre con la umiltà che tra mille lo contraddistingue, che fu sua l’idea del piano di salvataggio adottato poi (pensate un po’) anche dagli Stati Uniti d’America. Fonte originale di tutti i recenti guai non solo dei mercati ma anche della vita di una moltitudine di cittadini del mondo privi (e meno male per certi versi) della green card. Mai errore fu più provvidenzialmente clamoroso. Non tanto per smentire il Cavaliere, ma per dare giusto risalto alla prontezza di riflessi di Gordon Brown (classe 1951), ex Cancelliere dello Scacchiere (Ministro del Tesoro) del governo inglese di Sua Maestà ed ora primo ministro laburista succeduto al fiammante e spendaccione Tony Blair. Gordon Brown per primo si è preoccupato di correre oltre atlantico con poche paginette in mano, per raccontare a Ben Bernanke capo della FED, successore e discepolo del decaduto Sir Alan Greenspan e a Henry Paulson Ministro del Tesoro americano, che la situazione economica e finanziaria delle nazioni che contano stava sfuggendo da ogni possibile intervento ordinario di governo. I medesimi Bernanke e Paulson correttamente convinti e mediando le emergenze hanno poi redatto poche righe sensate per un piano ad hoc che il congresso USA ha poi trasformato in un volume di circa cinquemila pagine, senza lasciare adito a dubbi sulla inesistente rapidità delle decisioni politiche di un qualunque esistente potere legislativo democratico. Tante chiacchere del tutti contro tutti e pochi fatti concreti.

Fallita Lehman Brothers (dei cui prodotti finanziari truffaldini iper super sintetici
tutti, ma proprio tutti erano conniventi) si è aperto il vaso di Pandora alla velocità della luce. I successivi salvataggi di tante altre istituzioni finanziarie a spese del contribuente sono risultati tardivi e fuori tempo massimo. Per questo il complesso del sistema globale rischia ancora di crollare con un mesmerico collasso proprio sotto il suo medesimo peso specifico.

Molta attenzione ma poca convinzione verso
un malato cronico, in coma farmacologico indotto, tenuto a fatica in vita solo grazie a potenti antibiotici che gli stanno togliendo la linfa da sotto il pigiama. Gli anticorpi non riescono ancora ad aggredire e combattere, visto che i bacilli, primi attori della messa in scena sono sempre gli stessi imbonitori da circo.

Potenti bancari che guadagnano milioni pur senza correre alcun rischio in proprio. Casi universali, anche italiani. I capi sono inamovibili. I rispettivi gruppi bancari ammettono di avere fatto scelte assolutamente sbagliate, ma il capo azienda e tutti i suoi primi riporti rimangono in sella perché amici degli amici. Chissà perché su questo punto anche il nostrano e sempre polemico Di Pietro non ha nulla da dire. Chissà perché. Nemmeno una parola verso coloro che fino a poco tempo fa lavoravano con un leverage di uno a cinquanta. Per fare un esempio paghi un miliardo di dollari e “investi” cinquanta miliardi.

Quindi migliaia e migliaia di miliardi spesi inutilmente.
Non se ne vede l’efficacia e l’efficienza. L’ordinary people non se ne rende conto. Ma poi prende coscienza di essere l’unico reale elemento che rischia un infarto glaciale delle proprie tasche di proporzioni gigantesche. Purtroppo i tempi della politica male si aggiustano con quelli del mercato globale. E se per caso nessuno se ne è accorto, questa è la volta buona. Che farà il nuovo presidente made in USA Barack Obama? Ha già scelto la sua squadra di governo, mediando tra Bill Clinton e le necessità planetarie. Ne parliamo nel secondo semestre del 2009. Con tutto il rispetto, nessuno ha la bacchetta magica o la sfera di cristallo. Altrimenti se ne starebbe ai Caraibi, molto bene accompagnato e senza problemi.

Sembra essere tornati al 1984. All’album di Antonello Venditti “Cuore” dove l’ottimista era ottimista perché votava socialista. Gli anni degli eccessi e della mondanità di Craxi e Reagan, gli anni in cui la finanza facile diventava creativa proprio come fosse spronata da Leonardo da Vinci o dagli scienziati della NASA, dai nani e dalle ballerine scosciate. Adesso, quasi venticinque anni dopo, torna l’era dei ragionieri. Ebbene sì, proprio i ragionieri mezze maniche, ovvero coloro che vengono chiamati in grande fretta dalle aziende per vedere come risolvere i problemi urgenti e contingenti, senza danneggiare il Number One e risolti come sempre dalla vecchia ideologia imprenditoriale di inizio ventesimo secolo. Quando serve assumi manodopera e quando non serve la mandi a casa. Zero strategie, zero visione del futuro, solo il nome è cambiato, adesso si chiama ristrutturazione o meglio razionalizzazione delle risorse per favorire il rilancio del nuovo piano industriale?. Di una banca?. E che si fa? Si trasforma il caveau in enoteca? Apparentemente il tanto incoraggiato rilancio dei consumi passerebbe indenne per questo plotone d’esecuzione. Ma intanto che importa, sono solo le balle raccontate dall’orso Yogi e intanto ragionieri seguono nel loro implacabile compito. Tira la riga e scendono le spese. Mondo ragioniere?

Proprio nel momento in cui le aziende medie e grandi per non parlare delle multinazionali di ogni paese moderno avrebbero più che mai necessità della security, intesa certamente non come la postazione dei guardiani alla porta di ingresso degli uffici, ma come business intelligence, competitive advantage e tante altre sofisticate dottrine che hanno tenuto in sella numerosi incapaci presidenti corporate per tempi superiori alle loro personali performance, ecco la bacchetta magica del ragioniere che taglia righe di tabulato, incurante delle necessità, dei futuri sviluppi e delle possibili prospettive aziendali. Rami secchi? Inopportuni ed incomodi? Improduttivi e costosi?

