
di Filippo Facci per Il Giornale
La vita è troppo breve per passarla in compagnia di un altro articolo su Marco Travaglio, chiedo scusa a tutti: ma il presunto collega è ormai ridotto a un caso inumano e insomma va così, tocca di nuovo occuparcene anche perchè ora il cabarettista del Travaglino dovrà scegliere tra il ricevere una querela (un’altra) o un calcio nel sedere da parte del sottoscritto.
Già, perchè il noto diffamatore, il Monico Lewinsky di Antonio Di Pietro, sull’Unità di ieri ha sbroccato: dopo una serie di battute scompiscevoli tipiche sue («diffamare Previti è reato impossibile», che sagoma) il tristo individuo ha lamentato che il Giornale, nella persona del sottoscritto, «ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina» (il dispositivo, Marco, non la sentenza) e questo, attenzione, «dopo aver nascosto le sue», di sentenze, cioè le mie, le quali corrisponderebbero a «una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti ai danni dei pm di Mani pulite per le balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita».
Allora, Il mio casellario giudiziale, semplicemente, non riporta nessuna condanna penale per querela dei Pm di mani pulite. E neppure per querela di altri magistrati amici suoi. Denunce del pool di Mani pulite ne ho avute diverse, di Antonio Di Pietro addirittura decine: tutte chiuse, vinte, archiviate, prescritte, in rari casi transate (decisione non mia) e comunque senza resipiscenza: non mi sono mai prostrato ai piedi di un querelante come invece fece Travaglio con l’amico Antonio Socci (febbraio 2008) affinchè ritirasse la denuncia: «Riconosco di aver ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con lui» scrisse sull’Unità.
Il sottoscritto ebbe, semmai, una denuncia per calunnia da parte del solito Di Pietro (pena sino a sei anni) il quale sosteneva che una serie di miei scritti, a metà degli anni Novanta, avevano originato alcune delle inchieste bresciane che nel 1996 l’avevano costretto a a dimettersi dal Ministero dei Lavori pubblici. Finì così: il tribunale decise infine il non luogo a procedere (presenti per nove ore Di Pietro e il sottoscritto) dopo aver stabilito che in effetti Di Pietro aveva ragione, gli scritti avevano ispirato parte delle inchieste: ma anzichè chiamarlo reato lo chiamarono giornalismo. Può addirittura succedere che siano dei magistrati a sbirciare quello che scrivi tu: e non solo viceversa.
Ancora un episodio, se non dispiace. L’ente turistico di Cortina, nel 2004, cercò di organizzare un dibattito con ospiti Travaglio, Giancarlo Caselli, Piercamillo Davigo e Filippo Facci: ma Davigo disse che con me non voleva dibattere, perchè in passato mi aveva querelato. O io o lui. Se fosse mancato Davigo sarebbe mancato anche Caselli, sicchè l’ebbe vinta e con il sostegno di Travaglio: «Se fossi un giudice, e un giornalista mi accusasse di crimini inesistenti, forse farei lo stesso», disse secondino. Bene: ma di che querela si trattava? Ecco la storiella. Davigo, nel 1982, arrestò un avvocato per traffico d’armi e lo tenne dentro per sei mesi. Le conseguenze furono orribili: il fratello dell’avvocato, pure arrestato, uscì di senno e fisicamente fu devastato: perse i capelli e addirittura le ciglia degli occhi. La compagna di questo avvocato, dopo l’arresto, si dileguò; il figlio di questo avvocato, l’unico figlio, si suicidò.
Dieci anni dopo, l’avvocato fu assolto in primo grado e denunciò Davigo, il quale lo controquerelò per calunnia: la notizia, data dal Giornale, fu approfondita dal sottoscritto che fu querelato a sua volta. L’avvocato, intanto, fu assolto anche in Appello: e una sua intervista televisiva, trasmessa da Mediaset e curata ancora dal sottoscritto, fu ancora querelata.
La faccenda, per farla breve, si concluse con una piena assoluzione dei querelati: e resta, nell’insieme, una delle storie più schifose cui ho mai assistito in vita mia. Ma averla raccontata, per Travaglio, corrispondeva invece a raccontare «crimini inesistenti», ciò che meritava la mia esclusione da un pubblico dibattito. E’ fatto così, Pupazzo Travaglio: sembra uno di quei maialetti dell’autogrill che tu passi e loro ballano, lui invece ti legge un verbale. A pappagallo. A Travaglio.
