Dove la mafia non esiste, dicono

Friday, 5 December 2008
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articolo di Pietro Orsatti per www.orsatti.info

Dopo le dichiarazioni recenti di Vittorio Sgarbi (“la mafia non esiste”) andiamo a vedere chi “governa” il trapanese e anche la città, Salemi, di cui il critico d’arte più discusso e “discutente” del Paese è diventato recentemente sindaco. Leggi il resto –> »

ADDIO AL RATING. Finalmente se ne va la VERA CAUSA delle bufale Lehman, Parmalat, etc.

Friday, 5 December 2008
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di Gianluigi De Marchi per www.dituttounblog.com

Finalmente hanno gettato la maschera: il rating, cioè il giudizio di affidabilità sugli emittenti di titoli che viene rilasciato da società specializzate, non sarà più utilizzato dalla Consob per i prospetti informativi. Dopo la figuraccia di Lehman (e dopo le precedenti figuracce su Parmalat) era difficile cercare di tenere in vita una finzione che dava informazioni distorte agli investitori.

E già, perché il rating, quella specie di pagella (con voti espressi in genere con lettere: AAA ottima e solidissima, AA buona e solida e giù giù fino a C, traballante e pericolosa e D, in fallimento) che le agenzie specializzate come Standard & Poors e Mody’s rilasciano alle società che ne fanno richiesta è del tutto inaffidabile, e gli esperti lo sapevano benissimo.
Basta ricordare come viene elaborato.
Le agenzie si basano su documenti ufficiali come il bilancio, che nasce già “vecchio” (perché riporta la vita della società nell’anno precedente) e spesso nasce “deforme” (perché alterato bnelle sue voci proprio per ingannare il pubblico). Ricordiamo il caso Parmalat, che all’attivo aveva un fantomatico conto corrente per 4 miliardi presso la Banca d’America, ovviamente neanche aperto…
E le agenzie incassano laute e profumate parcelle per dare i voti sulla pagella: da quando in qua il maestro è pagato dagli allievi? Come fa il maestro a bocciarli se poi non gli accreditano lo stipendio?
Peccato che sulle pagelle gli investitori facessero affidamento e la stessa Consob le citasse con grande rilievo sui prospetti, dando così, indirettamente, una patente di credibilità ai giudizi.
E così, punto e a capo, si va avanti senza rating. Niente di grave, il mercato ha altri strumenti (ben più efficaci ed aggiornati giornalmente) per giudicare le prospettive di una società che emette obbligazioni: si chiamano CDS (sigla che indica la solita espressione inglese “Credit default swap”, cioè il rischio di credito) ed indicano molto bene la probabilità di insolvenza di un’azienda: più sono costosi, più c’è rischio.
E siccome i CDS sono quantificati dagli operatori che assicurano i crediti (non da chi, asetticamente, li giudica) è chiaro che sono ben più precisi nell’indicare il rischio di una società, perché se poi questa salta con un CDS basso chi ha “quotato” il rischio ne subisce pesanti perdite. Che sano ben pù affidabili emerge dal recentissimo caso Lehman: mentre S&P e Moody’s continuavano a dormire sonni beati gratificando la banca con doppia A, i CDS erano a livelli tripli del “normale”, facendo presagire chiaramente da mesi un forte rischio d’insolvenza.
Dovremo abituarci a nuovi strumenti ed a non fidarci più di chi opera sulle carte ma sulla propria pelle: i “professorini” col master dovranno lasciare posti e stipendi a chi rischia in proprio,m con metodologie forse meno raffinate ma ben più efficaci.

FORUM SU MASTELLARINI E LA BEGA MONTANELLI-P2-TRAVAGLIO

Thursday, 4 December 2008
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Rosaria Capacchione racconta l'effetto Saviano agli americani

Thursday, 4 December 2008
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di Rachel Donadio per l’International Herald Tribune, tradotto da Gabriele Mastellarini per www.italiadallestero.info

ALLA SCOPERTA DEL MONDO DELLA CAMORRA.

CASERTA – In Italia è chiamato “l’effetto Saviano”, la grande attenzione nazionale sul fenomeno camorra, ottenuta dopo il best seller 2006 di Roberto Saviano, “Gomorra”, che ha evidenziato come in Campania siano cresciute la violenza e gli affari dei potenti clan.

Ma mentre Saviano, 29enne, è ormai un nome noto, che appare regolarmente sui mass media italiani da quando ha ricevuto minacce di morte che lo costringono a nascondersi, altri giornalisti hanno trascorso anni tranquilli a coprire – e scoprire – lo stesso terreno inquinato.

Una delle più rispettate è Rosaria Capacchione, una reporter veterana de “Il Mattino”, il quotidiano di Caserta [“Il Mattino”è il primo quotidiano della Campania, N.d.T.], città non lontano da Napoli, che dalla metà degli anni Ottanta ha raccontato le piccole storie di morti violente e gli intricati affari dei capicosca della Camorra, in particolare della famiglia dei Casalesi, chiamati così per la loro provenienza dalla città di Casal di Principe.

Di recente è scattato un altro genere di “effetto Saviano”: a marzo la Capacchione ha avuto una scorta della polizia dopo che un imputato in un importante processo l’ha minacciata di morte – lo stesso ha fatto contro Saviano e un magistrato, Raffaele Cantone, entrambi già sotto scorta.

La Capacchione detesta avere una scorta. “Ho perso tutta la libertà che avevo”, ci ha raccontato irritata la settimana scorsa seduta nella sua scrivania alla redazione di Caserta de “Il Mattino”. “La cosa assurda è che avevo subìto gravi, chiare e evidenti minacce nel corso degli anni. Ma allora non c’era il fenomeno Saviano”. “Il resto del mondo non sapeva dell’esistenza della camorra e dei Casalesi” ci ha detto, aggiungendo poi: “Faccio questo lavoro da prima della nascita di Roberto Saviano”.