Molte sono le esperienze in questo campo che affermano,
laddove fosse necessario, che mai come in momenti di severa burrasca servano timonieri innovativi ed esperti sulla tolda del naviglio. Lo scriveva duemilaquattrocento anni fa Sun Tzu nell’Arte della Guerra, fornendone le chiavi in termini ideologici con il Tao, Cielo, Terra, Comandante, Metodo e Disciplina. Un sapere “rivoluzionario” per insegnare a comporre e dare forza a coloro che in ambasce e visti i tempi grami non sapevano da che parte voltarsi per fronteggiare le avversità.

Parliamo all’epoca di gente forte, potente e spavalda eppure sempre consapevole dei propri limiti. Non certo i cicciofricci, sarchiaponi odierni pieni di prosopopea, arroganti e presuntuosi. Il cavaliere Silvio Berlusconi dovrebbe rileggersi ammesso che ne abbia tempo e desiderio il “Principe” di Niccolò Machiavelli, scritto nel 1513 e dedicato ai de’ Medici nella speranza di riacquistarne i favori.

Molto potere ai nobili e poca fede e speranza nello Stato.
Ma tuttavia esiste ancora qualche cosa di valido leggendo attentamente tra le righe. Non tutto era un peana, perché anche i principi sono uomini e come tali fallaci e talvolta costretti dalle circostanze ad un severo bagno di umiltà. Non c’è molto altro da dire. Gli errori si pagano, così come le scommesse perse e le partite di poker in cui non si è vinto. Ma il futuro è nel grembo di Giove ed agli umani non è dato sapere.

Il mercato globale appare in tutta la sua maestà come il complesso algoritmo
che separa gli idioti dal proprio denaro. L’imperativo è disfarsi degli idioti, non rinnovare loro la fiducia, nessuna punizione o persecuzione, bastano venti anni di vacanze forzate. Non è compito facile, vista l’abbondanza della specie, ma almeno ci si può provare.

fonte articolo: Limes – Rivista italiana di geopolitica

Calderoli: più semplice di così…

Tuesday, 30 December 2008
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Il Ministro per la Semplificazione ha idee chiare e semplici (sf)

RIFORME: CALDEROLI, SVOLTA NEL 2009 E BERLUSCONI AL COLLE
(AGI) – Roma, 30 dic. – Nonostante la crisi, per il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli il 2009 “potrebbe essere un anno formidabile” e se si riusciranno a completare le riforme Silvio Berlusconi potrebbe aspirare alla presidenza della Repubblica. In un’intervista al Giornale, il ministro ha spiegato le sue ragioni.

“Se si riescono a fare federalismo fiscale, riforma costituzionale, della giustizia e a seguire la riforma dei regolamenti parlamentari, avremo modernizzato il Paese di cent’anni”. Sul federalismo fiscale, dal “7 gennaio partira’ una serie di incontri con maggioranza e opposizione, con l’unione delle Provincie, l’associazione dei Comuni. Il testo sul federalismo fiscale e’ cresciuto con il contributo di tutti”, ha assicurato.

L’obbiettivo e’ completare il cammino riformista entro l’anno. Poi “il candidato al Quirinale potrebbe essere Berlusconi, non so se l’abbia mai pensato, qualora riuscisse a realizzare in un anno l’ammodernamento del Paese”, ha spiegato, “sarebbe l’uomo della svolta'”. (AGI)

Svolta a "L'Unità". Padellaro (rimasto senza scrivania) vuole fare un nuovo giornale e ha pronta la squadra (Travaglio c'è)

Tuesday, 30 December 2008
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di Fabrizio Roncone per corriere.it

«Scissione» all’Unità. Padellaro pensa a un nuovo progetto. L’ipotesi:un giornale antiberlusconiano di 12 pagine.

La voce girava da giorni, ma poi — lavorandoci su — si è rivelata un po’ più di una voce. Allora, sentite: Antonio Padellaro starebbe pensando di lasciare l’Unità, di cui è stato a lungo direttore, per fondare e dirigere un nuovo quotidiano. Il progetto sarebbe questo (e ora, naturalmente, vi verrà facile pensare subito a un Foglio di sinistra): ci hanno spiegato che Padellaro immagina un giornale agile, colto, spregiudicato; con una foliazione intorno alle 12 pagine, una decina di giornalisti (ben selezionati) in redazione, il bilancio in pareggio già a quota 8 mila copie, e poi, soprattutto, una linea politica netta, militante, vicina pure a una certa sinistra radicale delusa, una linea dichiaratamente antiberlusconiana ma anche molto sferzante sul fronte della questione morale, intransigente, incapace di qualsiasi compromesso.

Verrebbe da scrivere una linea «dipietrista », non fosse che Padellaro sembrerebbe avere poche intenzioni di chiedere aiuto all’Italia dei valori (che pure non ha ancora un quotidiano di riferimento e un finanziamento pubblico potrebbe, quindi, garantirlo). Padellaro, a questo progetto, crede fortemente.

Raccontano che nonostante all’Unità non abbia più neppure una stanza, ha rifiutato collaborazioni prestigiose e il suo tempo lo spende incontrando persone, si confronta con il suo amico e predecessore Furio Colombo, avrebbe già pure individuato un potenziale editore, tiene alto l’umore dei giornalisti — «verranno tempi migliori» — che, nel quotidiano fondato da Antonio Gramsci e ora diretto da Concita De Gregorio, gli sono rimasti fedeli.

