I giornali da leggere (e non solo da aiutare). Perina (Secolo d'Italia) come Ferrara "Lo Stato dovrebbe trovare due lire per la stampa di minoranza"

Tuesday, 12 August 2008
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di Flavia Perina per “Il Secolo d’Italia” (uno tra i 74 giornali di partito ai quali saranno tagliati i contributi dello Stato)

Arriviamo buoni ultimi a commentare ciò che tutti gli altri giornali (di partito, di corrente, di area) hanno già commentato: i tagli di Giulio Tremonti ai contributi diretti all’editoria. Non è stata pigrizia, ma solo voglia di capire dove andava a parare la protesta guidata dai quotidiani della sinistra e ufficialmente “sposata” da Walter Veltroni con un comunicato in cui ha definito «inaccettabile e vessatorio» il giro di vite nei confronti di «decine di testate».

Prima di lui si era espressa Giovanna Melandri, ministro-ombra della comunicazione del Pd, citando curiosamente tra le vittime sacrificali non “l’Unità” o “Europa” ma “Avvenire” e “il manifesto”. Strane cose accadono nel loft, dove si tende a dimenticare che la prima stangatona contro la stampa finanziata era arrivata dal governo Prodi.

È una questione di democrazia, ora si dice. Ma forse si esagera un poco: fra i 74 quotidiani e le centinaia di periodici finanziati attualmente ce ne sono diversi apparentati più col valore degli anticipi bancari che con quello costituzionalmente riconosciuto del diritto a esprimere le proprie idee.

Il più saggio commento ci pare quello fatto da Giuliano Ferrara: uno Stato che trova i soldi per Amadeus e Domenica In dovrebbe anche reperire le due lire necessarie a pubblicare stampa di minoranza ma non priva di ruolo. E se è vero che il problema è
esploso vistosamente a sinistra, è nostra opinione che sia l’area del centrodestra la più concretamente interessata alla questione.
Intanto, le uniche testate che al momento hanno chiuso i battenti sono proprio le ultime nate nella sfera del Pdl: la tv delle libertà e il Giornale della libertà di Vittoria Michela Brambilla. Tremonti non c’entra, piuttosto è chiamata in causa un’idea usa-e-getta dell’informazione, costruita a misura di propaganda elettorale, quando serve e finché serve.

E’ un punto di vista non disprezzabile: anche la campagna romana del Pdl ha costruito il successo di Alemanno con un quotidiano free-press distribuito in decine di migliala di copie fino al giorno delle elezioni. Ma immaginando il futuro e consolidato Popolo della libertà, siamo sicuri che non serva qualcosa di più di un supporto cartaceo ai gazebo o ai comizi di piazza ogni cinque anni?

I vecchi giornali di partito, così come oggi i “giornali di idee” sono qualcosa di molto diverso da semplici organi di informazione o tromboneschi “organi di democrazia”: sono brand, marchi identificanti, l’equivalente politico di un paio di scarpe Nike o Superga. La modernità non ha trovato nulla di meglio per sostituirli: se per sapere le notizie si può usare la tv, se per discutere con gli alti: ci sono i blog, se per leggiucchiare in spiaggia va bene un grande quotidiano, per relazionarsi con una sensibilità, un’appartenenza, un modo d’essere c’è solo la stampa “di nicchia”. È minoritaria, vende nel complesso qualche decina di migliaia di copie, ma parla allo spicchio di polis che partecipa più attivamente e convintamente alla vita pubblica e culturale (o che vorrebbe parteciparvi). Nella Disneyland dell’informazione, tra i rutilanti dvd in prima visione e le enciclopedie omaggio in trecento volumi, questa nicchia rappresenta la giostra con i seggiolini: centenaria ma irrinun-ciabile per fare un vero parco giochi.

A destra il valore aggiunto di questo tipo di media è ancora scarsamente percepito, e ben lo sappiamo noi che cerchiamo di farne uno ogni giorno. La tradizione di Forza Italia è fondata sulla televisione, sui grandi numeri, al limite sul modello generalista di Libero e del Giornale, il Drive In e il Sanremo dell’informazione scritta d’area. Quanto ad An, fatica ancora a liberarsi del complesso di subalternità che ha fatto da sottofondo alla storia della destra italiana e trova difficile immaginarsi protagonista di un dibattito culturale e politico in cui le categorie di “maggioranza” e “minoranza” siano sostituite da quelle di avanguardia e retroguardia.

Eppure, un’operazione come quella del Popolo della libertà è inimmaginabile senza qualcosa che dia spessore e prospettiva al cartello elettorale delle destre. Così come l’idea di un bipolarismo maturo e moderno è inconciliabile con quella di un’opposizione resa afona. Se ci si convince di ciò, sarà più facile affrontare il tema dei tagli con una visione non solo quantitativa e ragionieristica.