Sotto la camorra negli ultimi decenni la Campania, che ha Napoli come capoluogo, è diventata il centro di una rete criminale internazionale, che include traffico di droga, smaltimento illegale di rifiuti, frodi in opere pubbliche e riciclaggio di denaro sporco in affari come supermercati e scommesse.

Nel suo primo libro “L’oro della Camorra” che è uscito in questo mese ed è già un best-seller nella classifica italiana delle vendite, la Capacchione ripercorre la carriera criminale di quattro dei più conosciuti componenti il clan dei Casalesi: Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine. I primi due stanno scontando l’ergastolo, gli altri due sono tra i principali ricercati in Italia.

Utilizzando le trascrizioni degli atti giudiziari nei suoi articoli, la giornalista mostra come i boss abbiano guadagnato dai contratti per la costruzione di un treno ad Alta Velocità a Napoli, dalla creazione di un cartello per distribuire zucchero e da altri beni di prima necessità in Campania. A causa della Camorra, la regione ha un elevato numero dei tumori a causa dello scarico di rifiuti tossici e dell’incremento del consumo di cocaina.

“Non volevo scrivere un libro, ma la Rizzoli mi ha praticamente costretto”, spiega Rosaria Capacchione, riferendosi al suo editore. Mentre lei si vede come una reporter sempre di ronda, non compatibile con il circo dei mass media che è esploso su di lei dopo le minacce ricevute.

Rosaria Capacchione, 48 anni, è nata e cresciuta in Campania, dove vive ancora oggi. E’ tosta, occhi Levantini, una voce da fumatrice e una piccola, brillante croce intorno al collo. Riservata, a volte ironica, certe volte sorride, raramente ride. Ma stare davanti alla Capacchione significa assorbire un’intensità – e un fatalismo – nati da anni trascorsi a coprire un violento, apparentemente intrattabile, conflitto.

Essere in prima linea comporta questi rischi. Il mese scorso, la Capacchione tornava a casa per cercare alcune cose e trovò sottosopra l’appartamento dove vive da sola, tuttavia nessun oggetto di valore era sparito. “Avevano preso un premio giornalistico che avevo vinto”, racconta. “Significava molto per me”.

Non sa chi sia stato. Sa che la scorta la può proteggere solo fino ad un certo punto. “Se volessero uccidermi, potrebbero farlo con o senza una scorta, qui o altrove” dice. La Capacchione si vanta del proprio approccio “scientifico” – decifrare gli indizi, esaminare i documenti legali. In un processo si era accorta che i pubblici ministeri avevano fornito molte meno prove su un imputato rispetto a quelle che avevano raccolto sugli altri. “Allora sono arrivata io e ho aggiunto i pezzi mancanti”. È una battaglia di furbizia e volontà tra la Camorra e le autorità.

“La cosa più divertente è quando trovi poliziotti e magistrati intelligenti che lottano contro criminali svelti” dice. “Diventa una sorta di partita a scacchi”.

Nella terra della camorra c’è un’invisibile linea tra legalità e illegalità. Non è improbabile trovare personaggi del crimine organizzato con parenti negli uffici pubblici, forze armate, sistema giudiziario o in altri settori pubblici come le cure mediche, ci dice. “Se compro una sentenza, significa che qualcuno l’ha venduta” commenta.

Mentre oggi la camorra può contare meno sui politici, lei dice che i politici contano sulla camorra per avere voti. Ed è difficile per i cittadini distinguere tra criminali e non criminali. “Non si può mai sapere” ammette. “O, peggio ancora, si sa”.

Uno studio dell’anno scorso evidenziò come il crimine organizzato fosse la più grande industria dell’economia italiana, attestandosi al 7% del prodotto interno lordo, 127 milioni di dollari l’anno.

Qual è la soluzione? “Non lo so” risponde Rosaria Capacchione. “E’ un problema complesso”. Nel corso degli anni “hanno arrestato centinaia e centinaia di persone”.

Infatti, dalla metà degli anni Novanta più di 500 persone sono state arrestate e più di 4.000 indagate nell’ambito di varie operazioni, come quella culminata nel processo “Spartacus”, tutt’ora in corso, uno dei più complessi della storia italiana. Ma ancora nessun cambiamento. I membri dei clan “si rigenerano”. “Io sono arrivata alla terza generazione” fa notare la giornalista. “Hanno vite brevi”.

Il fatto che tutti sappiano che c’è un problema e che ancora nessuno – governo, chiesa, militari – abbia la volontà politica di risolverlo può sembrare una cosa peggiore del problema stesso.

Personaggi pubblici sono spesso al centro di attentati. Nel 1990 un deputato della città di Mondragone, a nord di Napoli, che era stato coinvolto in un appalto per un pubblico contratto, sparì. I suoi resti vennero trovati solo nel 2003, scoperti nel corso di un’altra indagine sul crimine organizzato.

In alcuni stati l’assassinio di un pubblico ufficiale causerebbe una presa di coscienza nazionale e le cose cambierebbero. “Ah davvero? Interessante” dice Rosaria Capacchione, con un’espressione cupa e impassibile. “Qui uccidono tutti e non succede nulla”.

L’articolo originale di Rachel Donadio

(La foto di Rosaria Capacchione e’ del sito www.roseto.com di Luca Maggitti)

BERLUSCONI SHOCK: AL PROSSIMO G8 LIMITEREMO INTERNET

Thursday, 4 December 2008
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INTERVISTA ESCLUSIVA A VINICIO CAPOSSELA CHE PRESENTA IL TOUR "DA SOLO"

Thursday, 4 December 2008
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Intervista a Vinicio Capossela di Enzo Angelini

“L’illusione è tutto nella vita”, la scritta campeggia su uno striscione appeso nell’androne del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno. È il prologo allo spettacolo introdotto dal mago burlesque Cristopher Wonder (meraviglia) da Los Angeles, alto sui trampoli che s’avanza nella platea e, sotto il cilindro e baffi da topo, annuncia: “Ladies and gentlemen…” l’inaugurazione del tour “Da Solo” di Vinicio Capossela; tutto esaurito da settimane.