La De Gregorio, come rilevano molti osservatori, continua a fare il suo eccellente lavoro (il nuovo accattivante formato sembra funzionare e ci sarebbero addirittura copie conquistate sul difficile mercato): ma parrebbe aver annusato il pericolo.

Così si spiegherebbe la virata su certi temi caldi rilevabile ieri in un suo editoriale, in cui bellicosa annunciava «una serie di conversazioni sull’Italia dei favori », cominciando con un’intervista a Gerardo D’Ambrosio. Padellaro legge e ricorda però i bei tempi andati quando l’Unità cavalcò magnificamente l’ondata girotondina, e immagina ciò che potrebbe accadere con un giornale firmato da lui e capace di intercettare gli umori di piazza Navona: sul palco, quel giorno, con Di Pietro, c’erano Marco Travaglio e Moni Ovadia (due suoi fidati editorialisti). Padellaro starebbe pensando, così, già alla nuova squadra: nella quale conta di portare, dicono, anche Maria Novella Oppo, strepitosa critica televisiva, ed Enrico Fierro, inviato di punta.

Politici? Tutti figli di…papà

Tuesday, 30 December 2008
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di Fabio Martini per La Stampa

Dunque, andando all’osso, la novità è questa: Cristiano Di Pietro (nella foto) si è dimesso, ma non dalla sua poltrona. Il figlio di Tonino ha lasciato l’Italia dei Valori, il partito di papà, ma resta consigliere provinciale di Campobasso come «indipendente». Al di là della forza (o della debolezza) del gesto simbolico, si può davvero immaginare che le dimissioni siano l’effetto di un lacerante strappo famigliare?

Si può davvero immaginare che Cristiano, entrato in politica essenzialmente per grazia paterna, d’ora in poi farà tutto di testa sua? In realtà Tonino e Cristiano Di Pietro sono sempre stati unitissimi tra loro, sin dai tempi nei quali il figlio poliziotto faceva da scorta al padre pm e dunque il loro sodalizio politico è destinato a diventare l’espressione più matura di quel fenomeno, apparentemente antico, che si chiama «partito familiare».

E cioè di come anche i politici avanzino per discendenza dinastica. Con un pater familias potente che irradia il suo potere sui parenti, con lo stesso assolutismo di un Re.
Certo, la sera in cui Umberto Bossi si è presentato a palazzo Grazioli ad uno dei vertici del centrodestra accompagnato dal figlio Renzo, Silvio Berlusconi è stato festosissimo e si può capire perché: per il Cavaliere il partito personale è sempre stata una vocazione e tanto meglio se diventa un modello.

Naturalmente Silvio chiese di tornare, invito che i due Bossi hanno raccolto. Sorride Bruno Tabacci, un battitore libero che si è formato nella Prima Repubblica: «Ma ve l’immaginate Andreotti, Moro o Fanfani che si presentano ad un vertice con Nenni o Berlinguer portandosi dietro uno dei loro figli? E il buon Amintore di figli ne aveva otto… La verità – ma molti l’hanno dimenticata – è che nella Dc i figli dei leader non potevano entrare in politica sino a quando la parabola politica dei genitori non si fosse conclusa. Una legge non scritta, ma ferrea».

Vero. Rosa Russo lervolino e Sergio Mattarella, Mario Segni ma anche Antonio Gava sono tutti entrati in scena quando ne erano usciti i loro importanti genitori. Nella Prima Repubblica, seppure con qualche eccezione (Giorgio La Malfa, figlio di Ugo, ebbe in dono il nomignolo di «Gesù Bambino»; Bobo Craxi fu fatto segretario milanese del Psi dal padre Bettino) si usava così. Certo, c’è il precedente memorabile di Galeazzo Ciano che sposò la figlia di Mussolini nel 1930 e, da adetto di ambasciata a Rio de Janeiro, nel giro di 5 anni sarebbe diventato ministro della Stampa e Propaganda e poi degli Esteri.

Eppure la novità del familismo in politica scoppia in tutto il suo splendore nella Seconda Repubblica. Per prima cosa sono spuntati i partiti personali – Forza Italia, Rinnovamento Italiano di Dini, l’Italia dei Valori, l’Udeur di Mastella e anche la Lega. Partiti di tradizione democratica hanno smesso di tenere congressi alle scadenze statutarie (dentro An, erede del vivacissimo Msi, l’ultima conta risale a sei anni fa) e passo dopo passo, è spuntato il sottoprodotto del partito personale: la trasmissione dinastica della poltrona.
Che ha colpito tutti.

L’ascetico Armando Cossutta che si è portato in Parlamento la figlia Maura, anche il vulcanico leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che voluto con sé il fratello Marco, il quale ha avuto il coraggio di dire: «Non vedo dov’è lo scandalo. Io nasco calciatore, da qualche anno c’è un leader del centrosinistra che mi stima e mi vuole candidare: in fondo è lui ad averne un vantaggio».

Nel 2005 Clemente Mastella ha voluto che la moglie Sandra – fino a quel momento digiuna di politica – venisse inserita ed eletta d’ufficio nel listino del Governatore Bassolino e subito dopo ha chiesto che la sua signora presiedesse il parlamentino della Regione Campania, la più popolosa d’Italia dopo la Lombardia.