Poi, certo, i giornali bisognerebbe non solo aiutarli ma pure leggerli. Ma questa è un’altra storia…

Clamoroso: Il Corriere.it prende un colpo di sole

Tuesday, 12 August 2008
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di Sergio Fornasini

A distanza di giorni ormai dalla scomparsa di Antonio Gava, la redazione del Corriere della Sera on-line pensa bene di pubblicare in prima pagina la notizia dal titolo”Gava in fin di vita” (CLICCA SULL’IMMAGINE SOPRA PER INGRANDIRE). Macabro lapsus, con il link alla notizia pubblicata lo scorso 6 agosto “Gava, il doroteo che divenne «viceré»” e l’annuncio dell’estrema unzione all’ormai defunto uomo politico. Leggi il resto –> »

I lettori di Travaglio (Il Bavaglio), sfogliano prima l'Idiota

Tuesday, 12 August 2008
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Ieri ho comprato “Il bavaglio”. L’ho sfogliato e devo dire che è veramente molto interessante. Contiene una lunga introduzione di Pino Corrias che ripercorre le ultime vicende politiche, dalla caduta di Prodi ad oggi. Il primo capitolo racconta le prime tre leggi sulla giustizia del nuovo Governo: la blocca-processi, la Legge Alfano, e il DDL sulle intercettazioni telefoniche. Nel secondo capitolo si racconta il processo che vede imputati Mills e Berlusconi. Rispetto alla sintesi contenuta in “Mani sporche”, qui ci sono molti più dettagli con trascrizione di interrogatori, e c’è persino il capo di imputazione originale contro Berlusconi e Mills. Nel terzo capitolo si racconta invece la vicenda Berlusconi-Saccà, con la pubblicazione delle ultime intercettazioni pubblicate recentemente da “l’espresso”. In appendice c’è un excursus su come funzionano le intercettazioni negli altri Paesi europei, e la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Schifani.
Il libro – che inizierò non appena avrò finito “l’idiota” di Dostoevskij che sto leggendo attualmente- mi pare estremamente interessante. Appena l’avrò letto vi saprò dire la mia opinione definitiva al riguardo.(Travashady (Verona), dal Forum Marco Travaglio.it)

Un flop i provini per la nuova Moana

Monday, 11 August 2008
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Sky ha lanciato la sfida: “Stiamo cercando la nuova Moana e potresti essere proprio tu”. Cercano una bellissima per farle interpretare Moana Pozzi, nella fiction prodotta da Sky Cinema con Polivideo, diretta da Marco Ponti con le sceneggiature di Piero Bodrato e Monica Rametta che andra’ in onda il prossimo anno.

Basta andare sul sito della tv di Murdoch e rispondere all’appello. Unico requisito la maggiore eta’. Bisogna inviare un filmato (sono tutti visibili sul sito e possono essere anche votati dal pubblico) oppure presentarsi alle varie selezioni in giro per l’Italia.

“Si cerca un’attrice che dovrà intepretare un ruolo complesso, di una donna che di professione faceva la pornostar illuminando le vicende umane – dice il regista – gli intrecci personali, le emozioni familiari e sentimentali e le tante scelte anticonformiste che hanno fatto di Moana una delle icone dell’Italia degli anni ’90”. Nessuno cerca una pornostar. Scorrendo i video, invece, sembra di assistere ai provini per un film hard. E c’e gia’ chi parla di un vero e proprio flop. Ma c’e’ tempo per rimediare.

 

 

Da Scialpi a Berlusconi. Ecco chi e' Sabina Began, la nuova coccolata del Cavaliere

Monday, 11 August 2008
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Dagospia ha raccontato che al party blindatissimo a Palazzo Grazioli il giorno della Liberazione, per festeggiare la vittoria elettorale, Silvio Berlusconi e i vari sodali Schifani, Apicella etc erano attorniati da “un mazzo di fanciulle, curvacee e disponibili al gran diletto. Ma Silvio ha avuto occhi solo per una, che ha tenuto seduta sulle sue ginocchia mentre le intonava Malafemmena”, forse ricordando una pellicola del 2001, Malefemmine (film di Fabio Conversi con Giovanna Mezzogiorno) che vede nel cast la Nostra ennesima “gnocca berlusconiana”, da aggiungere al fitto elenco delle coccolatissime del Premier: Evelina Manna, Elena Russo, Antonella Troise, ma anche la deputata Nunzia De Gregorio e, perche’ no, la Ministra Mara Carfagna.

“Se ora ci fosse qui un fotografo, – avrebbe detto il Cavaliere, sempre secondo Dagospia – questo scatto varrebbe 100mila euro”. La femmina in questione e’ Sabina Began, immortalata in questi giorni sulla prima pagina di “Panorama” il settimanale della Mondadori diretto da Maurizio Belpietro, alias L’antipatico. Began ha già girato “Casa Vianello in crociera” e sarebbe in prima fila nel casting del prossimo film di Roberto Faenza, targato Mediaset e Medusa.

Began la ricordano tutti (sic !) per Aitanic, da Tano ad Aitano sempre cantando, con protagonista Nino D’Angelo del 2000, anno fortunato per Sabina che gira anche il notissimo “La vita e’ un gioco” diretto da Fabio Campus con i comici Graziano Salvadori e Bebo Storti.

Dal cinema alla tv: Began nel 2003 interpreta un ruolo in Un papà quasi perfetto e, nel tempo libero (raccontava Novella 2000, in un articolo dal titolo “Un amore quasi perfetto”, vedi sotto) faceva coppia fissa con Scialpi, il cantante che ebbe un successo strepitoso negli Anni ’80 con la canzone Rocking Rolling.