Mi pare che “Da solo”, rispetto agli altri dischi, segni un salto nella maturità intesa come omogeneità di registri musicali, atmosfere ed intenti…

L’organicità di questo lavoro è un po’ al centro. È un po’ un disco, per citare a sproposito un opera che amo moltissimo: “Le variazioni di Goldberg” (opera sperimentale di J. S. Bach nda) dove c’è un tema e poi ci sono tutte quelle le variazioni intorno a quel tema e finiscono con la 32/ma, che è la stessa dell’inizio. È un po’ come in questo disco dove, sia le strutture armoniche, sia le angolazioni narrative, vertono tutte attorno ad un tema che viene poi svolto con diversi tipi di locazioni geografiche ed anche di armonizzazioni orchestrali. Però, il nucleo di questa solennità, della forma dell’inno, è quella che sta dietro a tutti i pezzi. E questo non so se è una questione di maturità…Il problema é soltanto una questione di omogeneità. Per esempio – Ovunque Proteggi – era un disco dal punto di vista del suono completamente disomogeneo; ma volutamente, perché si dava un altro criterio che era quello di andare al fondo evocativo di ogni brano. Quindi, sia il genere che il tipo di suono erano completamente diversi brano per brano.

Musiche ed atmosfere di “Da solo” sembrano venir fuori dagli anni 20/30 negli Usa della grande depressione. Una semplice coincidenza con la crisi che s’annuncia oggi?

Mio malgrado, mi sono accorto di essere sempre stato un cantante pre-biografico. Fino ad adesso la pre-biografia si é occupata spesso di vicende della mia vita: prima le scrivi e poi ti succedono. Però, per uno strano meccanismo, fatalismo…L’evocazione, anche solo con gli strumenti usati: è un po’ l’età mitica dell’America, tutta l’opera di Woody Gutrie, le canzoni “Disaster songs” sulle grandi catastrofi: dal Titanic alle tempeste di polvere… Effettivamente, è imbarazzante veder il natural coagularsi di questi avvenimenti proprio in questi giorni d’uscita del disco. Certe cose sono delle figure come mitiche e vengono interpretate dall’attualità..

L’allestimento teatrale: costumi, parrucche, pannelli, pupazzi, accenni a coreografie, cresce sempre più nei tuoi spettacoli: chi se ne occupa e quanto lavoro comporta?

In questo caso me ne occupo io con la mia struttura di produzione che si chiama – La Cupa – che si avvale di valenti collaboratori. Io cerco di averli, non tanto per altisonanza di nomi; per contiguità, conoscenza diretta. In questo caso si avvale dell’opera di un amico, in arte – Dum Dum Arredamento -; lui ha concepito e costruito questa gigantesca gabbia da King Kong che raccoglie le attrazioni che io metto in scena nella seconda parte dello spettacolo. Poi, c’é lo scultore Stefano Bombardieri che ha fatto il maiale a due teste, il bambino ciclope. Ho pensato di usare dei side show banners che sono quei disegni con l’illustrazione delle attrazioni: questo l’ha fatto Davide Toffolo. Da una ditta di lunapark abbiamo fatto costruire l’insegna – Solo Show -. Insomma tante cose, c’è un lavoro molto dettagliato che è veramente un bellissimo e sinistro giocattolo che si avvale di una bellissima orchestra e dell’opera di Cristopher Wonder che viene dalla scena burlesque di Los Angeles.

La strada è sempre presente nei tuoi lavori, nei tuoi riferimenti letterari e cinematografici compreso “Da solo”. Concluderai il tour con quattro giorni sulla ribalta del Teatro Sistina a Roma: non temi di perdere l’odore della polvere?

No, l’odore della polvere viene portato dentro. Al Teatro Sistina non ci sono mai stato né come cliente che altro. Abbiamo scelto dei teatri che abbiano anche una storia, vocazione nel campo del varietà; qualcosa del music – hall. E tutto sommato, anche se attualmente passa per un teatro un po’ paludato…Questo anche in altri teatri che hanno questo tipo di tradizione in Italia. Ma la polvere non dipende dal teatro dove viene rappresentato. Il teatro ti ospita per 24 ore, dopo sono nella stessa polvere di prima.
Il tuo essere sensibile ed onnivoro nelle arti ti porta a sconfinare dalla musica in altri campi: la letteratura che si riflette nei testi e nella produzione narrativa, il cinema sempre fonte d’ispirazione, gli allestimenti teatrali sempre più presenti negli spettacoli. Pare inevitabile che dovrai misurartici più a fondo nel futuro. Per quel che mi riguarda non è questione d’essere onnivori: è solo questione che io non sono un musicista, sono un artista che fa della scrittura, della rappresentazione del mondo poetico che elabora, il suo mestiere. Questa è l’espressione, diciamo così, più naturale. Però, prima o poi mi piacerebbe moltissimo girare un western calitrano. I protagonisti parleranno calitrano e i sottotitoli saranno in inglese.

Il solito metodo del presunto giornalista Marco Travaglio

Wednesday, 3 December 2008
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di Luca Sofri per Wittgenstein

Poi dice lo querelano

Premessa per i sovreccitati: mi interessa segnalare il metodo del presunto giornalista, come al solito. Delle responsabilità penali e morali di Versace, o dell’agenda di Battista non me ne frega niente. Il secondo non scrive cose con cui sia d’accordo da anni, e anzi ha un repertorio fisso di obiettivi che mi annoia.

