NON CLAMOROSO! Travaglio rettifica

Monday, 20 October 2008
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Devo rettificare due inesattezze nel Passaparola di oggi. Il presidente Nord-coreano si chiama Kim Jong-Il e la frase di Bruno Vespa sulla trasmissione “confezionata addosso” all’ospite Gianfranco Fini non era contenuta in un’intervista, ma in una telefonata intercettata fra lui e il portavoce di Fini, Salvo Sottile.
(marco travaglio, voglioscendere.ilcannocchiale.it)

"Chiamami Silvietto"

Monday, 20 October 2008
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http://antologiadiunpaesedegradato.blogspot.com/2008/06/in-esclusiva-la-madre-di-tutte-le.html

X-…Pronto?
B- (voce bassa) …X..
X- Presidente…
B- Perchè mi chiami Presidente?
X- …Come devo chiamarla?
B- (abbassa la voce ulteriormente)…Silvietto…

X- Ma… Presid…ehm…Silv…scusi… non mi viene
B- (alzando la voce) Te lo ordino!
X- Ok Silvietto…scusa…
X- Hai visto eh? Sono riuscito a farti ministro. Una cosa pazzesca. Era il mio regalo per te. Te l’avevo promesso.
X- Non doveva disturbarsi…ehm…non dovevi…

B- E’ incredibile, riesco a fare quello che voglio, e qualsiasi cosa faccia, anche la piu’ assurda, ho un plotone di gente assoldata (non t’immagini quanto mi costa) a dire che è una genialata. L’ho fatta grossa stavolta…dai…capisci anche tu che è veramente…hahaha… una cosa spropositata…hahahaha. Una che presentava in tv, che faceva la spalla a M…lli…a M…lli dico, in un programma di Michele G..dì…hahaha, ma ti rendi conto?…, tutto mi si puo’ dire ma non che non abbia il senso dell’umorismo…hahahaha.
X- (con voce un po’ triste) …Sì, lo so, è divertente assai…

B- Dai… non volevo offenderti, non voglio sminuirti…tu sei meravigliosa… bellissima, lo sai che ti adoro…Sto scrivendo una canzone per te, in napoletano… con Apixxxxla, sentirai…è bellissima, s’intitola “a’uagliùncella”.
X- (quasi commossa) Grazie Silv…ietto…
B- Te lo meriti. (omissis Eheheheh…X…dovevi vedere la faccia di Bxxxdi, Cxxxxto e Txxxxxti, quando gli ho consegnato la lista dei ministri e hanno visto il tuo nome. Mi guardavano, ma non avevano il coraggio di contraddirmi, era tutto un : “Perfetto Presidente…Eccezionale… Che idea magnifica…gli italiani la ringrazieranno per questi segnali di novità” …che lecchini…Ogni tanto lo racconto a Fxde, Coxxxxxxxxri e a Dxxxxxri e ci schiantiamo dalle risate.
X- Certo, immagino…
B-Gli dico sempre, “Ragazzi…guardate dove siamo arrivati…Le nostre aziende erano sommerse dai debiti, a momenti finivamo in galera, stava andando tutto a puttane e ora invece siamo ricchi sfondati, siamo i padroni dell’Italia e facciamo quello che vogliamo e gli italiani continuano a votarci…non ci si crede eh?”… e giu’ le risate…hahaha…non ti puoi immaginare…eheheh. Certo, a puttane in qualche modo ci siamo andati e continuiamo ad andarci…hahaha…(non parlo per te eh…ovviamente)…hahaha…sono proprio simpatico, cribbio.

X- Sì…veramente simpatico…è pure bello, lo sa…ehm..lo sai…
B- Sì, certo che lo so… ehehe
X- Pure io… sai che risate quando me l’hanno detto…(omissis).
B- Beh…sì…le conosco tutte…
X- Poi mi hanno detto della Brxxxxlla, era inviperita.
B- Lo so, lo so…non me ne parlare. Era sicura di avere un ministero. Ma dove voleva andare?… è un po’ volgarotta, su…Dai è ridicola…con quelle autoreggenti…Non ha certo la tua stessa classe, no no…
X- Ah… proposito…sai chi è stato il primo a telefonarmi e a congratularsi con me?
B- Non lo so, dimmelo.
X- Davide M…cci…….(cade la linea)….

CLAMOROSO! Travaglio punta la giudice che l'ha condannato. "Ci sarà modo di capire che cosa abbia trovato di diffamatorio"

Monday, 20 October 2008
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“Buongiorno a tutti, molti sul blog di Beppe e sul mio, Voglioscendere.it, mi hanno chiesto di parlare della mia condanna per diffamazione nei confronti di Cesare Previti, in primo grado. Non intendo farlo perché non intendo usare questo spazio per ragioni mie. Penso che per difendersi dai processi bisogna andare nei processi e se una sentenza non la si condivide la si deve appellare. La sentenza non c’è nemmeno ancora, non è stata depositata, lo sarà fra sessanta giorni. Ci sarà modo di leggerla e di capire che cosa abbia trovato di diffamatorio questa giudice in un mio articolo disponibile sul mio blog perché chi vuole si faccia un’idea.” (Marco Travaglio)

CULTUR@. “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso”.

Monday, 20 October 2008
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di Nicoletta Salata per dituttounblog.com

In questi giorni in cui tornano alla ribalta nomi come Carretta e Maso, che dopo aver commesso i loro orrendi crimini ambiscono (e non sono chimere ma fattibili opportunità) a reinserire la loro vita nel cammino della normalità,  aspirando ad un  equilibrio che se non l’ avevano prima c’è da chiedersi come  possano ora ristabilirlo, l’indignazione giustamente sale.