Da Scialpi a Berlusconi, senza passare dal via.

CLICCA QUI PER VEDERE LE ALTRE “GNOCCHE” BERLUSCONIANE , OPPURE QUI PER LEGGERE L’AGENDA DI BERLUSCONI (CON GNOCCA TIME), QUI PER VEDERE LE GNOCCHE RACCOMANDATE, INFINE QUI PER SAPERE TUTTO SU SABINA BEGAN – L’APE REGINA DI SILVIO BERLUSCONI

Redditi on-line. Inciucio Visco-Tremonti, un forum su FiscoeTasse.it

Monday, 11 August 2008
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A seguito dell’articolo apparso su questo blogiornale (clicca QUI) e’ stato aperto un apposito Forum sul sito di Fisco e Tasse (clicca QUI) nel quale si parla del codicillo inserito nella manovra estiva per evitare all’ex viceministro Vincenzo Visco e all’Agenzia delle Entrate delle pesanti conseguenze dopo la pubblicazione su Internet delle dichiarazioni fiscali. A proposito, ecco cosa diceva il 30 aprile Visco al Corriere, prima della bufera sui dati on-line. Dopo le prime critiche all’iniziativa, è stato lo stesso viceministro all’Economia, Vincenzo Visco, a dichiarare che si tratta di «un fatto di trasparenza, di democrazia». «Non vedo problemi – ha aggiunto – c’è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano. Era già pronto per gennaio, ma per evitare le polemiche in campagna elettorale ho chiesto di pubblicarle più tardi».

Posta e risposta. Ma chi lo legge piu' Marco Travaglio?

Monday, 11 August 2008
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Caro Mastellarini,

Ma chi lo legge più il signor T.? 

Sarà pure supervalutato dall’Unità e da L’Espresso, ma francamente non ho visto né sentito nessuno nelle località affollate di vacanza, al bar, al ristorante o sulla spiaggia, prendere come argomento di conversazione le rubriche del signor T.

Questi vorrebbe essere nel contempo giornalista, satirista, sfottitore, giudice, vigile urbano, perfino spazzino (che è la cosa che forse gli riuscirebbe meglio), ma non si accorge che dopo tanto travaglio partorisce solo aria.

Ora il signor T. pretende pure di fare il costituzionalista. La colpa è dell’ex deputato missino Massimo Massano, che lo “lanciò” come firma nel fallito tentativo di rifare lo storico “il Borghese”, accoppiandogli i dvd di Tinto Brass. L’uovo si schiuse a destra, il pulcino finì a sinistra.

Fabrizio S.

Caro Fabrizio,

Mi ero ripromesso di non parlare piu’ di Travaglio, ma lei mette il dito nella piaga e non posso sottrarmi d’intervenire a questo commento.

Ha fatto bene a ricordare l’esperienza travaglina al “Borghese”, giornale fascista, all’epoca diretta dallo stesso Massano che fu tra i fondatori di Libero, insieme a Feltri. Come vede, nel mondo del giornalismo il gioco delle parti funziona benissimo: se mangio con la destra attacco la sinistra, se mangio a sinistra attacco a destra.

Travaglio e’ coccolatissimo a L’Unita’, a L’espresso, ma fa bella mostra anche su “Anna” mentre non lo trovo piu’ su “Linus” e “Giudizio Universale”. E poi i libri (legga i precedenti post), il teatro e la tv con Michele Santoro. Anche su Internet, Mr. T. spopola, presente sul cliccatissimo blog di Beppe Grillo.

Vengo ora alla sua domanda: ma chi lo legge piu’ Marco Travaglio? Lo leggono i giustizialisti, caro Fabrizio, lo leggono gli antiberlusconiani convinti, lo leggono coloro che vogliono sbellicarsi per i vari articoli di satira, lo leggono i telespettatori di Annozero. Ma, ormai, non lo leggono piu’ i “lettori veri”, quelli che fanno opinione, quelli che han sale in zucca, quelli che sanno discernere l’essere dall’apparire. 

E al nostro Mr. T., apparire piace molto. Mi creda

Molto cordialmente

Gabriele Mastellarini

Forse salta il Festival di Sanremo alla Rai

Monday, 11 August 2008
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In forse l’edizione 2009 del Festival della Canzone Italiana, che si tiene a Sanremo da quasi sessant’anni in collaborazione con la Rai. Claudio Cappon, direttore generale dell’emittente di Stato, ha lanciato l’ultimatum al sindaco della cittadina ligure, invitandolo a firmare urgentementela bozza di contratto attualmente sul tavolo, perché ormai “il tempo stringe”.

Un contratto pieno di tagli: a cominciare dal dopofestival, fino alla durata del contratto (la televisione pubblica spinge per 3 anni, il comune ne vorrebbe 5).

La strada resta aperta per un accordo dell’ultimo minuto, come già avvenuto altre volte. Per la conduzione è già pronto Paolo Bonolis (nella foto).

Totò "vasa vasa" Cuffaro, becca Travaglio: "Che s'informi prima di scrivere!"