E per esempio, ieri non l’avevo letto. Ma oggi, attratto dal titolo della rubrica sull’Unità del presunto giornalista (”Pierluigi Ballista”, che ridere!), la leggo, e ne capisco che ieri sul Corriere Battista avrebbe scritto – contraddicendo una cosa detta da Di Pietro – che Santo Versace fu assolto, alla fine di un processo dei tempi di Tangentopoli in cui Di Pietro fu accusatore. E in effetti Battista ha scritto, sul Corriere di ieri:

Perché per esempio deformare le cose rivendicando una condanna a Santo Versace, quando invece lo stilista venne assolto in appello davanti al tribunale di Brescia? 

Ora, che Di Pietro abbia “rivendicato una condanna” devo crederlo, perché non ho con me il suo libro a cui Battista si riferisce, e non pensavo di leggerlo finora. E lo stesso presunto giornalista oggi non lo nega, quindi ipotizziamo che sia vero.
Ma secondo il presunto giornalista quella di Battista sarebbe una bugia, meritevole di uno spiritosissimo titolo e di una rubrica intera a pagina 3 sull’Unità. E sapete qual è la bugia (che “rimedia a Battista un’altra figuraccia”, addirittura)? Aver chiamato “tribunale” quella che invece è una “corte d’appello”. Versace fu infatti assolto sì, come dice Battista: ma da una Corte d’Appello (e poi dalla Cassazione, che confermò) e non da un “tribunale”. Questa è la falsità. Wow: una vera figuraccia. 
Attenzione, perché il presunto giornalista ha un’altra clamorosa smentita alla formulazione di Battista, secondo lui: dalle due corti Versace fu “assolto in quanto concusso” (sorvolo sull’insensatezza della formulazione, ovviamente mai pronunciata da un giudice). Non si capisce perché questo debba smentire la frase di Battista. Il quale non ha detto “Versace è un sant’uomo e mai mise mano al portafoglio”: ha detto solo che vantarsi di averlo fatto condannare per un reato, trascurando il fatto che poi per quel reato fu assolto, corrisponde a “deformare la realtà”. Volete cercare il pelo nell’uovo? Ok, avrebbe dovuto dire “nascondere parte della verità”.
Ma comprendendo che la sua polemica in soccorso dell’amico Di Pietro è molto acrobatica, il presunto giornalista è costretto a inventarsi davvero che Battista abbia detto “Versace è un sant’uomo”, giuro. E scrive che Versace ottiene la “pubblica laude di Battista”. Leggetevi l’articolo, e trovatemi questa “pubblica laude”. Non esiste. È come dire che se io correggo qualcuno e scrivo che Erode non ha bombardato Dresda, la mia è una “pubblica laude” di Erode.
Ovvero, il solito metodo

Berlusconi si loda e finisce con l’imbrodarsi. Quel carteggio tra Commissione e governo Prodi sull’IVA dimostra che c’è stata una fregatura. Per noi.

Wednesday, 3 December 2008
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di Marco Caruso per Il Pensatore

Non so bene come intitolare questo post.
Ma di sicuro posso anticiparvi in sintesi il mio commento: che fregatura. Leggi il resto –> »

I cronisti freelance pagati 10 euro per un articolo e 2,5 per una foto. Nessuno ne parla…

Wednesday, 3 December 2008
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Lettera del giornalista freelance Danilo Rocca al professor Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine Giornalisti della Lombardia (in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=2968)

Caro Presidente,
Leggo le controversie tra i dirigenti e le polemiche in questi giorni, che germogliano e stanno sotto questo annoso problema del contratto, mai e ancora non firmato. E colgo questa turbolenza, tra ventagli di ipotesi, una più terrificante dell’altra. I licenziamenti, gli aumenti Casagit, l’indurimento nel braccio di ferro, del polso degli editori, questo muoversi di primedonne. E nello stesso tempo, scrivo, no? Scrivo i miei pezzi, di corrispondente locale di un grande quotidiano. Guadagno 10 euro, se scrivo più di 40 righe; 7 al di sotto delle 40. Soldi lordi intendiamoci: 2,5 per una foto digitale. E penso, non posso fare a meno di farlo, 20 anni interamente dedicati a questo lavoro, professionista, 45 anni.

Penso a chi c’è nelle redazioni in cui lavoro, gli indeterminati, come contratto, e nella capacità di mantenere viva questa professione, senza generalizzazioni. Ma come si fa a stare seduti su una poltroncina, e ordinare pezzi, che sai che saranno pagati, lordi, cifre simili.

Ma, mentre tutto slittava, in questi 10 anni, l’Ordine, non quello regionale, quello quando c’eri tu funzionava, ma per il resto, dov’era? Adesso ci si stupisce se gli editori vogliono fare il sacco… Ma se lo faranno, se lo potranno fare, è perché sanno, sono stati abituati a sapere, che questa professione, da un punto di vista etico, è andata. Perché se io vado a prendere il funerale di una giovane, caduta da un monte, pianta da 3000 persone, da una mezza città, e prendo 10 euro, se sono pazzo, e sono pazzo, ci metto la testa, il cuore, e lo faccio. Ma la soglia di scrittura, di attenzione ai dettagli, che tiene questo lavoro, ancora nel lavoro, e non nel campo delle manfrine e delle chiacchiere, potrebbe slittare, magari, solo per fame, per vista appannata. E farei, anzi, scriverei una cosa ridicola, o non credibile. E così quando vado a parlare con un sindacalista, di una azienda che licenzia, o con un disoccupato, con un medico, che cerca di gestire una criticità in un ospedale, o scrivo di un incidente, di un ragazzo morto contro un guard rail, poi ne esco, e ne devo parlare. E la stabilità dell’opinione che del mio giornale avranno i lettori, passa anche da quello che scrivo.

Così, sul mio giornale, così nel mondo che ci guarda, che guarda noi, giornalisti.
 