Non intendo soffermarmi su queste due ennesime raccapriccianti storie, il cui sviluppo ed epilogo è altrettanto inaccettabile; infondo non sono altro che due badilate di fango melmoso gettate sulla sopravvissuta onestà  della gente per bene. Altre due ruvide pennellate che imbrattano un paese già sporco, così macchiato di immoralità e sudicio di scandalose realtà, e anche per questo sempre più torbido e confuso.

Poiché mi è tornato in mente, riporto soltanto questo “raccontino in versi” di Ferdinando Camon, tratto da “Dal silenzio delle campagne” – Garzanti Ed. 1998, che ebbi tra l’altro occasione di leggere, insieme ad altre “scene”, in occasione di una serata teatrale, e nel quale viene citata anche la vicenda Maso.

“A Terrazzo un contadino, con una placca
d’argento nella calotta cranica,
ha ammazzato cinque donne: nello stupro
le stringeva al collo, è un trucco
per farle venire all’orgasmo,
ma da lì le spingeva allo spasmo
dell’agonia: una prostituta austriaca,
tre tossiche italiane, e una bosniaca.

Sulla femmina viva l’uomo s’arrapa
e dalla morta scappa via.
Lui funziona al contrario. Cos’ha nella crapa,
lo dirà a suo tempo l’autopsia.

Perché si è deciso che i mostri
vanno studiati a ritroso,
dopo morti si preleva il necessario
per provare la teoria di Lombroso.

Questo deve avere qualche glandola
che gli dà una piena di testosterone
di fronte a un cadavere: in un cimitero
sarebbe sempre in erezione.

Di lui non sappiamo tutto.
Stuprava le vittime col pugno
e col calcagno,
faceva cose che i periti
coprono col segreto,
per paura che l’umanità
sentendole faccia un salto indietro.

A Villafranca un figlio ha sparato in petto
al padre ubriacone,
reo di aver prelevato qualche milione
dal suo libretto.

Il padre è caduto supino
trapassato da parte a parte,
il figlio piangeva come un bambino
controllando i prelievi sulle carte.

A Verona una figlia col cordello
del telefono ha strangolato so’ mare:
voleva la casa per farne un bordello
e sfruttare la caserma di fronte, un affare.

È stata aiutata da un amante omosessuale,
che gli amici sfottevano: «Non hai palle».
«Non ho le palle io?Chi ha ucciso la tale?».
E così la polizia ha risolto il giallo.

La matricida in carcere pulisce il cesso
con secchio e straccio, è in testa alla lista
per buona condotta,
e quando arriva un giornalista
gli fa la mossa
di Elvis
the Pelvis:
«Vuoi far sesso?»

A Montecchia un ragazzo ha fatto fuori,
aiutato dagli amici, i genitori:
li ha martellati sul cranio per tre quarti
d’ora, fermandosi ogni tanto
per respirare: «Ma non muoiono mai,
‘sti bastardi?».

Aveva prenotato una BMW nera
e doveva ritirarla, non poteva
recedere dal contratto
senza pagare le spese,
perché aveva torto:
il padre, una volta morto,
lo avrebbe capito, da bravo borghese.

Scrivo queste storie in uno studiolo
che ha sulla porta un campanello
col nome di Furlan, sì proprio quello
della banda Ludwig: davanti al proprio nome
ha disegnato un fiorellino
rosso, chi direbbe che è un assassino
che ha ammazzato sedici persone?

Ha esaminato il cervello di un frate
aprendo il cranio con un cacciavite,
forse pensava che le visioni
mistiche sian dipinte sui neuroni,
ha incendiato una discoteca
e l’ha visto una ragazzina
mentre versava sul pavimento
una tanica di benzina.

L’hanno mandato in soggiorno obbligato
In un paese qui vicino
Che è quello dove son nato,
e perciò meritava quel destino.

Se segno su una mappa le cittadine
dove son nati i mostri,
la riempio di bandierine:
erano terre povere ma sante,
son diventate ricche ma assassine.

Volevo liberare l’animale
per farne un uomo nuovo, su cui leggere le virtù
stampate come stigmate dalla miseria:
lo ha liberato il capitale,
togliendoli anzitutto la memoria,
per farne un uomo ricco, e niente più.

Il sotto-uomo era un ludibrio
come lo è il super-mostro:
l’uomo giusto nasce da un equilibrio
che nella storia non trova posto”.

Eppure la storia siamo noi…

Ilaria D'Amico, la gnocca che fa giornalismo e alza il picco (d'ascolto)

Monday, 20 October 2008
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di Marialetizia Melè per “Affari Italiani”

Solo qualche settimana fa si era schierata contro l’Auditel: non va bene, aveva detto, bisogna rivedere il target e aggiungere l’indice di gradimento. Chissà se Ilaria D’Amico la pensa ancora così, ora che proprio il vituperato indice di ascolto la sta premiando ben oltre ogni previsione: tornata su La7 con “Exit – uscita di sicurezza”, alla terza puntata ha superato il 4 per cento di share, un risultato stellare per la rete, dove i veterani dell’informazione tv Gad Lerner e Lilli Gruber al massimo arrivano intorno al 3 per cento.

Se non bastasse l’Auditel, il programma e la sua conduttrice hanno ricevuto anche la benedizione dell’ipercritico Aldo Grasso: “Exit è forse il miglior programma d’approfondimento di La7, un po’ stile Gabanelli, un po’ stile Floris”, ha scritto, aggiungendo che “ci sono tante ragioni per seguire i programmi di Ilaria D’Amico: una è che è brava.”