Tra i tanti casi spuntati nel centrodestra, il più orginale è quello di Martella Bocciardo, la prima moglie di Paolo Berlusconi. Promotrice a Milano di un ristorante, il «Mangia e ridi», rivelatosi poco redditizio (ma al quale si erano associati personaggi come Adriano Galliani e Paolo Romani), la «ex» è stata aiutata a trasferirsi in Parlamento.

E Di Pietro? Certo, Cristiano continuerà a presidiare il territorio, ma a Roma – già da qualche mese e per non sentirsi solo – Tonino si è portato dietro il cognato. Gabriele Cimadoro, a Montecitorio era già entrato nel 1998: allora e oggi è noto per i suoi sigari.

Veltrusconi e giornalisti della P2: vergogna!

Tuesday, 30 December 2008
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Riprendo dal blog del giornalista Daniele Martinelli un articolo con toni che mi sono sembrati particolarmente accesi. Spara in molte direzioni, politica ed informazione principalmente. Ce n’è per tutti, o almeno quasi. Tanti i politici nominati, solo un accenno ad Antonio Di Pietro. (sf)

Giustizia ingiusta e intercettazioni telefoniche vietate sono le priorità assolute del governo per il terribile 2009 nelle mani di Silvio Berlusconi, che rivela le sue intenzioni alla comunità di Don Pierino Gelmini, rinviato a giudizio per reati sessuali. Che la posta in gioco per la contropartita di favori o di aiuto siano soldi o sesso con ragazzini, per il leader liberal comunista non cambia.

Dopo la solidarietà espressa a gentaglia come Totò Cuffaro ed aver collaudato il teorema del deputato condannato, Berlusconi fa di più: promette al presunto corruttore di minorenni in tonaca sostegno economico e appoggio anche tramite Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi, il cattolico tutto chiesa, salotti tv e galera per una cicca di spinello.

Il consenso dell’opposizione, per Berlusconi, è un optional. Ne fa comunque a meno, certo che Veltrusconi è suo fedele alleato. Al leghista Roberto Cota piace l’idea che un pm giri le dita tutto il giorno nell’attesa che qualche poliziotto, dipendente del ministero dell’interno, gli fornisca improbabili notizie di reato. Al porcaccione Roberto Calderoli frenare le indagini e bloccare l’informazione per legge “va benissimo!”. Aggiunge che “andrà a segno come sta andando a segno il federalismo con cui siamo già partiti“. Sì, di cervello.

Sfatiamo subito il mito del Berlusconi che se ne andrà dall’Italia. Non se ne è andato nemmeno dopo la telefonata più puttana che fece ad Agostino Saccà, figuriamoci se se ne va proprio ora che sta completando il piano piduista di Licio Gelli col bavaglio alla magistratura e all’informazione!
Berlusconi non se ne può andare, deve fare ancora un po’ di favori a cani e porci. Dovrà candidare fondi di galera e inquisiti per le europee e alle regionali della Sardegna. Del resto in quest’epoca “peggiore di Tangentopoli” come detto dal segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, ci sguazza anche il pd di Walter Veltroni.

Che tanto per non smentirsi ha definito “gravissimo ciò che è avvenuto a Pescara” nell’intento di delegittimare la figura del gip Luca De Ninis, che ha scarcerato l’ormai ex sindaco e segretario regionale di partito Luciano D’Alfonso, costretto ai domiciliari.
Riepilogo: D’Alfonso si è dimesso da primo cittadino di Pescara proprio per uscire di galera, come prevede la procedura. Da sindaco dimesso non potrà inquinare le prove. Con la scarcerazione il gip ha soltanto rispettato le regole vigenti definendo “il quadro accusatorio confermato e addirittura rafforzato“.
E’ semmai la frase di Veltroni il fatto gravissimo, perché ormai dimostra di aver imparato la biforcuta lingua piduista, abile nel confondere le idee anche agli ultimi pidini rimasti a reggere con le mani la bandiera mentre pisciano contro vento.

I giornalisti della P2, come previsto, non hanno certo chiarito la stronzata sputata da Walter Veltrusconi. Avrebbero dovuto confermare le accuse di tangenti, , concussione, associazione per delinquere sottoforma di favori, regali e denaro intercorsi tra D’Alfonso, il patron di AirOne Carlo Toto e l’imprenditore Massimo De Cesaris (tutti inquisiti), nell’attesa di capire che razza di malcostume, illecito finanziamento ai partiti o tangenti si tratti.
Invece hanno preferito scrivere che “nel Pd si levano critiche ai magistrati per la scarcerazione lampo del sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso. Si insinuano dubbi sulla fondatezza dell’arresto“.

In perfetto stile piduista i magistrati delegittimati, un Penati presidente di provincia a Milano che riabilita e smentisce Carlo Tognoli e Bettino Craxi (tanto per rimanere anche sul locale) il pd prosegue la sua marcia funebre verso l’ossario della politica.
Per Luciano Violantenon sussistevano le ragioni per arrestare D’Alfonso se non quelle di far cadere una amministrazione“. In un paese normale si leverebbe un coro di “Violante a fanculo“. Purtroppo indifferenza e disinformazione metastasata amplificano indenni anche le cazzate di Tenaglia, ministro ombra perfetta di Angelino Inaffanno, che ha aggiunto: “Quando i magistrati prendono decisioni di questo tipo, devono agire con prudenza e rispetto delle procedure“. In un paese normale chiunque avrebbe rammentato a Tenaglia che il gip De Ninis le procedure le ha rispettate.

Ma nell’Italia del tutto fa tifo e brodo Walter Veltrusconi ha già rimpiazzato con un degno sostituto il segretario regionale abruzzese del pd: Massimo Brutti, che ha bollato il bavaglio alle intercettazioni tanto caro a Berlusconi “una sorta di richiamo della foresta alla politica, anche se la privacy degli indagati va difesa“. Di quale privacy parli Brutti quando un gip si imbatte in un sindaco durante l’esercizio delle sue funzioni lo sa soltanto lui.