Allora, la domanda mi sorge spontanea. Il contratto? Le garanzie mutualistiche, la previdenza. Ma prima, la tutela del lavoro. Perché chi ha la poltroncina, chi è capo, deve anche pensare a chi il giornale lo scrive. A chi sta sulla strada, e non solo al computer, e lima i pezzi. E io credo che nei maggiori quotidiani nazionali, questa cosa sia stata dimenticata. So di testate regionali, di grandi province, dove da due anni non si fa una riunione con i corrispondenti. Di settimanali dove i pezzi di sport li pagano di meno: normale no? E mi domando se l’Ordine queste cose le sappia. Perché non si vive alle spalle degli altri, o sulle loro disgrazie, e si iniziano a dire dei no. Chi è più garantito, lotta per chi ha di meno, chi ha garanzia, cerca di estenderla. Si creano dei tariffari reali, mica quelli che vengono interpretati da ogni editore in maniera personale, e sempre al ribasso.

Invece vedo tanti colleghi intervenire su tanti fronti di una professione che sta per non esistere più. Credimi, credetemi, se vorrai pubblicare questa mia. Se un mio pezzo, anche pubblicato sulle pagine nazionali del quotidiano per cui lavoro, vale 10 euro, è inutile andare a vedere cosa c’è sulla piattaforma; verrà il nuovo contratto (?!) saranno 15?; non credo, ma nel caso, sono sempre cifre che giustificano chi non prende più sul serio questa professione. E se poi gli editori ci prendono per il naso…

Vagli a dare torto. Ciao Francesco
Danilo Rocca

CLASS ACTION: HANNO CREATO UN MOSTRO!

Wednesday, 3 December 2008
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di Gianluigi De Marchi per www.dituttounblog.com

Non è ancora nata, perché il regolamento di attuazione gira da una commissione all’altra da mesi, ma è già chiaro che il feto sarà un mostruoso OGM (organismo geneticamente modificato) che produrrà scarsissimi effetti contrariamente alle tante attese.
Parliamo della “class action” (termine orribile per dire “azione collettiva”; ma possibile che anche per difendere i risparmiatori si debbano usare terminologie incomprensibili ai più come fanno le banche?) che il Ministro Scajola sta portando avanti a fatica in queste settimane.

Ricordiamo prima di tutto che la legge che regola l’azione giudiziaria collettiva contro un’impresa (non solo una banca, ma qualunque azienda produttiva) è già stata approvata nella scorsa legislatura, ma l’applicazione è stata rinviata al 1° gennaio 2009 per mettere a punto “miglioramenti” e “regole di comportamento” (procedure per l’avvio dell’azione, interessi tutelabili, competenze dell’autorità giudiziaria).

Il lavoro in corso tocca alcuni punti che rischiano concretamente di svuotare la portata del provvedimento e di modificarlo sostanzialmente in punti strategici.
Vediamone alcuni dettagli.

Il primo è sicuramente il più importante: la “class action” potrà essere esercitata per illeciti verificatisi dopo il 1° gennaio 2008. Un palese colpo di spugna su tutti i misfatti compiuti dal sistema bancario negli scorsi anni (già sanzionati dalla Consob a più riprese e da molti Tribunali per cause individuali) aventi ad oggetto Cirio, Parmalat, Argentina, ed altri casi minori. I collocamenti di questi titoli sono infatti avvenuti prima, e quindi le banche restano automaticamente esentate da ogni responsabilità collettiva (resta, per fortuna, la responsabilità individuale, che va però tutelata con procedimenti singoli).

Il secondo, più sfumato, ma altrettanto pericoloso. Nel testo del regolamento si fa costante riferimento a “consumatori ed utenti”, non si parla mai di “risparmiatori ed investitori”. Vuoi vedere che è pronto un altro colpo di spugna che praticamente elimina i ricorsi contro gli intermediari finanziari? A pensar male si fa peccato, è noto, ma si ha quasi sempre ragione (è altrettanto noto…).
Il terzo, potenzialmente gravissimo in un paese come l’Italia (paese di Santi, di Navigatori di Eroi e di Cavillatori) è costituito dal fatto che la tutela di diritti della pluralità di interessi di utenti che si trovano in situazioni identiche (condizione preliminare per avviare una class action) può essere esercitata da un singolo risparmiatore. Per l’esattezza, dal primo che presenta un ricorso in un qualunque Tribunale della repubblica. Una volta presentato, nessun altro potrà far ricorso, e tutti dovranno accettare la sentenza senza possibilità d’appello. Siamo così maliziosi dal pensare che il 2 gennaio tutte le aziende (banche in testa) presenteranno, firmata da una “testa di legno” qualunque, un ricorso contro se stesse, formulata in maniera tale che la denuncia sia respinta? Con buona pace per i diritti dei veri utenti danneggiati…

E’ inequivocabile, siamo di fronte ad un OGM che non può più essere definito “azione collettiva”; o per lo meno, è uno sterile strumento che diverrà presto inutilizzabile e ci coprirà di ridicolo nei paesi che hanno una “class action” veramente efficace.
Bastava tradurla e copiarla…

Biowashbufala

Wednesday, 3 December 2008
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Mi sembra che da più parti si fossero richieste documentazioni e test sulla ecopalla, ho rintracciato un articolo secondo me molto ben fatto sull’argomento. È tratto dal blog di Federico Pistono, un giovane veronese esperto di informatica e di blog. Ed iscritto al gruppo “Amici di Beppe Grillo” di Verona. (sf) Leggi il resto –> »

AMARCORD. IL CASO DI DELIA CIPULLO E DELLA FIGLIA DI TONINO DI PIETRO

Wednesday, 3 December 2008
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da ll Giornale n. 288 del 2 febbraio 2008