Le altre ragioni, concordano in molti, risiedono in tutto ciò che sta intorno – letteralmente – alla sua bravura: fisico da modella, scollature generose, gambe in vista e tacchi a spillo, Ilaria è diventata l’immagine della sexy conduttrice, conquistata soprattutto nello studio domenicale di Sky, unica donna a guidare un programma sul calcio. Le hanno offerto più volte di fare un calendario, lei ha sempre detto no, così come ha sempre rifiutato i programmi di intrattenimento: “Non sono una showgirl, non c’entro niente con i varietà.” Dice di non aver mai alzato il telefono per chiedere raccomandazioni (“non lo farei mai, questione di dignità”) e che non le sono mai arrivate “proposte indecenti”: “So tirare fuori le unghie, con me non ci provano.”

Tutti le riconoscono di essere, oltre che bella, competente e preparata, ed è stata proprio la sua aggressività a farla emergere nel mondo del calcio tv: a un allenatore che le aveva detto “si vede che lei non ha mai giocato a calcio”, ha ribattuto secca “come la maggior parte dei miei colleghi uomini”.

Ilaria non pensava né al calcio né alla tv, quando studiava giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Voleva fare l’avvocato, aveva dato tutti gli esami e iniziato la tesi, ma poi arriva la telefonata di Renzo Arbore, amico di famiglia, che le propone un programma per gli italiani all’estero, su Rai International. Sfidando le ire della madre, che vedeva naufragare la laurea, a ventiquattro anni Ilaria debutta in tv con “La giostra dei gol” a fianco di Gianfranco De Laurentiis; ne condurrà sei edizioni, passando nel frattempo attraverso altri programmi Rai e approdando infine su Sky, dove dal 2003 conduce ogni domenica “Sky Calcio Show”, con cui ha vinto l’Oscar Tv nel 2006. Abituata a vederla discutere di gol, arbitri e allenatori, molti sono rimasti perplessi quando l’anno scorso l’hanno trovata su La7 con “Exit”, a occuparsi di attualità; oggi, alla quarta edizione, il suo è il programma più visto della rete.

Anche quando affronta la cronaca, Ilaria mantiene il suo look fatto di abitini neri al limite del succinto, convinta che femminilità e autorevolezza possano, anzi debbano coesistere. E’ impermeabile alle critiche e anche ai gossip: il più famoso è quello sulla sua amicizia con Monica Bellucci (che quando va a Roma dorme a casa di Ilaria), Maria Sole Tognazzi e Rosita Celentano, che secondo i maligni formerebbero un quartetto fin troppo affiatato, ma Ilaria non ha mai risposto alle insinuazioni. E quando venne fuori il fallito tentativo di corteggiamento da parte di Alessandro Moggi (“ho speso diecimila euro per portare la D’Amico a Parigi e mi ha dato buca”), lei ha bollato la faccenda come “inelegante”. Ilaria è talmente sicura di sé che ha superato anche il tabù della sua voce, dovuta a un problema congenito al naso, per il quale è stata anche operata. Ma la voce è rimasta nasale e lei ora ci scherza su: “A volte mi riascolto e mi dico che sembro una papera.” Stai tranquilla, Ilaria, non ci fa caso nemmeno Aldo Grasso.

I bilanci in rosso delle partecipate

Monday, 20 October 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI, SPRECHI E SPRECONI

di Gabriele Mastellarini per Il Mondo

La roulette gira e spesso arriva sul rosso. Rosso come il bilancio della società per azioni Casinò Municipale di Venezia, finita in un recente rapporto della Corte dei Conti nell’elenco delle società pubbliche che avevano fatto registrare perdite eccessive, con obbligo di ricapitalizzazione per evitare di essere liquidate.

I magistrati contabili hanno contato 89 controllate da Comuni e Province che nel 2006 avevano registrato deficit preoccupanti, obbligando gli enti proprietari a intervenire in soccorso. Così il 19 giugno 2006 il Comune di Venezia ha dovuto ricostruire il capitale sociale della società del casinò immettendo 8,28 milioni, relativi alla chiusura dell’esercizio 2005. Per reperire i fondi, l’amministrazione ha ceduto alla controllata una quota del complesso immobiliare Ca’ Vendramin Calergi.

E’ andata peggio al Comune di Firenze che ha trasferito immobili per 23,4 milioni all’Ataf, società di trasporto pubblico. Edifici in vendita anche a Genova per consentire al Comune di incassare i 5 milioni necessari a ricapitalizzare la Palazzo Ducale che gestisce l’omonimo stabile, un tempo residenza dei Dogi. La multiservizi del comune di Lecce, Lupiae servizi, ha drenato 2,8 milioni di risorse comunali (presi direttamente bilancio dell’ente), mentre il comune di Foggia ha conferito beni per 8,7 milioni pur di consentire la sopravvivenza di Amica, che si occupa della raccolta dei rifiuti.

Anche le Province hanno dovuto impegnarsi e non poco. Quella di Bolzano ha attinto dal proprio bilancio del 2007 gli 8 milioni necessari a dare nuova linfa alla Strutture trasporto Alto Adige. L’esborso maggiore è stato quello della provincia di Napoli che dal proprio rendiconto ha dovuto togliere 18,67 milioni per destinarli alla Ctp, compagnia dei trasporti pubblici. Anche l’azienda di trasporto della provincia di Roma, la Cotral, si è “mangiata” 6,88 milioni di avanzo di amministrazione della Giunta allora presieduta da Enrico Gasbarra.

I due pesi e le due misure di Marcotravagliato: lui aspetta la Cassazione, mentre il giudice Carnevale (assolto in terzo grado) è moralmente contestabile

Sunday, 19 October 2008
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di Alessio Di Carlo per L’Opinione

Da non credere: Marco Travaglio, il (Beppe) grillo parlante del giustizialismo italiano, che si becca una condanna a otto mesi per diffamazione. E per aver diffamato – udite udite – nientemeno che quel gran farabutto di Cesare Previti. Da non credere. E’ il mondo alla rovescia.