Monday, 11 August 2008
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GIUSTIZIA: CUFFARO A TRAVAGLIO, DIMENTICA CHE MI SONO FATTO PROCESSARE

(ASCA) – Palermo, 15 lug – ”Nella sua ‘Ora d’aria’, dalle pagine dell’Unita’, forse per un colpo di calura che in questi giorni avvolge la Sicilia, (visto che abbiamo appreso che ama fare le sue vacanze sulle nostre coste, specie se a pagare il suo conto sono altri), come al solito Marco Travaglio tira in ballo il mio nome a sproposito parlando del ‘Lodo Alfano”’.

Lo ha detto il senatore Toto’ Cuffaro, spiegando: ”Vorrei sommessamente ricordargli che se in Italia c’e’ qualcuno che ha deciso liberamente e in piena coscienza di sottoporsi al giudizio della magistratura, rinunciando sia alla immunita’ da senatore che a quella ben piu’ vasta e garantista da parlamentare europeo, quello e’ il sottoscritto. Quindi poco si addice a me il titolo dato al suo pezzo: Todo lodo”.

”Io – ha proseguito Cuffaro – ho mostrato fiducia nella magistratura, e nel popolo che mi ha votato, mi sono fatto giudicare da entrambi senza mai sottrarmi e senza mai alzare i toni di una polemica verso l’istituzione giudicante che come tutte le istituzioni di questo paese, per me al contrario dei compagni di viaggio di Travaglio, merita sempre rispetto, anche quando con essa non sei d’accordo o quanto ti mette alla prova”.

”Lo stesso rispetto – ha concluso Cuffaro – sarebbe auspicabile da parte di tutti coloro che applicano il metodo Travaglio agli avversari e diventano garantisti, ciechi e sordi quando ad essere sfiorati sono sodali e amici”. dod/map/ss (Asca)

“Todo Lodo”, in L’Unita’ “Ora d’aria” di Marco Travaglio

Siccome l’appetito vien mangiando, soprattutto in Parlamento, il Lodo Alfano è solo l’antipasto. Perché, infatti, immunizzare solo il capo del governo e non gli altri ministri? Perché solo i presidenti delle Camere e non gli altri parlamentari? Il piatto forte sta per essere servito e si chiama immunità urbi et orbi, in saecula saeculomm, per tutti i membri della Casta. Resta da capire se valga «solo» per i parlamentari, o anche per gli altri eletti negli enti locali. Specie dopo l’arresto del governatore d’Abruzzo Ottaviano Del Turco, socialista, con mezza giunta al seguito. E tenendo conto che sono indagati pure i governatori di Calabria, Basilicata, Campania e Lombardia, oltre agli ex di Puglia e Sicilia.

Se lo spirito dell’immunità è che la giustizia non deve disturbare il manovratore per non sottrargli serenità e tempo prezioso, non si vede perché dovrebbe valere per quello di Palazzo Chigi e non per quelli periferici. In fondo si tratta di estendere il Lodo ad appena 149.593 eletti: 78 parlamentari europei e 951 nazionali, 1.118 consiglieri regionali, 3.039 provinciali, 119.046 comunali, 12.541 circoscrizionali e 12.820 delle comunità montane.

Poca roba, che sarà mai.
Pare che, oltre al Pdl, si stiano attivando anche Piercaltagirando, circondato dai Cuffaro e dai Cesa, e il geniale piddino Pierluigi Mantini. Il quale era addirittura favorevole al Lodo Alfano («Ritengo ragionevole il lodo Alfano e auspico un’intesa politica alta per le riforme nell’ interesse del Paese»), tant’è che ha provveduto a «migliorarlo» con un apposito emendamento, così da rendere più difficile la bocciatura della Consulta. E ora muore dalla voglia di estenderlo erga omnes: «Mi auguro che il Pd non si accodi a Piazza Navona e si faccia carico della necessità di una più netta distinzione tra giustizia e politica». Che, a suo dire, si ottenebbe ripristinando l’autorizzazione a procedere abrogata nel ’93, quella che Claudio Rinaldi chiamava «autorizzazione a delinquere».