La figlia di Antonio Di Pietro, assunta nel giornale “Italia dei valori” è ignota alla redazione. Ma lui pretende l’atto del praticantato. Il ministro insiste ma la direttrice si oppone: “Anna non ha diritto all’esame di Stato”
da Roma

«Io sono sempre stato a difesa della legalità». Antonio Di Pietro ieri aveva un comizio a Perugia e in campagna elettorale si possono dire anche cose che rischiano di essere smentite dai fatti, in particolare da quella che Achille Occhetto ha di recente definito «la gestione padronale e autoritaria del suo partito». Se poi ci sono di mezzo i figli…

Anna Di Pietro è brillante, di bella presenza, studentessa all’università Bocconi e parla con quell’accento milanese che non ha mai intaccato la cadenza molisana del papà. Nel marzo 2006 viene assunta dalla Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell’Italia dei valori: nella redazione romana di via della Vite, una splendida traversa di via del Corso, raccontano però di non averla mai vista, nemmeno per ritirare le buste paga. Insomma, sulla carta è assunta a tutti gli effetti per svolgere il praticantato che dà diritto a sostenere l’esame da professionista. Solo che non ha mai lavorato.

Al giornale, nel frattempo, avevano pensato che avesse cambiato idea, che di fare la cronista non avesse più alcuna intenzione. E però in mancanza di comunicazioni diverse continuano a darle lo stipendio, che non ha mai ritirato. Non è l’unica figlia eccellente affidata alle cure della direttrice Delia Cipullo. Tra i praticanti figura anche Antonio Formisano, figlio di Nello, capogruppo al Senato dell’Idv. Lui però lavora davvero, tant’è che nella lista dei praticanti ammessi a sostenere il prossimo esame figura iscritto al numero 83.

Di Anna Di Pietro, invece, al giornale del partito avevano perso le tracce. Anche perché nel frattempo, esattamente a luglio 2007, suo padre intima alla Editrice Mediterranea la dismissione della testata Italia dei valori e pone fine al rapporto che faceva del giornale l’organo del suo partito, con i relativi fondi per l’editoria.
L’editore dà seguito alle richieste dell’ex magistrato, restituendogli la titolarità della testata. Da allora di Di Pietro non hanno più notizie dirette. Incoraggiato dalla combattiva Cipullo, l’editore cerca però di andare avanti con il suo giornale che esce fino allo scorso 4 agosto sotto la testata Idea democratica. Ma il disconoscimento dell’Idv porta alla chiusura di «una redazione vera, di persone vere che facevano un giornale vero» spiega Delia Cipullo, «con più di dieci giornalisti». Insomma, ci tiene a precisare orgogliosa, «non uno di quei giornali finti che servono solo ad avere i soldi dell’editoria di partito».

A gennaio la sorpresa, Antonio Di Pietro si ricorda del suo ex giornale, e così nella redazione ormai in via di dismissione, cominciano ad arrivare dal suo staff una serie di telefonate. Alla direttrice viene chiesto di certificare l’avvenuto praticantato di Anna Di Pietro. A fronte di una situazione contributiva regolare, ci tiene a specificare la direzione del giornale, per far sì che la figlia del ministro possa sostenere l’esame da giornalista nella prima sessione utile occorre che Delia Cipullo certifichi ufficialmente l’apporto dato dalla ragazza alla redazione. La direttrice però da questo orecchio non ci sente e risponde alle insistenti richieste con un netto no: «Non firmo la certificazione perché non sussistono gli estremi per farlo. Il praticante deve stare in redazione e io Anna Di Pietro non l’ho mai vista nemmeno una volta. Non ha mai ritirato le buste paga. A tutt’oggi è ancora una dipendente della Editrice Mediterranea, malgrado tutto non l’abbiamo licenziata. Però fino ad ora non ha mai lavorato e quindi non posso firmare alcunché».

L’ultima telefonata è di due giorni fa, giovedì 13 febbraio. Ma la Cipullo continua a non cedere. Per la figlia del ministro Di Pietro niente esame da giornalista. Una questione di rispetto della legge, in teoria lui dovrebbe capirlo.
I figli so’ piezz ‘e core, si sa, ma un uomo che fonda le sue fortune politiche sulla fama di rigoroso cultore delle regole non può farsi beccare in un plateale fallo di nepotismo: va a finire che in privato sembra adottare esattamente quei metodi «mastelliani» che ama criticare in pubblico.

BIOGRAFIA

Giornalista professionista, Delia Cipullo è nata a Napoli ma è a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) che ha sempre vissuto. Poi il trasferimento a Roma circa otto anni fa. Nel 2000, in occasione del Grande Giubileo, lascia la redazione del quotidiano provinciale presso il quale svolge attività di redattore capo per trasferirsi temporaneamente a Roma dove, in occasione del Grande Giubileo, è team leader nell’organizzazione della macchina comunicativa del Giubileo. Dopo aver frequentato il master in Comunicazione Sociale Istituzionale presso la Facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, Nel luglio del 2003, a qualche mese dalle elezioni europee del 2004, è capo ufficio stampa di Gianni De Michelis, già ministro degli Esteri e ministro del Lavoro, che si candida e viene eletto nelle liste del partito di cui è segretario, il Partito Socialista Nuovo PSI, erede del Partito Socialista di Bettino Craxi. Da spin doctor e ghost writer del leader politico partecipa alla stesura di due saggi sulla comunicazione e sulla comunicazione sociale istituzionale. Curiosamente, e non tardano a sottolinearlo, ed a più riprese, alcune testate nazionali, nel febbraio del 2006 è direttore del quotidiano “Italia dei Valori”, organo ufficiale del partito fondato da Antonio Di Pietro. Oggi si occupa di comunicazione istituzionale ed è consulente di alcuni personaggi politici.

BEPPE GRILLO: DALLE BUFALE ALL'EMMENTAL SVIZZERO. "Caro Beppe, ma a chi vuoi darla a bere?"