E’ inspiegabile come possa essere successo proprio a lui di scivolare su una simile buccia di banana. Lui, l’esperto di processi (più che di diritto) che appena ieri ci spiegava che immonda porcata sia stata la riapertura delle porte della Corte di Cassazione per il Dottor Corrado Carnevale, nonostante lo stesso Magistrato sia stato assolto da tutte le accuse che lo volevano giudice amico dei mafiosi.

Ma siamo tranquilli, Travaglio se la caverà e non dubitiamo che nei successivi gradi di giudizio saprà dimostrarsi innocente dall’orrenda accusa. Certo che se la condanna venisse confermata sarebbe un bel disastro: tutti quelli che già sognavano il Nostro passare dalle poltroncine di AnnoZero a quelle del Parlamento – proprio come accaduto per Santoro – dovrebbero rassegnarsi: un condannato in via definitiva seduto in Parlamento? Suvvia, nemmeno a parlarne. Dopo la certezza, però, un’avvertenza: tempo qualche ora e non mancherà qualcuno che, indignato, prenderà le difese del giornalista sostenendo che diffamazione non c’è stata, perché Previti, il malefico Previti, farabutto lo è sul serio. Beh, s’informino per bene gli aspiranti difensori di Marco Travaglio: l’attribuzione di un fatto vero non esclude affatto la diffamazione. Se ne facciano una ragione. Si chiama Stato di Diritto.

http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=221&id_art=8351

Mediaset perde i colpi, e Beppe Grillo vuole "Travaglio direttore del tg"

Sunday, 19 October 2008
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Ricordate quando Marco Travaglio ci diceva che Mediaset sta crescendo nei profitti da quando Berlusconi è in politica? Eppure “Dall’inizio del 2007 Mediaset è scesa da 9,501 euro a 3,990. Se un anno fa per comprarla bisognava pagare 100, oggi costa circa 40”. E sapete da chi arriva la news? Da Beppe Grillo che ha proposto un’opa per comprarsi la spa di Berlusconi, con l’obiettivo di mettere Marco Travaglio alla direzione del telegiornale! (gmast.)

Caldarola (ex direttore de L'Unità), randella Travaglio: "E' un imprenditore"; "Ha anche frequentato un mafioso doc"; "Non è più il giustiziere ma un uomo che fa affari sulle disgrazie altrui"

Saturday, 18 October 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI, TRAVAGLIO'S

“Marco Travaglio, il talebano beffato” di Peppino Caldarola per Il Tempo

Le vittime di Travaglio sono talmente tante che si possono immaginare i brindisi dopo la sua condanna di ieri. Errore. Travaglio è la punta di lancia dell’Italia giustizialista. Quella che pensa che il Bene stia di qua e il Male di là. Solo che il Bene e il Male non sono definibili politicamente. La colonna infame costruita da Travaglio e dai suoi soci ha visto impalata gente di destra e gente di sinistra. In nome dell’Ordine e della Giustizia, Travaglio è stato super partes. E’ riuscito persino nel miracolo di scrivere cose di destra su un giornale di sinistra. C’è una folla di fan che lo adora. E’ una piccola borghesia incattivita che non vuole niente ma che, come su una piazza di Teheran, vorrebbe assistere all’esecuzione di quelli che non gli piacciono. Travaglio parla a un residuo della vecchia base comunista incazzata, ai nostalgici rabbiosi del vecchio Msi, alla borghesia intellettuale urbana che non accetta di essere declassata.

Travaglio crede alle cose che dice. Mentre il suo mentore Santoro non crede a nulla e guarda all’audience, Travaglio pensa di essere Robespierre. Dietro di lui c’è il partito dei magistrati, quell’organizzazione fluida che passa notizie e suggerimenti ai giornalisti, che indica obiettivi e fornisce le cartucce con cui sparare. Travaglio, infine, è un imprenditore. Ha capito che nell’Italia di oggi se scavi una nicchia diventi ricco, e lui la nicchia l’ha scavata nell’odio di un pezzo di società che compra i suoi libri, frequenta il suo blog, impazzisce quando lui chiede condanne a vita visto che non può pretendere la pena di morte.

Ora è stato condannato lui. Otto mesi di carcere. Forse avrà l’indulto. Ha anche frequentato un mafioso doc. Cioè Travaglio somiglia all’ideal-tipo del criminale politico che lui aborre e descrive. Condannato e con brutte amicizie. Ripeto, le sue vittime possono festeggiare. Fra le sue vittime ci sono anche persone incensurate che hanno il solo torto di pensare che la magistratura italiana è fatta anche di pelandroni, di gente politicizzata, di uomini senza qualità. Lui ha messo tutti nel mucchio e ha trattato tutti come delinquenti. Ora tocca a lui.

E’ sbagliato gioire. Penso che Travaglio vada criticato, meglio ignorato, ma non criminalizzato. La cultura di Travaglio è una degenerazione della cultura della crisi. Di Travaglio è piena la sottocultura mondiale. Ogni volta che le società entrano in un cono d’ombra e il nuovo fatica ad affermarsi, ci sono i reazionari che chiedono la forca. Il dramma della sinistra è di aver lasciato a questo reazionario di aprirsi dei varchi nel proprio seno. Con Di Vittorio e Giorgio Amendola non sarebbe mai successo. Con i dirigenti di oggi succede. Quelli come Travaglio non capiscono le cose del mondo e le semplificano. Ovvero le capiscono, ma si fanno due calcoli e le banalizzano per strappare contratti in tv o nei giornali.