Riceviamo e pubblichiamo da Filippo Facci:
Io di querele ne ho avute quasi 200, ma sono state quasi tutte vinte, o archiviate, prescritte, in qualche caso transate contro la mia volontà, in un paio di occasioni ritirate dopo che ero stato condannato.
Sono stato condannato a Trento (perchè la Mondadori stampa a Cles) per via di un passaggio della mia biografia su Di Pietro che feci nel 1997.
Un passaggio, attenzione, solamente legato a come Lucibello si vestiva.
Ricordo che il mio avvocato (avvocato Mondadori) cercò di richiamarsi al diritto di satira e io, interrogato, rifiutai l’approccio.
Ecco il passaggio.
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Socialmente, il suo sbocco naturale è Giuseppe Rosario Lucibello.
«Geppì» si era laureato a Napoli nel ’78 e aveva aperto uno studio a Vallo della Lucania, dove non batteva chiodo ed era noto più che altro per gli anelli, gli orologi d’oro, le collane e le giacche ballonzolanti. Aveva abbandonato lo studio per una vicenda mai ben chiarita che lui tradurrà così: «Non volevo fare l’avvocato della camorra». I suoi colleghi rimasti in Lucania, anche illustri, ricordano un tizio che circolava in bicicletta per il Cilento e raccontano una storia molto diversa.
Nel suo consueto luogo di vacanza, Palinuro, Lucibello aveva rincontrato l’avvocato Luigi Raucci, conosciuto a Napoli. È lui a ospitarlo a Milano nei primissimi tempi, nell’82: dorme sul suo divano. Raucci è lo stesso avvocato cui Tonino aveva affidato la pratica del suo divorzio e questo potrebbe aver favorito lo storico incontro, ma non vi è chiarezza neanche su questo. Prima versione: Lucibello ha raccontato ai giornalisti di aver conosciuto Tonino quando già era magistrato a Milano, l’avrebbe cioè incontrato alla mensa dei carabinieri per intercessione di Nicola Balsamo, un ufficiale addetto alle traduzioni (nel senso di tradurre i carcerati in tribunale e viceversa). Neanche due mesi dopo, nell’estate ’86, Geppì e Tonino sarebbero partiti per Palinuro con mogli o fidanzate che fossero. Seconda versione, fornita da Lucibello a Fabio Salamone: la conoscenza risale all’84, anno in cui Tonino era ancora a Bergamo. In alcuni casi, la chiarezza sembra essere un’arte davvero faticosa,
Dai tagli apportati a una delle biografie si evince come Tonino non volesse palesare troppo i suoi rapporti con Lucibello. Moltissimi passaggi in cui era scritto «racconta Lucibello» diventano «gli amici dicono» o «un amico intimo dice». Riga rossa anche nelle parti in cui si racconta che Lucibello è il miglior amico del magistrato e che i due sarebbero stati in vacanza assieme senza le rispettive donne, se è vero. In un passaggio, Tonino suggerisce questa formula: «A furia di averlo come controparte nei processi, gli è diventato amico». Non risulta sia andata così.
Geppì cominciò a impratichirsi nello studio di Bruno Senatore. La figlia, Paola Senatore, l’affiancherà anche in tante inchieste di Mani pulite. Ma da principio è ben più dura: Geppì cerca di entrare in qualche giro presenziando a innumerevoli nozze e cerimonie della Benemerita, cose terribili per cui occorre svegliarsi presto. Vive in viale Corsica 12 anche se, da un certo punto in poi, e non si sa perché, risposterà la residenza in Lucania. Il suo primo studio con segretaria part-time, a Milano, è in via Luciano Manara.
Qualcuno ne ricorda l’abbigliamento. In questo senso Lucibello incarna la risposta a domande che ciascuno si è posto almeno una volta, davanti a certe vetrine dei negozi: Dio mio, chi metterebbe quegli stivaletti di pitone? Chi quella cravatta? Chi quell’orologio? (Filippo Facci)