Mentre la stampa pagata dai finanziamenti all’editoria continua la confusione, noi che siamo informati rinnoviamo per la seconda volta un sonoro invito al vaffanculo per Angelo Panebianco, che sulla prima pagina del Corriere vuole farci credere che Veltrusconi soltanto da oggi “ha rotto col partito giustizialista” di Antonio Di Pietro, chiudendo l’editoriale a carico nostro meravigliato che molti giovani siano sensibili alla questione morale. “Sintomo di un problema ben più ampio, di un’intera generazione politicamente attiva mossa dagli eventi di Mani pulite. Generazione postideologica cresciuta credendo fermamente nei dogmi dell’Italia paese più corrotto del mondo, etica come metro di giudizio della politica contrapposto agli interessi personali di chi la fa. Ciò” – secondo Panebianco – “basta a spiegare perché tanti di questi giovani risultino poi sprovvisti degli strumenti necessari per pensare politicamente“.
Ergo: per pensare politicamente, in Italia, bisogna anteporre gli interessi privati a quelli di tutti. Che maestro di vita Panebianco.

fonte articolo: il blog di Daniele Martinelli

Come organizzare il Federalismo in Italia?

Tuesday, 30 December 2008
Pubblicato nella categoria LETTERE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un commento/scambio di email dell’ing. Luigi Ciampitti, ex dirigente Montedison ed Eni attualmente in pensione, svolge ancora attività di consulente, è stato assistente professore al politecnico di Milano, ha scitto oltre 100 articoli scientifici, ha fondato un premio di poesia a Novara (il Premio Paniscia che si tiene da 20 anni). Il suo primo spunto è una riflessione sul federalismo in Italia, un messaggio dal quale si snoda una serie di risposte. Buona lettura. (sf)

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Proposta di Luigi Ciampitti
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Come organizzare il Federalismo in Italia?

Premesso che il Federalismo in Italia è già previsto nella Costituzione che prevede una organizzazione Statale su base regionale e comprende dalla nascita della Repubblica 4 Regioni a Statuto Speciale (Valle d’Aosta, Alto Adige, Sardegna e Sicilia) in Italia bisognerebbe indagare su quanto presente negli Stati Federali in America e Germania.

Fatta questa analisi sono pervenuto alle seguenti consderazioni:

– Bisognerebbe uniformarsi il più possibile alla Germania, cioè ridurre il numero delle Regioni unificando la Lombardia con il Veneto, il Molise con l’Abbruzzo, le Marche con l’Umbria, la Puglia con la Basilicata.

In aggiunta

– Creare le seguenti città metropolitane eliminando le relative province: Torino, Genova, Milano, Venezia; Bologna, Firenze; Ancona, Roma, Napoli, Pescara, Bari, Palermo, Cagliari; Aosta, Bolzano, Cosenza
– Accorpare almeno 20 Province
– Accorpare almeno 1000 Comuni
– Eliminare qualche Comunità Montana

In ulteriore aggiunta

– Ridurre a 300 il numero dei Deputati ed a 150 il numero dei Senatori

– Capo del Governo, Governatori e Sindaci delle Città Metropolitane e Presdenti di Provicie restano in carica per un massimo di 2 legistrature.

Tutto ciò per migliorare l’organizzazione dello Stato, ridurre i costi della Politica ed in ultimo prevenire eccessi di potere con conseguenti interessi personali e per introdurre forze nuove e rinnovamento generazionale come avviene in America ed in Inghilterra.Cordiali saluti ed Auguri di Buon Anno a tutti.