I Travaglio non passeranno mai. Sono l’Italietta di facili costumi che si annida fra i fan di Travaglio, sperando che l’odio per il declassamento si traduca in “forca per tutti”. Non è neppure una novità che i forcaioli di oggi, Travaglio Santoro e Grillo, siano signori benestanti che lucrano sul disamore dalla politica delle classi medie. Ogni passaggio d’epoca ha conosciuto uomini di avventura che si sono eretti a salvatori della Patria. Sono Masaniello. Solo che i moderni Masaniello hanno fatto i soldi, dirigono un’impresa mediatio-giudiziaria che giova ai magistrati pigri e ai giornalisti che vivono sul successo dei magistrati.

Il problema non sono loro, i Travaglio di ogni epoca. Il problema sono i cittadini incazzati e disperati che si rivolgono al giustiziere sommario perchè non riescono ad avere giustizia normale.
Passato lo sbalordimento per la condanna, Travaglio continuerà come prima, farà la vittima. Una cosa avrà perso. E’ la tesi dell’onnipotenza della magistratura. Se i magistrati hanno sempre ragione, sono nel giusto anche quando lo condannano. Se alcuni hanno torto e altri no, siamo nella normalità. Travaglio non è più il giustiziere, ma un uomo che fa affari sulle disgrazie altrui. I suoi magistrati non sono vendicatori del popolo, ma un gruppo di militanti della sua area politica. Insomma, il mondo di Di Pietro che sta fra il 4 e l’8%. Una minoranza della minoranza.

http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/10/17/940135-marco_travaglio.shtml

(Nella foto Peppino Caldarola)

Avviso ai lettori del BloGiornale. La rubrica “Anti Travaglio” è stata tolta a unanime decisione del comitato di redazione. Al suo posto Travaglio’s. Saluti. gmast.

A tutto Facci: 200 querele, nessuna condanna, un solo risarcimento (per degli stivaletti…ma non si appellò alla satira). Su Travaglio: "Noto diffamatore"; "Tristo individuo"; "Pupazzo Travaglio"

Saturday, 18 October 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI, LETTERE

di Filippo Facci per Il Giornale

La vita è troppo breve per passarla in compagnia di un altro articolo su Marco Travaglio, chiedo  scusa a tutti: ma il presunto collega è ormai ridotto a un caso inumano e insomma va così, tocca di nuovo occuparcene anche perchè ora il cabarettista del Travaglino dovrà scegliere tra il ricevere una querela (un’altra) o un calcio nel sedere da parte del sottoscritto.

Già, perchè il noto diffamatore, il Monico Lewinsky di Antonio Di Pietro, sull’Unità di ieri ha sbroccato: dopo una serie di battute scompiscevoli tipiche sue («diffamare Previti è reato impossibile», che sagoma) il tristo individuo ha lamentato che il Giornale, nella persona del sottoscritto, «ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina» (il dispositivo, Marco, non la sentenza) e questo, attenzione, «dopo aver nascosto le sue», di sentenze, cioè le mie, le quali corrisponderebbero a «una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti ai danni dei pm di Mani pulite per le balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita».

Allora, Il mio casellario giudiziale, semplicemente, non riporta nessuna condanna penale per querela dei Pm di mani pulite. E neppure per querela di altri magistrati amici suoi. Denunce del pool di Mani pulite ne ho avute diverse, di Antonio Di Pietro addirittura decine: tutte chiuse, vinte, archiviate, prescritte, in rari casi transate (decisione non mia) e comunque senza resipiscenza: non mi sono mai prostrato ai piedi di un querelante come invece fece Travaglio con l’amico Antonio Socci (febbraio 2008) affinchè ritirasse la denuncia: «Riconosco di aver ecceduto usando toni e affermazioni ingiuste rispetto alla sua serietà e competenza professionale, e di ciò mi scuso anche pubblicamente con lui» scrisse sull’Unità.

Il sottoscritto ebbe, semmai, una denuncia per calunnia da parte del solito Di Pietro (pena sino a sei anni) il quale sosteneva che una serie di miei scritti, a metà degli anni Novanta, avevano originato alcune delle inchieste bresciane che nel 1996 l’avevano costretto a a dimettersi dal Ministero dei Lavori pubblici. Finì così: il tribunale decise infine il non luogo a procedere (presenti per nove ore Di Pietro e il sottoscritto) dopo aver stabilito che in effetti Di Pietro aveva ragione, gli scritti avevano ispirato parte delle inchieste: ma anzichè chiamarlo reato lo chiamarono giornalismo. Può addirittura succedere che siano dei magistrati a sbirciare quello che scrivi tu: e non solo viceversa.

Ancora un episodio, se non dispiace. L’ente turistico di Cortina, nel 2004, cercò di organizzare un dibattito con ospiti Travaglio, Giancarlo Caselli, Piercamillo Davigo e Filippo Facci: ma Davigo disse che con me non voleva dibattere, perchè in passato mi aveva querelato. O io o lui. Se fosse mancato Davigo sarebbe mancato anche Caselli, sicchè l’ebbe vinta e con il sostegno di Travaglio: «Se fossi un giudice, e un giornalista mi accusasse di crimini inesistenti, forse farei lo stesso», disse secondino. Bene: ma di che querela si trattava? Ecco la storiella. Davigo, nel 1982, arrestò un avvocato per traffico d’armi e lo tenne dentro per sei mesi. Le conseguenze furono orribili: il fratello dell’avvocato, pure arrestato, uscì di senno e fisicamente fu devastato: perse i capelli e addirittura le ciglia degli occhi. La compagna di questo avvocato, dopo l’arresto, si dileguò; il figlio di questo avvocato, l’unico figlio, si suicidò.