Tuesday, 2 December 2008
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di Domenico Malara per Malarablog

Beppe Grillo i soldi dei suoi spettacoli doveva pure investirli da qualche parte. E quale migliore posto se non nell’accogliente e paradisiaca Svizzera? Il Savonarola dell’antipolitica ha deciso, infatti, di prendere casa a Lugano, aggiungendosi a quella schiera di ospiti illustri che hanno scelto come riservata residenza la Svizzera di lingua italiana.

Ovviamente il Grillo parlante mette subito le mani avanti e dice che non ha acquistato una villa per sé, bensì un appartamento per ospitare i server del suo blog, nel caso un giorno venisse fuori una leggina che in qualche modo metterebbe la museruola ai blogger.

E lo stesso Grillo a spiegarlo all’Adnkronos e in un’intervista più ampia rilasciata al quotidiano svizzero “Il caffè online”:

«Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con Beppegrillo.ch o Beppegrillo.eu. Speravo che la notizia non si diffondesse. Non vorrei che venisse interpretata come una mossa codarda o che qualcuno cominciasse a dire che ho comprato la villa in Svizzera. Non è una fuga dalle tasse, per intenderci. L’eventuale trasferimento riguarderebbe solo il blog, non me»

Accusatio non petita, excusatio manifesta!

Ovvio, no? Si inizia col blog e si finisce con i conti bancari.

Caro Grillo, ma a chi la vuoi dare a bere? Se è vero che volevi tutelare il tuo blog, potevi acquistare il dominio beppegrillo.eu o .com o .quelchetipare, direttamente dall’Italia, senza bisogno di espatriare. In ogni caso, se le autorità italiane decidono di oscurare un sito, possono farlo senza stare a guardare il suffisso.

Anche l’ottimo Gabriele Mastellarini, direttamente da suo blog si rivolge al compagno di merende di Grillo, il sempre ben informato Marco Travaglio, per spiegare al caro Beppe che la gente, contrariamente a ciò che potrebbe pensare lui, non è stupida.

Scrive Mastellariti:

Caro Travaglio, avrai certamente letto che Grillo ha confermato questo repentino cambio di abitazione (e forse anche di residenza, dopo che da quelle parti è già di stanza la cantante Mina) giustificandolo con la possibilità di censura per il suo blog www.beppegrillo.it, sul quale anche tu – caro il mio Travaglio – appari tutte le settimane. Ovviamente un’altra balla, più grande della Bio palla.

Ti basterà verificare sul sito www.nic.it e notare che il dominio www.beppegrillo.it non è intestato a Giuseppe Grillo ma a un certo Emanuele Bottaro, esperto di informatica, già presidente di un’associazione dei consumatori (se non hai tempo di verificare, l’ho già fatto io per te e ti ho incollato tutto alla fine di questa lettera).

Il dottor Bottaro è di Modena e risulta essere anche l’amministratore del sito, mentre di Grillo nessuna traccia ufficiale. Se il discorso del comico avesse una valenza logica, a espatriare doveva essere Bottaro e non lui.

Caro Travaglio, sarebbe bene che avvertissi Grillo dicendogli che la Svizzera non è nell’Unione Europea e che può (poteva) benissimo comprare il dominio beppegrillo.eu direttamente dall’Italia. Anzi bastava sollecitare Bottaro a farlo per suo conto, come già avvenuto con beppegrillo.it.

A scanso di equivoci, caro Travaglio, ti comunico che dall’Italia è possibile aprire comodamente un dominio .eu, .com, .info, etc senza doversi trasferire. Inoltre, come ben sai, se le autorità italiane decidono di oscurare un sito possono farlo senza stare a guardare il suffisso. E lo stesso accade in Svizzera, anzi lì sono molto più rigidi.

A proposito. Leggete cosa dice Sergio Fornasini (esperto di informatica, tecnico di reti, project manager di un’importante multinazionale di tlc):

«I domini beppegrillo.ch e beppegrillo.eu risultano già occupati, ennesima dimostrazione che il Grillo non sa nemmeno lui cosa stia dicendo a proposito della migrazione eventuale del suo blog su un altro dominio o all’estero. Se solo lontanamente avesse davvero preso in esame l’ipotesi si sarebbe quanto meno informato, questo invece dimostra che non è stato fatto nemmeno uno studio di fattibilità a quanto sta affermando. Non male per quello che in tutte le classifiche è il primo blogger in Italia, e che non fa altro che parlare delle meraviglie della rete»

Insomma, è sempre la solita storia. Predicare bene e razzolare male, malattia particolarmente diffusa tra i moralizzatori. Come dire: «Fate ciò che dico, non fare quel che faccio». Povero Grillo, ultimamente non gliene va bene una. Beh, magari in Svizzera potrebbe rifarsi e passare dalle bufale all’Emmental.

CLAMOROSO! SBUGIARDATO BEPPE GRILLO. "SE MI OSCURANO RIPARTO CON BEPPEGRILLO.EU O BEPPEGRILLO.CH". MA NON SA CHE SONO GIA' OCCUPATI