Il trucco di Mantini, subito elogiato da Angelino Jolie, è quello di estendere ai parlamentari italiani l’«immunità europea». Al Tappone è favorevole, dovendo salvare Dell’Utri e qualche decina di onorevoli imputati: ieri ha annunciato una super «riforma della giustizia», così super da impedire addirittura il ripetersi di arresti come quello di Del Turco (finalità ottenibile soltanto consegnando alle procure la lista delle persone che non si possono arrestare né processare). In realtà, l’immunità europea non c’entra nulla. Sia perché l’Europarlamento riconosce ai suoi membri le stesse immunità previste nei paesi d’origine (fra l’altro revocabili in qualunque momento, come avvenne nel caso di Bernard Tapie, spogliato dell’euro-scudo e addirittura arrestato in Francia). Sia perché li immunizza solo per «le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle funzioni» (come già avviene anche in Italia). E vero che il nuovo Statuto approvato nel maggio 2008 aggiunge che «un’indagine o un procedimento dev’esser sospeso qualora il Parlamento lo richieda». Ma questo – ha spiegato il relatore, il socialista tedesco Rothley – riguarda esclusivamente «azioni repressive arbitrarie (fumus persecutionis) e ostacoli frapposti dal potere esecutivo». Cioè indagini condotte contro esponenti dell’opposizione da magistrati legati al governo. Cosa che in Italia non può accadere, visto che la nostra è l’unica magistratura in Europa a essere indipendente dall’esecutivo. Del resto, questo era lo spirito con cui i padri costituenti scrissero il vecchio articolo 68 della Costituzione (abrogato nel ’93 a furor di popolo per l’abuso vergognoso che se ne faceva): impedire che giudici legati al governo perseguitassero esponenti dell’ opposizione per reati politici (denunce o manifestazioni troppo accese, scioperi, picchettaggi, occupazioni delle terre, blocchi stradali…), o senza prove. L’idea che la garanzia venisse poi abusata da potenti uomini di governo per coprire ruberie e mafierie scoperte da magistrati indipendenti, non fu nemmeno presa in considerazione. Dunque l’immunità parlamentare non è mai esistita, nemmeno prima del ’93: esisteva l’autorizzazione a procedere, che poteva essere negata solo in eccezionalissimi casi di comprovato “fumus percecutionis”. Chi oggi la rivuole, sostenendo che metterebbe al riparo i parlamentari dalle indagini giudiziarie, non ha in mente il vero articolo 68. Ma la sua ultima versione riveduta e corrotta, impunitaria e incostituzionale. Prim’ancora di ripristinarla, già si pensa di abusarne.

Ecco chi guadagna a fare l'anti Berlusconi (Travaglio e compagnia cantante in prima fila)

Monday, 11 August 2008
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Tratto dall’articolo di Luca Telese per “Il Giornale”

Ve la ricordate la battuta di Giulio Andreotti quando «Il Divo», il film più ferocemente anti andreottiano della storia repubblicana, vinse il premio a Cannes? Lui, il senatore a vita, che pure si era arrabbiato per la pellicola quando l’aveva visionata con un giornalista di La Repubblica, consegnò ai cronisti un meraviglioso calembour, a metà fra la sportività e la malizia: «A questo punto, mi piacerebbe perlomeno partecipare agli incassi». Veramente divino.

Ieri, leggendo l’invito dell’onorevole Enrico Letta che chiedeva alla sinistra di abbandonare l’antiberlusconismo, il pensiero andava a quali volumi muove nell’Italia di oggi la scienza di chi si oppone al Cavaliere. Ecco, una delle prime conseguenze, se questo appello venisse accettato, sarebbe che molte persone resterebbero prive di occupazione.

Marco Travaglio, scrivendo di questo, ha venduto più di due milioni di libri, fino all’ultimo best seller sfornato quest’estate per Chiare lettere – «Il bavaglio» – anche ieri in testa alle classifiche della saggistica.

Ed ècuriosa,anche,l’evoluzione di questo fenomeno editoriale: fra i cinquemila e passa titoli che contengono il nome del presidente del Consiglio, si contano sulla punta delle dita quelli che possono essere considerati ortodossi o «berlusconiani » (uno è senza dubbio la compilation degli insulti al Cavaliere, pubblicato da Luca D’Alessandro per Mondadori, «Berlusconi ti odio»), mentre la stragrande maggioranza sono saggi «contro».

Se è vero che Travaglio durante gli anni del governo ulivista aveva dimostrato di esercitare la propria penna caustica anche contro il governo di centrosinistra (vedi il successo di «Inciucio»), ci sono molti che se venisse applicata la «dottrina Letta», perderebbero una ragione di vita. Non sappiamo, per esempio, che fine farebbe il blog di Pietro Ricca – ve lo ricordate? – quello che gridò «buffone» a Berlusconi, a Milano. Che poi davanti ai giudici si difese sostenendo di aver detto «puffone» (meraviglioso), e che oggi passa le giornate a rispondere ai fan. Ricca è diventato un piccolo profeta dell’antiberlusconismo, racconta ai propri lettori di aver fatto salti mortali per una comparsata da Santoro e prepara anche lui un possibile best seller per l’autunno.

Così come l’Unità, dopo aver pubblicato l’opera omnia di Travaglio sul leader azzurro nella collana «Chi ha paura di Marco Travaglio?», ora si prepara a mandare in campo l’opera omnia di Furio Colombo (sarà un successo pure questo). I due film più venduti di Sabina Guzzanti (malgrado le ottime recensioni di «Le ragioni dell’aragosta») sono «Reperto Raiot» (quello sul programma censurato da Raitre) e «Viva Zapatero». Il film che ha avuto più successo di Nanni Moretti negli ultimi anni è stato «Il caimano», mentre il regista Berardo Carboni ha pensato di portare sul set persino la morte del premier (lo hanno fatto anche tre romanzi!) in «Shooting Silvio».

In edicola Enrico Deaglio ha rivitalizzato le vendite delsuo «Il Diario» con ben due dvd sui presunti brogli elettorali del centrodestra( un successoeconomico anche quello, a parte le querele di Beppe Pisanu).