Dieci anni dopo, l’avvocato fu assolto in primo grado e denunciò Davigo, il quale lo controquerelò per calunnia: la notizia, data dal Giornale, fu approfondita dal sottoscritto che fu querelato a sua volta. L’avvocato, intanto, fu assolto anche in Appello: e una sua intervista televisiva, trasmessa da Mediaset e curata ancora dal sottoscritto, fu ancora querelata.
La faccenda, per farla breve, si concluse con una piena assoluzione dei querelati: e resta, nell’insieme, una delle storie più schifose cui ho mai assistito in vita mia. Ma averla raccontata, per Travaglio, corrispondeva invece a raccontare «crimini inesistenti», ciò che meritava la mia esclusione da un pubblico dibattito. E’ fatto così, Pupazzo Travaglio: sembra uno di quei maialetti dell’autogrill che tu passi e loro ballano, lui invece ti legge un verbale. A pappagallo. A Travaglio.

Riceviamo e pubblichiamo da Filippo Facci:

Io di querele ne ho avute quasi 200, ma sono state quasi tutte vinte, o archiviate, prescritte, in qualche caso transate contro la mia volontà, in un paio di occasioni ritirate dopo che ero stato condannato.

Sono stato condannato a Trento (perchè la Mondadori stampa a Cles) per via di un passaggio della mia biografia su Di Pietro che feci nel 1997.
Un passaggio, attenzione, solamente legato a come Lucibello si vestiva.
Ricordo che il mio avvocato (avvocato Mondadori) cercò di richiamarsi al diritto di satira e io, interrogato, rifiutai l’approccio.

Ecco il passaggio.

***

Socialmente, il suo sbocco naturale è Giuseppe Rosario Lucibello.
«Geppì» si era laureato a Napoli nel ’78 e aveva aperto uno studio a Vallo della Lucania, dove non batteva chiodo ed era noto più che altro per gli anelli, gli orologi d’oro, le collane e le giacche ballonzolanti. Aveva abbandonato lo studio per una vicenda mai ben chiarita che lui tradurrà così: «Non volevo fare l’avvocato della camorra». I suoi colleghi rimasti in Lucania, anche illustri, ricordano un tizio che circolava in bicicletta per il Cilento e raccontano una storia molto diversa.
Nel suo consueto luogo di vacanza, Palinuro, Lucibello aveva rincontrato l’avvocato Luigi Raucci, conosciuto a Napoli. È lui a ospitarlo a Milano nei primissimi tempi, nell’82: dorme sul suo divano. Raucci è lo stesso avvocato cui Tonino aveva affidato la pratica del suo divorzio e questo potrebbe aver favorito lo storico incontro, ma non vi è chiarezza neanche su questo. Prima versione: Lucibello ha raccontato ai giornalisti di aver conosciuto Tonino quando già era magistrato a Milano, l’avrebbe cioè incontrato alla mensa dei carabinieri per intercessione di Nicola Balsamo, un ufficiale addetto alle traduzioni (nel senso di tradurre i carcerati in tribunale e viceversa). Neanche due mesi dopo, nell’estate ’86, Geppì e Tonino sarebbero partiti per Palinuro con mogli o fidanzate che fossero. Seconda versione, fornita da Lucibello a Fabio Salamone: la conoscenza risale all’84, anno in cui Tonino era ancora a Bergamo. In alcuni casi, la chiarezza sembra essere un’arte davvero faticosa,
Dai tagli apportati a una delle biografie si evince come Tonino non volesse palesare troppo i suoi rapporti con Lucibello. Moltissimi passaggi in cui era scritto «racconta Lucibello» diventano «gli amici dicono» o «un amico intimo dice». Riga rossa anche nelle parti in cui si racconta che Lucibello è il miglior amico del magistrato e che i due sarebbero stati in vacanza assieme senza le rispettive donne, se è vero. In un passaggio, Tonino suggerisce questa formula: «A furia di averlo come controparte nei processi, gli è diventato amico». Non risulta sia andata così.
Geppì cominciò a impratichirsi nello studio di Bruno Senatore. La figlia, Paola Senatore, l’affiancherà anche in tante inchieste di Mani pulite. Ma da principio è ben più dura: Geppì cerca di entrare in qualche giro presenziando a innumerevoli nozze e cerimonie della Benemerita, cose terribili per cui occorre svegliarsi presto. Vive in viale Corsica 12 anche se, da un certo punto in poi, e non si sa perché, risposterà la residenza in Lucania. Il suo primo studio con segretaria part-time, a Milano, è in via Luciano Manara.

Qualcuno ne ricorda l’abbigliamento. In questo senso Lucibello incarna la risposta a domande che ciascuno si è posto almeno una volta, davanti a certe vetrine dei negozi: Dio mio, chi metterebbe quegli stivaletti di pitone? Chi quella cravatta? Chi quell’orologio? (Filippo Facci)

Rettifica di Filippo Facci all'Unità a seguito dell'articolo di Marco Travaglio

Friday, 17 October 2008
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Gentile direttore,
ai sensi della legge sulla stampa le chiedo di rettificare l’affermazione diffamatoria scritta da Marco Travaglio nel suo articolo a pagina 11 dell’Unità di venerdì 17. Dopo avermi definito «biondo mechato» (falsità trascurabile) egli scrive che io avrei subito «una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti dei danni ai pm di Mani pulite per le balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita».

Ebbene, il mio casellario giudiziale non riporta nessuna (ripeto: nessuna) condanna penale da parte dei pm di mani pulite. L’unico risarcimento che compare nel mio casellario, inoltre, per decisione del tribunale di Trento, è un modesto risarcimento a beneficio dell’avvocato Giuseppe Lucibello per quanto scrissi in un mio libro del 1997.