Luigi Ciampitti
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email di Marchetti Cesare
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A proposito del Federalismo io sono d’accordo con te, ma l’Italia è un paese poco serio per adottare un Federalismo alla tedesca, come tu proponi.
I tanti seggi comunali,provinciali, regionali, nazionali fanno troppo comodo alla classe politica per sistemare i trombati e le clientele.
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Risposta di Luigi Ciampitti
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Caro Cesare
mi fà molto piacere del tuo parere positivo in merito alla mia proposta.
Mi farebbe molto piacere un parere del Dottor Giacalone.
Ciao e di nuovo Auguri a tuti Luigi
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e-mail del Dottor Giacalone
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Il federalismo, purtroppo, è effettivamente previsto dalla Costituzione, ma in virtù della riforma del titolo quinto, approvata dalla sinistra nel 2001. Ed è una schifezza.
Non credo l’Italia possa divenire federale, perché la storia insegna che tale ricetta serve ad unire quel che è diviso, non a dividere quel che è unito.
Da Cattaneo ad oggi, insomma, è passato molto tempo e troppa storia. In realtà, chiamiamo “federalismo” (per ragioni d’ossequio ai leghisti e di rincorsa del loro elettorato) la riforma delle autonomia amministrative, che possono ben comprendere anche quella fiscale. Se ne può ragionare.
E’ buona la proposta di Ciampitti? E’ la riproposizione italiana di esperienze estere, ma è politicamente fuori dal gioco. Perché le stesse forze che vogliono il federalismo poi difendono le province, ed anche le regioni che ci sono. Si può osservare che sono incoerenti ed hanno le idee confuse. Sottoscrivo, ma è per andare a appresso a tali menti che il tema è all’ordine del giorno, altrimenti nessuno si sognerebbe di parlare di federalismo verso il basso, essendo attuale, semmai quello verso l’alto, quello europeo.
Giacalone
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Risposta di Luigi Ciampitti
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Dottor Giacalone
La ringrazio della Sua interessante analisi che sostanzialmente condivido.Alla mia propota aggiungo solo che andrebbero ridotto del 50% gli emolumenti di tutti i Parlamentari, compreso quelli Europei, i consiglieri Regionali, Provinciali e Comunali per il 30 %; in questo modo facciamo loro passare la voglia di fare questo mestiere che fanno spesso solo per i propri interessi.
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Proposta dell’Ing. Cesare Marchetti
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La riforma proposta da Ciampitti è certamente accettabile e buona e sarebbe un toccasana per il nostro paese, afflitto da anni da inefficientismo, clientelismo, ingerenze politiche in tutti i campi. Oltre tutto non dimentichiamo che i nostri onorevoli ed i rispettivi rappresentanti locali ed europei sono i più pagati d’Europa ed anche i più numerosi. Occorre quindi sfoltire il loro numero e dimezzare i loro emolumenti. Ciò sarebbe non solo un risparmio per lo stato, le cui casse sono esangui, ma anche un provvedimento d’alto valore etico.
Però sono un po’ d’accordo anche col dottor Giacalone.
l’italia è un paese poco serio per attuare una riforma come quella di Ciampitti. Si va contro a troppi interessi ( in primis quelli della classe politica) abolendo le province ed acccorpando comuni e regioni. Quante poltrone salterebbero e quanti lavoratori del settore pubblico perderebbero il posto?
I posti nelle amministrazioni pubbliche costituiscono un bacino clientelare; tanti politici se ne servono per ottenere voti.
E poi per dirla con Giacalone la storia d’Italia è diversa da quella della Germania. Il nostro Risorgimento ha unificato un Italia, dove coesistevano molti stati, differenziati fortemente per i diversi concetti etici, le diverse culture, i diversi comportamenti civili ( rileggetevi il Gattopardo). Fare oggi uno stato federale forse significherebbe disunire l’Italia, tornare al tempo di Gioberti.
Tuttavia qualcosa dev’essere fatto, se non un Federalismo politico, almeno uno fiscale. Troppi soldi negli anni passati dal Nord sono finiti nelle mani della Mafia per fare al sud opere perfettamente inutili. In questo do ragione alla Lega.
Cesare Marchetti
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Risposta di Luigi Ciampitti
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Sono d’accordo
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e-mail di Silvana Gabusi
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CARO LUIGI,
SEMPRE AL “LAVORO” COME UNA FORMICHINA OPEROSA.
BRAVO!!
silvana
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Risposta di Luigi Ciampitti
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Grazie Silvana
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e-mail di Adriano Protti
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Caro LUIGI in teoria condivido la tua analisi e proposta sul federalismo, ma praticamente inrealizzabile. Domando pensi (per farla breve senza dilungarci in disquisizioni) che qualcuno sia disposto a rinunciare ai propri privilegi che sono tanti?) Scusami ma da brava Cassandra prevedo che assisteremo al proliferare di nuovi carozzoni
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Risposta di Luigi Ciampitti
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Caro Adriano penso che tu abbia ragione.
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GESTORE DI TITOLI: UN MESTIERE INUTILE

Friday, 26 December 2008
Pubblicato nella categoria NONSOLOSOLDI

di Gianluigi De Marchi

Non ha usato mezzi termini Steve Allen (docente al MIT, uno de principali centri studi degli Stati Uniti) per definire l’attività di gestione di portafoglio di fondi comuni e gestioni individuali: “l’attività di gestione è un’attività improduttiva e del tutto inutile, ed anzi addirittura dannosa per il risparmiatore visto che deve anche essere remunerata”.

Per giungere ad una così drastica conclusione, Steve Allen non ha certo scherzato, e si è impegnato in un lungo ed approfondito studio degli andamenti di 5 fra i principali mercati azionari mondiali (Stati Uniti, Hong Kong, Gran Bretagna, Germania e Francia) nell’arco di 35 anni (dal 1970 al 2005).
Premesso che l’utilità della gestione risiede nell’efficacia delle compravendite eseguire, nella diversificazione effettuata, nella correttezza delle scelte in termini di titoli e di tempi dei vari interventi, lo studio evidenzia la costante incapacità dei gestori di battere il mercato, poiché sono sempre perdenti nei confronti del loro parametro di riferimento (benchmark).
L’autore individua tre modi teorici di investire nell’arco del periodo: acquistando costantemente ai minimi dell’anno (la strategia più valida, anche se ovviamente irrealizzabile; ma dovrebbe essere quella che tendenzialmente dovrebbero seguire i gestori), oppure sempre ai massimi (un comportamento suicida se fatto coscientemente, ma che potrebbe essere tipico dell’investitore sprovveduto) oppure in maniera casuale (cioè comprando costantemente il primo dell’anno, indipendentemente da ogni tecnica di previsione o valutazione del mercato).
Ebbene, i risultati conseguiti (vedi tabella) sono stupefacenti: tra la situazione più favorevole e quella più sfavorevole le differenze di risultato, dopo 35 anni, sono minime in tutti i mercati considerati, e l’investimento “a casaccio” dà risultati non dissimili da quello ottimale!
La conclusione è che la scelta del momento nel quale investire è indifferente e che anche investendo nei momenti peggiori i risultati sono positivi.
Conclusioni per i risparmiatori: investite da soli, ma in maniera razionale, e cioè seguendo 5 semplici regole: 1) diversificare sempre tra vari titoli e vari mercati 2) investire sempre a rate anche se si possiede un capitale consistente 3) investire in azioni solo con un’ottica di lungo periodo 4) ridurre al minimo i costi 5) usare sempre fondi a gestione passiva.
Quest’ultimo è il consiglio più efficace per realizzare concretamente, anche con capitali di modesto importo, una strategia di investimento che dia risultati soddisfacenti.