Tuesday, 2 December 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

Beppe Grillo (comico, esponente dell’antipolitica)”Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con Beppegrillo.ch o Beppegrillo.eu. Speravo che la notizia non si diffondesse. Non è una fuga dalle tasse, per intenderci”.
Sergio Fornasini (esperto di informatica, tecnico di reti, project manager di un’importante multinazionale di tlc): I domini beppegrillo.ch e beppegrillo.eu risultano già occupati, ennesima dimostrazione che il Grillo non sa nemmeno lui cosa stia dicendo a proposito della migrazione eventuale del suo blog su un altro dominio o all’estero. Se solo lontanamente avesse davvero preso in esame l’ipotesi si sarebbe quanto meno informato, questo invece dimostra che non è stato fatto nemmeno uno studio di fattibilità a quanto sta affermando. Non male per quello che in tutte le classifiche è il primo blogger in Italia, e che non fa altro che parlare delle meraviglie della rete”.
UPDATE: OCCUPATI ANCHE I DOMINI .INFO, .NET., .ORG E .BIZ Se ne sono avveduti anche sul sito “Abruzzo Liberale”, in un articolo dal titolo: “Ma Grillo ci prende per il naso?”. Fra l’altro a loro risultano occupati anche i domini beppegrillo.com .info .net .org. Tutto vero, è sfuggito loro solamente che è registrato anche il dominio beppegrillo.biz, tanto per fare l’en plein. (Sergio Fornasini)

LE CAZZATE DI BEPPE GRILLO E IL CONFLITTO DI INTERESSI DI MARCO TRAVAGLIO. PASSIAMO PAROLA!

Tuesday, 2 December 2008
Pubblicato nella categoria EDITORIALI

Lettera aperta di Gabriele Mastellarini a Marco Travaglio e, per conoscenza, a Filippo Facci

Oggetto: Giuseppe Grillo detto Beppe.

Caro Travaglio,

mi permetto di darti del tu, perche’ nei 6 sms che mi hai inviato qualche mese fa il tenore era lo stesso. Mi rivolgo a te come giornalista abbastanza conosciuto per essere “controcorrente” (ma non montarti la testa pensando a Montanelli dal quale sei distante anni luce) e per segnalarti il caso di un certo Giuseppe Grillo, in arte Beppe, che certamente conoscerai visto che ogni settimana il suo faccino in piccolo appare vicino al tuo faccione mentre arringhi la folla internettiana al grido di Passate Parola.

Battute a parte, caro Travaglio, vorrei che scrivessi un articolo, un’inchiesta, che ne parlassi ad Anno Zero, insomma vorrei che in qualche modo ti occupassi delle due recenti “scivolate” di Grillo, seguite anche da noi su questo bloGiornale.

La prima e’ quella della Biowashball, una palla di nome e di fatto. L’aggeggio per fare il bucato (sic!), che costa piu’ di 30 euro del quale Grillo parla nel suo ultimo spettacolo in giro per l’Italia evidenziando le doti pulenti, e’ stato immediatamente sbugiardato dalla trasmissione televisiva Mi Manda RaiTre e dal giornale specializzato “Il Salvagente” (CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIU’). Della castroneria detta da Grillo i giornali non hanno parlato e anche tu hai fatto finta di non sapere.

Un’altra castroneria bella e buona il signor Giuseppe Grillo da Genova l’ha propinata ieri alle agenzie di stampa dopo che il giornale on-line “Il Caffe'” (LEGGI L’ARTICOLO) aveva smascherato la sua nuova casa a Lugano, citta’ nota soprattutto agli esportatori di denaro.

Caro Travaglio, avrai certamente letto che Grillo ha confermato questo repentino cambio di abitazione (e forse anche di residenza, dopo che da quelle parti e’ gia’ di stanza la cantante Mina) giustificandolo con la possibilita’ di censura per il suo blog www.beppegrillo.it, sul quale anche tu – caro il mio Travaglio – appari tutte le settimane. Ovviamente un’altra balla, piu’ grande della Bio palla.

Ti bastera’ verificare sul sito www.nic.it e notare che il dominio www.beppegrillo.it non e’ intestato a Giuseppe Grillo ma a un certo Emanuele Bottaro, esperto di informatica, gia’ presidente di un’associazione dei consumatori (se non hai tempo di verificare, l’ho gia’ fatto io per te e ti ho incollato tutto alla fine di questa lettera).

Il dottor Bottaro e’ di Modena e risulta essere anche l’amministratore del sito, mentre di Grillo nessuna traccia ufficiale. Se il discorso del comico avesse una valenza logica, a espatriare doveva essere Bottaro e non lui.

Cosi’ Grillo alle agenzie: “Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con Beppegrillo.ch o Beppegrillo.eu. Speravo che la notizia non si diffondesse. Non vorrei che venisse interpretata come una mossa codarda o che qualcuno cominciasse a dire che ho comprato la villa in Svizzera. Non è una fuga dalle tasse, per intenderci”.

Caro Travaglio, sarebbe bene che avvertissi Grillo dicendogli che la Svizzera non e’ nell’Unione Europea e che puo’ (poteva) benissimo comprare il dominio beppegrillo.eu direttamente dall’Italia. Anzi bastava sollecitare Bottaro a farlo per suo conto, come gia’ avvenuto con beppegrillo.it.

“È una mossa per tutelarmi -ribadisce Grillo- Se mi dovessero impedire di continuare scrivere quello che voglio, lo trasferirei. Mi sto attrezzando per andare avanti. Tutto qui”.

A scanso di equivoci, caro Travaglio, ti comunico che dall’Italia e’ possibile aprire comodamente un dominio .eu, .com, .info, etc senza doversi trasferire. Inoltre, come ben sai, se le Autorita’ italiane decidono di oscurare un sito possono farlo senza stare a guardare il suffisso. E lo stesso accade in Svizzera, anzi li’ sono molto piu’ rigidi.

Spero che la tua coscienza critica e il tuo sprito di giornalista (sopito da un pezzo, ma che sara’ pur nascosto da qualche parte) ti facciano prendere una posizione. Se non ti dissoci da Grillo rischi seriamente di rimetterci la faccia e si potra’ certamente parlare di un enorme conflitto di interessi anche per te…e io, nel mio piccolo, passero’ parola.

Molto cordialmente.

Gabriele Mastellarini

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Per Beppe Grillo camera con vista. A Lugano

BEPPE GRILLO SBUGIARDATO DA “MI MANDA RAI3″. IL BLUFF DELLE MAGIC BALL

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