Cordiali saluti

Filippo Facci

Marcotravagliato: "Sono diventato il condannato più famoso d'Italia". "Impossibile diffamare Previti" (in which sense?). E alla fine ammette: "Prima o poi sbagliamo tutti". E chiude: "Le condanne dei giornalisti sono fatti loro"

Friday, 17 October 2008
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di Marco Travaglio per “l’Unità”

Mi scuso per l’intrusione, ma siccome sono diventato il condannato più famoso d’Italia, vorrei dire qualcosa anch’io sulla sentenza della giudice Di Gioia che, in primo grado, ha ritenuto diffamatorio per Cesare Previti un mio pezzo pubblicato nel 2002 sull’Espresso, in cui Previti era citato in mezza riga. Anzi, non sulla sentenza, che non c’è ancora (verrà depositata tra 60 giorni) e che, più che commentata, andrà appellata nella speranza che sei occhi in Corte d’appello vedano meglio dei due del giudice monocratico.

Vorrei dire qualcosa su tutto ciò che l’ha accompagnata. Perché, come sono certo di non aver diffamato nessuno, men che meno Previti (reato impossibile), non sono altrettanto sicuro che le cronache dedicate alla sentenza, a reti ed edicole unificate, non siano diffamatorie. Cito dal Tg1, che di solito non dà notizia delle condanne non solo dei giornalisti, ma nemmeno dei ministri, parlamentari, banchieri, imprenditori, e gabella le prescrizioni di Berlusconi e Andreotti per assoluzioni, ma ha riscoperto i piaceri della cronaca giudiziaria giusto in tempo per me: «Marco Travaglio è stato condannato a 8 mesi di reclusione, pena sospesa, per aver diffamato l’ex deputato Previti. Il processo, celebrato a Roma, riguardava un servizio sull’Espresso… Travaglio dovrà risarcire Previti con 20 mila euro».

Manca solo un piccolo dettaglio: la sentenza è di primo grado. Avesse riguardato chiunque altro, i Raiotti avrebbero precisato che verrà appellata e dato la parola all’imputato per dire che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva. Non ho avuto questa fortuna. Così il Tg1, informando sulla mia presunta diffamazione, è riuscito a diffamare me. Complimenti e grazie. Ora attendo che il Tg1 fornisca tutti i nomi dei suoi giornalisti condannati negli ultimi anni, in primo, secondo, o terzo grado. Così come mi auguro che tutti i giornali che ieri han voluto dedicarmi tanto spazio, spalanchino gli archivi (compresi quelli dei direttori) e facciano altrettanto. Ci sarà da divertirsi.

Casomai la cosa potesse interessare, il sottoscritto è giunto all’età di 44 anni con la fedina penale immacolata: sul mio Casellario giudiziale c’è scritto «Nulla». Il che naturalmente non significa che tutti i condannati definitivi per diffamazione siano dei diffamatori: questo genere di processi, per chi fa cronaca giudiziaria, sono incidenti di percorso quasi inevitabili anche per chi non sbaglia (e prima o poi sbagliamo tutti).

Perché esistono tre tipi di diffamazione: quella di chi esprime opinioni critiche, ritenute dal giudice eccessive; quello di chi scrive fatti falsi; quello di chi scrive fatti veri, ma inseriti in un contesto negativo che il giudice, nella sua discrezionalità, ritiene diffamatori. Ora, quel che ho scritto sull’Espresso è vero: ho citato il verbale del colonnello del Ros Michele Riccio, che parlava (lui, non io, diversamente da quanto scritto dall’Unità) della presenza di Previti nello studio Taormina mentre si teneva una riunione per discutere certe faccende riguardanti Dell’Utri, senz’attribuire a Previti alcun ruolo nella riunione.

Dunque penso che la mia sentenza riguardi il reato del terzo tipo. Càpita, viste la genericità del reato di diffamazione e la carenza di cultura liberale nella giurisprudenza italiana, diversamente da quella europea (vedi sentenze della Corte di Strasburgo) e americana (il I emendamento taglia la testa al toro). Non è stato sempre così: negli anni 80, Indro Montanelli fu condannato per diffamazione nei confronti di Ciriaco De Mita: un milione di lire di multa per avergli dato del padrino. Montanelli si appuntò al petto la condanna come una medaglia. L’altro giorno il pm aveva chiesto per me una multa di 500 euro. Il giudice l’ha ridotta a 100 e ci ha aggiunto, bontà sua, 8 mesi di reclusione.

La pena media dell’omicidio colposo; la metà della pena inflitta a Previti per aver comprato il giudice del caso Mondadori; 3 mesi in meno degli anni affibbiati a Cesare Romiti per 100 miliardi di lire di falsi in bilancio Fiat (prima che il reato fosse depenalizzato); 2 mesi in più della pena patteggiata da Renato Farina per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar. A proposito dell’on. Farina, alias agente Betulla: ieri su Libero, sotto il titolo «La banda Santoro ­ Anche Travaglio finisce tra i pregiudicati», definisce «barbarie» la pena detentiva, ma poi mi rinfaccia di aver ricordato le condanne per diffamazione di Lino Jannuzzi. E scrive che usufruirò dell’indulto.

Dunque «chi di spada ferisce…». Ma non sa quel che dice. Dell’indulto ha usufruito lui, visto che la sua pena patteggiata è definitiva. La mia è un primo grado (dunque pregiudicato lo dica a se stesso) e conto di farla cancellare nei gradi successivi: forse Betulla non sa che l’indulto si applica solo alle pene irrevocabili. Quanto a Jannuzzi, a parte il fatto che le sue condanne si riferiscono a notizie false (tipo i complotti delle toghe rosse contro Berlusconi e Andreotti «poi assolti»), ne ho parlato perché Jannuzzi è stato a lungo parlamentare (infatti ha avuto prontamente la grazia).