TABELLA DEI RISULTATI D’NVESTIMENTO
BORSA MASSIMO 1° GENNAIO MINIMO
USA 11,7% 11,9% 12,6%
UK 13,1% 13,8% 14,3%
GERMANIA 9,3% 9,7% 10,2%
FRANCIA 12,9% 13,3% 13,8%
HONG KONG 14,8% 16,1% 17,3%
FONTE: FIDELITY, citato da Investimenti Finanziari, n.5/2008. Rendimenti annuali ottenuti investendo ogni anno la stessa cifra ai massimi dell’anno, ai minimi dell’anno o il 1° gennaio di ogni anno.

Cultur@.Il "languorino" contraffatto con favola e morale.

Wednesday, 24 December 2008
Pubblicato nella categoria CULTUR@

di Nicoletta Salata per dituttounblog.com

La Direzione Generale delle Dogane in Francia, nella persona del suo direttore Jérôme Fournel, ha comunicato due giorni fa di avere sequestrato a Rangis dieci tonnellate di cioccolato Ferrero contenuto in refrigeratori provenienti dalla Turchia. Si tratta di 32.000 scatole il cui valore è stimato in 223.000 euro. Tra queste anche un quantitativo del famoso Ferrero Rocher, di cui alcuni campioni sono stati subito sottoposti ad un test effettuato dalle autorità doganali nel laboratorio di Parigi che ha rivelato che i prodotti sequestrati non sono pericolosi. Nei primi undici mesi del 2008 sono state sequestrate in Francia 5,4 milioni di merci contraffatte, il 40% in più rispetto al 2007.

Torniamo in Italia. Il Gruppo Ferrero, con sede a Pino Torinese, è il quarto gruppo dolciario al mondo (dopo Nestlé, Mars, Altria/Philip Morris Group); conta 36 società operative, 16 stabilimenti e circa 19.600 dipendenti.

Rapido excursus. È il 1946 quando dal laboratorio sito ad Alba di Pietro Ferrero esce il primo prodotto; la pasta Gianduia a base di nocciole che si taglia a fette e si mette sul pane. Il successo è immediato, il laboratorio si trasferisce in uno spazio più ampio e il 14 maggio del ’46 nasce ufficialmente l’industria Ferrero. L’alluvione del ’48 che seppellisce di melma i macchinari e la prematura morte di Pietro nel ’49 non arrestano l’entusiasmo. Il testimone passa al fratello Giovanni e nel decennio successivo grazie alla flotta di 200 furgoncini (che poi diventeranno un migliaio) che distribuiscono il prodotto in Italia e quasi mille dipendenti la produzione arriva a 3.800 quintali l’anno. Inizia l’avventura all’estero. Prima Germania, poi Francia (nel frattempo il controllo passa al nipote ventenne Michele) e via via in altri paese europei. Negli anni ’60, con il baby-boom si delineano nuove esigenze di mercato: nel ‘64 nasce la Nutella, conosciuta in tutto il mondo e fenomeno studiato perfino dai sociologi. Nel ’68 il Kinder Cioccolato, la barretta che farà da “ponte” con gli USA: nel ’69 viene aperto un ufficio a New York. Negli anni ‘70 si intensifica lo sviluppo all’estero, Portorico, Equador, Hong Kong, Australia. Negli anni ’80 viene istituita la Fondazione Ferrero . “Lavorare, creare, donare” sono i principi guida delle sue attività indirizzate in tre campi: cultura, sociale, impegno verso i giovani. Negli anni ’90 un grande rilancio: in occasione del campionato mondiale di calcio, Ferrero e “Italia ‘90” promuovono un’iniziativa di grandissimo successo che si rinnova con l’edizione del ’94. Anno in cui un’altra terribile alluvione non scoraggia neppure i dipendenti che nonostante abbiano le case in parte distrutte lavorano accanto ai manager e alla famiglia Ferrero per riportare in sole due settimane la “loro” fabbrica in attività. Nel ’97 una nuova generazione fa il suo ingresso in azienda rafforzando la vocazione internazionale e confermando l’immutata passione: creare dei prodotti squisiti e di alta qualità per nutrire in modo sano e rendere un po’ più dolce la vita di tutti.

Curiosità.

I Kinder Cioccolato prodotti in 2 giorni basterebbero a ricoprire la Mole Antonelliana.

Con i Kinder Sorpresa prodotti in un giorno e mezzo si potrebbe lastricare piazza San Carlo di Torino.

Il latte utilizzato da Ferrero in un anno potrebbe alimentare per 3 minuti le Cascate del Niagara.

Per produrre un giorno di Mon Chéri ci vorrebbe un albero di ciliegie alto 40 piani.

Le nocciole utilizzate in 2 anni da Ferrero potrebbero riempire un cesto grande come l’Arena di Verona.

La fila dei vasetti di Nutella prodotti in un anno è lunga quanto la circonferenza della Terra.

La fila dei Pocket Coffee prodotti in 4 mesi sarebbe lunga quanto la Grande Muraglia.

I Ferrero Rocher prodotti in una settimana basterebbero a ricoprire la Piramide di Cheope.

La notizia della contraffazione dei Rocher è stata l’occasione per rispolverare questa sorta di “favola” italiana, la cui morale potrebbe essere, attingendo da uno dei claim utlizzati da Ferrero: “idee nuove, cose buone”.