L’antiberlusconismo – insomma – è stato un viatico al botteghino e alla classifica, ma anche un additivo per le carriere politiche. Al punto che Beppe Giulietti, l’ex sindacalista Rai esperto di questioni mediatiche, è stato eletto nelle liste dipietriste dopo essere stato scaricato da quelle del Partito democratico (!). E lo stesso è accaduto con Pancho Pardi, uno «miracolato» dalla storica manifestazione di piazza Navona. Prima era solo un professore universitario con simpatie a sinistra, poi ha fallito la corsa a Strasburgo, oggi è stato eletto parlamentare anche lui nelle liste di Pietro, con una carriera sostanzialmente legata a quella sua performance anti- Cavaliere.

Persino Paolo Flores D’Arcais, intellettuale apocalittico della sinistra italiana, riesce ad alzare le tirature iniziatiche del suo Micromega quando documenta le fasi della protesta. Non c’è dubbio che a Silvio Berlusconi tutti questi successi inducano sentimenti meno ironici di quelli andreottiani.

Ma non può non stupire la notizia che il più scatenato leader del movimento no-global, Luca Casarini,abbia scelto l’odiata e «berlusconiana» (secondo i detrattori) casa editrice Mondadori per il libro di esordio, un giallo «socialnoir » e «antagonista»: «La parte della fortuna».

CULTUR@. Moccia superstar: nuovo libro più due film

Sunday, 10 August 2008
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Uscirà il 2 ottobre il nuovo libro “Amore 14” di Federico Moccia. L’editore sarà sempre Feltrinelli, con tiratura iniziale di 300.000 copie.

Dopo l’exploit di “Tre metri sopra il cielo”: “In Amore 14 – spiega Moccia – non racconterò gli adolescenti problematici o disagiati, ma la normalità delle difficoltà dei sentimenti. E questa non è superficialità, piuttosto la scelta di rappresentare la realtà più comune, quella che emerge dal mio blog che è la mia fonte da anni, un punto di osservazione privilegiato che mi permette di conoscere i giovani e riuscire ad interpretarli”.

Quattordici anni: non sono troppo pochi per una storia d’amore? «Ma è quella l’età dei grandi amori. Chiedetelo alle ragazzine che scrivono al mio blog per raccontare le loro storie. Di questo parlano. Ed è sempre stato così. Gli adulti e quelli che criticano fanno finta di non ricordare. Quanto poi ai paragoni con Lolita, proprio non c’entrano nulla».

Amore 14, diventerà un film a ottobre 2009. E arriverà presto anche il seguito di “Scusa ma ti chiamo amore”: Moccia sta scrivendo la sceneggiatura con Chiara Barbini e Luca Infascelli. Riconfermati Raoul Bova e Michela Quattrociocche come protagonisti.

Nonostante le critiche al suo lavoro – che tuttavia riscuote grandi consensi dal pubblico dei giovanissimi – Moccia va avanti per la sua strada: “Ormai ho fatto le spalle larghe alle critiche, e considerato che come autore televisivo me ne hanno dette di tutti i colori, quelle sui libri e i film le considero un lusso. Quando sarò grande recupererò con i critici scrivendo un libro di quelli che piacciono a loro, ma per adesso faccio solo quelli che piacciono ai lettori e ai ragazzi”.

(Nella foto da sinistra a destra: Raul Bova, Federico Moccia e Michela Quattrociocche)

Condanna Belpietro: c'è un giudice a Milano

Sunday, 10 August 2008
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di Gabriele Mastellarini

Sta suscitando notevole interesse la notizia della condanna per omesso controllo dell’ex direttore del “Giornale” oggi di “Panorama”, Maurizio Belpietro. Faccio alcune precisazioni aggiuntive.

Rispondo così al lettore Dean Keaton che in un commento al precedente articolo parlava di sentenza comminata dalla Corte d’Appello. In realtà, caro Dean, si tratta di sentenza di primo grado emessa dal Giudice Unico (G.U.) Maria Gaetana Rispoli, in servizio presso l’ottava sezione penale del Tribunale di Milano (nella foto), stanza n. 515, terzo piano, già Gup (giudice per l’udienza preliminare), già nota per aver rinviato a giudizio nel 2005 quattro funzionari della Caboto Sim per il reato di aggiotaggio in relazione alla compravendita di azioni di Telecom Italia Spa.

Di fatto, però, Belpietro “paga” colpe non sue. Perché chi ha diffamato è l’autore dell’articolo – cioè Lino Jannuzzi – e non lui che risponde solo per “omesso controllo”, come indicato dal codice penale.

Si tratta, in sostanza, di una condanna d’ufficio che scatta per i direttori, talvolta ignari di ciò che hanno scritto i propri cronisti ed editorialisti.

Non conosco la vicenda, ma credo che Giancarlo Caselli non c’entri nulla. Chi sa, mi faccia sapere.

Leggi anche www.dituttounblog.com/articoli/maurizio-belpietro-condannato

Quei fondi a Radio Radicale e alle antenne sconosciute

Sunday, 10 August 2008
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di Beppe Lopez da www.infodem.it

La storia e la pratica delle provvidenze (pubbliche) per l’editoria (privata) ha aspetti notoriamente osceni e in molti casi illegali. Ma quanto i tagli ai giornali di cooperative, no-profit, di partito e di “movimento” – inseriti nella manovra finanziaria già approvata dalla Camera – vadano in tutt’altra direzione rispetto ai provvedimenti effettivamente da assumere per cancellare questa autentica vergogna nazionale, lo ribadisce la vicenda di sei radio finanziate in quanto sedicenti “organi di partiti politici rappresentati in Parlamento”. Finanziate, come vedremo, con trucchi e sotterfugi grotteschi e scandalosi, ai danni – è bene ricordarlo – di tutte le altre radio. Con tanti saluti alla promozione del pluralismo e della libera concorrenza di mercato.