Dato che l’anno sta finendo e quello nuovo avanza, speriamo che questo motto abbinato alla cioccolata venga adottato ed applicato nello scenario del Paese.

Decisamente meno dolce; spesso acidulo, amarognolo, tendente all’indigesto?

P.S. Dato che Tic Tac (Ferrero ovviamente) è il confetto più venduto al mondo, con un ipotetico numero di confetti prodotti al giorno a qualcuno viene in mente cosa si potrebbe fare?

Fondazione Italiani nel mondo. La nuova loggia massonica di Berlusconi. Lo zampino di Licio Gelli e di Dell'Utri. Roma tappezzata di manifesti.

Wednesday, 24 December 2008
Pubblicato nella categoria WEBNEWS

di Renato Corsini per Corsera Magazine

I manifesti sono apparsi sulle strade di Roma e non è da escludere anche in altre città d’Italia. Si legge in alto. Nasce la fondazione italiani nel mondo.Sotto il titolo appaiono le foto di cinque parlamentari in abiti in nero, di ottimo taglio, in fila l’uno accanto all’altro che ti guardano tra il serio e il furbesco. Ai pedi delle loro immagini i rispettivi nomi. Da sinistra a destra: sen. Basilio Giordano, on. Amato Berardi, sen. Sergio De Gregorio, sen. Esteban Caselli, sen. Nicola Di Girolamo.

In fondo e a chiusura del manifesto si legge ancora:  Insieme costruiamo il PDL  nel mondo. Insieme rilanciamo il made in Italy  nel mondo. Infine come timbro di autocertificazione il logo del PDL. In sintesi politica & business. En plein air, la loggia si presenta nelle sembianze di una fondazione. Una copertura per allontanare sospetti sui fini segretamente e realmente perseguiti. In questo tipo di fondazione, il patrimonio assolve la funzione di consentire il funzionamento di una complessa organizzazione, la cui attività realizzerà lo scopo perseguito dal fondatore.

Di questa novità lanciata sul mercato della politica da Berlusconi, almeno per ora, si sa poco. Quale sia l’ammontare del patrimonio , le persone fisiche o giuridiche che concorrano alla sua costituzione. Chi sia il fondatore, quale l’effettivo scopo da perseguire, che tipo di organizzazione supporti la fondazione. Tutto dovrebbe essere fatto alla luce del sole, ma ne dubitiamo fortemente conoscendo le abitudini dei nostri politici. La fondazione acquista giuridica esistenza con il riconoscimento della personalità giuridica, concesso dalla autorità governativa previo esame, tra l’altro della sufficienza della  dotazione patrimoniale. La fondazione è poi sottoposta a intensi controlli governativi, regolati dall’art.25 del codice civile, giustificati dalla mancanza di un controllo interno. Si profila una conflittualità d’interessi tra governo che autorizza , certifica, controlla, l’esistenza giuridica della fondazione e il PDL che lo sostiene.

Se non è conflittualità la commistione tra la pubblica amministrazione e finalità della fondazione non possono che apparire equivoche. Non è da escludere come insegna il passato che nella fondazione  accanto alle finalità rese pubbliche se ne aggiungano altre segrete per scopi prevalentemente politici ed economici a vantaggio del partito di Berlusconi. L’odore della P2 o della massoneria occulta non svanisce mai. L’impressione che gli ideatori della fondazione siano Gelli e Dell’Utri è verosimile osservando che l’uno è un esperto in materia e ammiratore del cavaliere, l’altro ha dimostrato di possedere genialità nell’organizzazione di Forza Italia  con un occhio sempre rivolto agli italiani nel mondo. Al centro dei cinque parlamentari, un po’ becchini nei loro abiti, c’è il sen. De Gregorio noto alle cronache parlamentari per il suo salto della quaglia dall’Italia dei Valori al PDL. Non è certo l’immagine più adatta ad infondere fiducia negli italiani. Con gli altri quattro, il sen. De Gregorio costituisce il ponte tra l’Italia di Berlusconi e gli italiani sparsi nel mondo per annodare interessi politici, finanziari e economici. Le sorprese non mancheranno se e quando si farà luce sul nuovo soggetto politico.

fonte articolo: www.corsera.it

Pierferdinando Casini: l'opposizione non è Di Pietro

Wednesday, 24 December 2008
Pubblicato nella categoria WEBNEWS

da rainews24.it

La crisi è acuta, il Paese in recessione. Per questo, il premier “invece di pensare al presidenzialismo farebbe bene a pensare alla povertà”. Parole di Pier Ferdinando Casini, che in un’intervista al Messaggero, chiede al governo “un grande piano per le famiglie”.

“Noi – ricorda – avevamo proposto un bonus per i figli” e le risorse c’erano ma sono state sprecate “per Alitalia e per levare l’Ici, creando problemi ai Comuni”. Invece bisogna “prendere misure espansive per l’economia”.

La crisi è la massima preoccupazione del leader dell’Udc che invita Berlusconi al dialogo, perché “chi lo chiama Hitler e’ un fanatico e un irresponsabile”, ma “l’opposizione non è Di Pietro, ma è fatta di persone perbene che danno consigli sereni”.

Sulle riforme, Casini è convinto che “quella della giustizia sarà il banco di prova del riformismo del Pd e del suo rapporto con Di Pietro”.

Stoccata finale al sindaco di Roma, Gianni Alemanno: “Non ricordo cosa abbia fatto, la cosa più significativa mi pare la battaglia sulla pajata”.

fonte articolo: www.rainews24.it