Anch’esse, beninteso, con la sola eccezione di Radio Radicale, dovrebbero essere coinvolte dai tagli conseguenti al decreto Brunetta del 25 giugno 2008 n.112: i 37 miliardi richiesti, in base alle norme vigenti, dall’universo delle emittenti sostenute con pubblico danaro (750 radio locali, 400 tv locali e appunto quelle cinque radio “di partito”) scenderebbero a 20, perlomeno sul piano contabile e immediato.

In soldoni, per sei solo testate radiofoniche lo Stato ha versato 8 milioni nel 2004, 10 milioni nel 2005 e, da ultimo, 12 milioni a valere sul 2006. Una cifra in costante aumento perché copre, a pie’ di lista e senza alcun controllo, l’80% dei costi. Vediamole una per una.
Radio Radicale (Roma), organo della “lista Marco Pannella”, prende 4 milioni 431 mila euro. Grazie alle firme dei parlamentari D’Elia e Beltrandi (Rosa nel Pugno).
Ecoradio (Sulmona), organo prima del “Movimento politico Italia e libertà” e poi del movimento “Comunicambiente” prende 3 miliardi e 732 mila euro. Grazie alle firme prima dei deputati verdi Cento e Lion, e poi di Fundarò (verdi) e Dato (Ulivo).
Radio Città Futura (Roma), organo del movimento “Roma idee”, prende 2 milioni e 566 mila euro. Grazie alle firme alle firme di Bettini (Ulivo) e di Zingaretti (europarlamentare e presidente della Provincia di Roma).
Radio Veneto 1 (Treviso), organo prima del movimento “Liga veneta Repubblica –Veneti d’Europa” e poi del movimento “Liga fronte veneto Mord-est Europa”, prende 566 mila euro. Grazie alle firme prima del parlamentare leghista Serena e poi di Rubinato (deputata Margherita-Pd).
Radio Galileo (Terni), organo del movimento “Cittaperta”, prende 424 mila euro. Grazie alla firma di Di Girolamo (prima deputato dell’Ulivo e oggi senatore Pd).
Radiondaverde (Cremona), organo del movimento “A viva voce”, prende 201 mila euro. Grazie alle firme dei deputati Codurelli e Marantelli (Ulivo).

E’ da rilevare che le provvidenze per l’editoria prevedono, a parte, contributi perlopiù modesti per le altre 1.150 emittenti radiofoniche e televisive locali. Ma a queste sei si riserva un trattamento assolutamente particolare e più consistente. Perché “organi di movimenti”.

Ma, a parte la “lista Marco Pannella” e la sedicente “Liga veneta Repubblica”, chi ha mai sentito, chi ha mai rilevato una qualche attività politica, chi può giurare sulla stessa esistenza di movimenti quali Radio Italia e libertà, Roma idee, Cittaperta, A viva voce?

Un caso a parte è Radio Radicale, finanziata dallo Stato dal 1994 anche attraverso l’affidamento di un servizio pubblico di altissima delicatezza costituito dalle “dirette” dal Parlamento. Una decina di milioni l’anno, di cui si è riparlato anche in occasione della recente manovra finanziaria. Perché non lo fa la Rai questo servizio pubblico? Il forzista Butti se lo è chiesto e ha riproposto il problema. E’ almeno dal 1998 – è la sua tesi, ragionevole e incontestabile – che questa regalìa di Stato a un’impresa privata, anzi ad un giocatore della partita politica, viene immotivatamente e impropriamente attribuita per una funzione che richiede, per definizione, un operatore neutrale. E pubblico.

“Ritengo che la spesa di 10 milioni di euro autorizzata dalla Legge Finanziaria 2007 a favore di Radio Radicale per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 sia inutile oltrechè anacronistica”, si legge in una interrogazione parlamentare presentata. “Il finanziamento di una rete nazionale privata deputata a trasmettere le sedute del Parlamento poteva essere giustificato e tollerato soltanto in una fase transitoria”. In sostanza, secondo le stesse intenzioni del legislatore, “nel momento in cui la Rai, nel rispetto della Legge Mammì, e precisamente dal 2 febbraio 1998, ha iniziato a trasmettere le sedute parlamentari e i relativi approfondimenti attraverso GR Parlamento, Radio Radicale ha perso la sua peculiarità ed indispensabilità”.

Maurizio Belpietro condannato a sei mesi dal G.U. di Milano (non controllò Jannuzzi) "Che mi mettano pure in galera"

Saturday, 9 August 2008
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di Maurizio Belpietro, direttore di “Panorama”

Dunque sono un criminale. Anzi: un pregiudicato. Un giudice, la dottoressa Maria G. Rispoli in servizio a Milano, mi ha condannato qualche giorno fa a sei mesi di carcere. Vi posso assicurare che non ho né violentato né molestato nessuno. E neppure ho commesso un furto o uno scippo.

Avessi compiuto simili reati, probabilmente mi avrebbero congedato con un buffetto o un congnio sconto di pena. Secondo la dottoressa Rispoli ho fatto ben di peggio. Da direttore del Giornale, non ho vigilato come avrei dovuto, consentendo la pubblicazione di un articolo di Lino Jannuzzi dedicato alla procura di Palermo. (…)

Ma la critica a un magistrato, a cominciare da quella d’imbastire processi politici, in Italia è vietata: viene equiparata alla delegittimazione del pubblico ministero, anzi alla sua diffamazione.

Non lo può fare un giornalista e non lo può fare neppure un senatore della Repubblica. Già, perché Jannuzzi all’epoca dei fatti era un parlamentare. Teoricamente in questo Paese la Costituzione tutela
la libertà di parola e pure la libertà di stampa, ma ancor di più difende il diritto di senatori e deputati di esprimere liberamente le loro opinioni. L’insindacabilità dell’azione dei rappresentanti del popolo è una prerogativa prevista dall’articolo 68 della Carta su cui si fónda lo Stato.

Ma quando c’è di mezzo un giudice, la tanto celebrata Costituzione diventa carta straccia. Se a querelare è un magistrato, pur se è pendente un giudizio di legittimità costituzionale, il processo non si ferma. Se è un giudice a dirsi vittima per un articolo di un parlamentare, che il Parlamento ritiene che non possa essere perseguito, si persegue il direttore che ha consentito la pubblicazione dell’articolo. (…)

Continuerò a pubblicare Jannuzzi (che peraltro ora rischia quanto me, perché non è più parlamentare, ma almeno è protetto dallo scudo dell’età che gli evita il carcere) e anche Guzzanti. Mi mettano pure in galera. Continuino a condannarmi e ad arricchirsi con sentenze di autotutela (negli anni alcuni magistrati hanno accumulato milioni esentasse dicendosi vittime). Se devo finire dietro le sbarre pur di essere libero d’affermare che i giudici sono una casta che un giornalista non può criticare, nemmeno quando sbagliano, bene: sono pronto. Così mi riposo.

P.S. Non vorrei sembrarvi incosciente. Conosco il carcere per essere stato costretto a lavorarci per quasi un anno quand’ero militare. So del dolore causato dalla lontananza forzata dalle persone amiche e dalla propria casa. Non ignoro il disagio dovuto a una convivenza obbligata, che impedisce di godere di un po’ di solitudine. Ho cognizione del fastidio di stare in una cella in cui l’odore degli avanzi di cibo si mischia a quello di chi vi abita fino a incollarsi sulla pelle. Conosco insomma cosa prova un detenuto. Soprattutto se innocente.

Leggi anche www.dituttounblog.com/articoli/condanna-belpietro-milano

Giampaolo Pansa: "La Resistenza e i tre inverni della paura"

Saturday, 9 August 2008
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Giampaolo Pansa: “La resistenza è sempre stata la mia patria morale. Avevo dieci anni al momento della liberazione della mia città sul Po nel Monferrato, sono stato uno dei primi studenti italiani a fare una tesi di laurea sulla guerra partigiana, sulla quale poi si è stratificata tanta retorica, una versione quasi favolistica di quello che è accaduto, che non ha reso possibile capire anche la verità più semplice: non si può dire che da una parte erano tutti angeli e dall’altra tutti diavoli”.

Pansa, finalista al premio Pen Club il prossimo 6 settembre a Compiano (Parma), non ha peli sulla lingua nel presentare “I tre inverni della paura” (Rizzoli, p. 567, 21,50 €), il suo settimo libro dedicato alla Resistenza.

Intervistato da Francesco Mannoni della “Gazzetta di Parma”, il giornalista e scrittore piemontese è stato chiaro: “Si è dimenticato che lo schieramento partigiano comunista voleva trasformare l’Italia in una specie di Ungheria nel Mediterraneo. C’è una sorta di santificazione di quel momento che è stato un momento grandissimo, ma che per fortuna è sfociato nella liberazione dell’Italia dove non c’era l’Armata Rossa, ma le armate alleate”.

“Ho deciso di aprire una porta – ha continuato Pansa – che era sempre stata chiusa dalla retorica resistenziale, e vedere che cosa era successo anche nella parte di chi era stato sconfitto”.

Incalzato dal giornalista, Pansa ha affermato: “Le formazioni comuniste avevano continuato a uccidere anche a guerra finita, perché speravano di poter conquistare il potere politico in Italia con l’aiuto delle armi”. Perché solo Pansa ha cercato la verità in tutti questi anni? “ …più mi accusano, più cercano di boicottare le presentazioni dei miei libri, e più io, senza farmi vedere troppo mi frego le mani perché queste reazioni mi dicono due cose: primo, che ho visto giusto. E poi perché tutte le polemiche servono a far acquistare il libro da molti più lettori e a parlare dell’autore. Quelle che io chiamo le sinistre regressiste, a cominciare dall’Anpi, non si rendono conto di fare il mio gioco”. (Paolo Martocchia)