Le condanne dei giornalisti sono fatti loro, quelle dei parlamentari sono fatti nostri. Sottili distinzioni ignorate dal biondo mèchato del Giornale, che ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina, dopo aver nascosto le sue (una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti dei danni ai pm di Mani Pulite per la balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita). Il pover’ometto farnetica di «pregiudicato», «indulto», «prescrizione» e s’interessa appassionatamente alle mie ferie. Lui che era di casa ad Hammamet ai piedi di un celebre latitante pluripregiudicato e pluricorrotto, di cui è vedovo inconsolabile. Ecco, nemmeno Vallanzasca potrebbe mai accettare lezioni dalla Yoko Ono di Craxi.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DELLO SPECIALE SU TRAVAGLIO CONDANNATO

Il teatrino del Travaglino: “Non ho scritto che Previti abbia fatto qualcosa di male”; “Mi viene quasi voglia di difendere Cesare Previti”

MARCO TRAVAGLIO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO. “Non rompetemi i coglioni. Oppure chiamate tutti i giornalisti condannati per diffamazione e pubblicate i loro nomi”

Marco Travaglio condannato per un “errore” tipografico. La morale della storia nell’epoca del “condannismo”, di Gabriele Mastellarini

Filippo Facci sul Giornale spara a zero sul “presunto collega” Marco Travaglio. “Stando al suo gergo ora è un pregiudicato”.

Condanna a Marco Travaglio. Una lezione di stile da Renato Farina

Condanna a Marco Travaglio. La versione di Filippo Facci

Condannato Marco Travaglio. Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: “Non parlo”

Travaglio e Previti. La condanna del gennaio 2000

Condanna di Marco Travaglio. “S’è scottato con il suo metodo” (by Marco Caruso, il biografo non autorizzato)

Condanna a Marco Travaglio. Parla lui: “Vista l’entità della pena mi conveniva fare un falso in bilancio. Il Tg1 ha dato la notizia: sono diventato più importante di Dell’Utri”

Condanna a Travaglio. Solidarietà da Tommaso Farina, figlio di Renato

Marco Travaglio condannato a risarcire Confalonieri e Mediaset, Si difende: “Faccio satira”

Il teatrino del Travaglino: "Non ho scritto che Previti abbia fatto qualcosa di male"; "Mi viene quasi voglia di difendere Cesare Previti"

Friday, 17 October 2008
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da La Repubblica del 17 ottobre 2008, p. 20

ROMA — «La prossima volta rubo qualche milione con un bel falso in bilancio. Chissà che non mi facciano presidente del Consiglio». È sorpreso ma non rinuncia al sarcasmo Marco Travaglio, che commenta così la sentenza di condanna del Tribunale di Roma per diffamazione ai danni di Cesare Previti

«Non me l’aspettavo. Farò appello. Spero che sei occhi o dieci, in Cassazione, vedano meglio dei due del giudice monocratico — racconta il giornalista  — per fortuna è solo il primo grado». In qeull’articolo pubblicato dall’Espresso nel 2002, afferma, «non vi è nulla di diffamatorio: Previti è citato una sola volta, per dire una cosa che il colonnello del Ros Michele Riccio ha detto a verbale e ripetuto testimoniando nel processo a carico mio. Ho semplicemente scritto che Previti era presente, un giorno, nello studio Taormina. Mica ho scritto che abbia fatto qualcosa di male».

Ad ogni modo, le sentenze, «quando si ritengono ingiuste, non si commentano: si appellano. Non ho bisogno di leggi ad personam, quelle servono ai colpevoli».

Infine il silenzio di Previti. Ironizza Travaglio: «Mi viene quasi voglia di difenderlo. L’hanno condannato e cacciato dal Parlamento perché ha comprato un giudice con soldi della Fininvest in cambio della sentenza che ha sfilato la Mondadori a De Benedetti per darla a Berlusconi. E Berlusconi fa il presidente del Consiglio. Se lo incontrassi, gli chiederei se non sia stufo di pagare per conto terzi». A sostegno di Travaglio parla Antonio Di Pietro. Per il leader dell’ldv la condanna «è una stella al merito per aver detto ciò che è scrìtto nelle carte. È successo anche a me — ha spiegato l’ex pm — di finire sotto processo per aver scritto sulle carte cose che non piacevano ai potenti di Stato».

Lettere al bloGiornale. Parole sante!

Friday, 17 October 2008
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Gentile sig. Mastellarini,
ho letto gli articoli riguardanti Marco Travaglio

riguardo le omissioni su Previti, io ci metto la mano sul fuoco che non sono state casuali ma ben pensate.

A me Previti non piace, come non piace Berlusconi, ma ciò non significa che dobbiamo inchinarci davanti a Travaglio ogni volta che ne parla male, come se la colpa del narcotraffico colombiano fosse colpa loro. Si perde credibilità a scapito della notizia vera.

Tempo fa ho avuto un lungo botta e risposta con lui, sul caso “capitano Ultimo”, di cui Travaglio cita la sentenza (ma solo la parte dell’accusa, non la parte del giudice. Per questo so che le sue omissioni sono ormai volute e pensate a tavolino. Funzionali al suo giustizialismo ad personam). Tempo fa scrissi un articolo sgretolando una lettera aperta di Travaglio (a cui non ha più replicato) in cui si capisce bene il suo metodo di lavoro.

lo può trovare qui
http://www.censurati.it/index.php?q=node/3471

Grazie per il lavoro che svolge…
Saluti
A.

Ho sottoscritto per "il manifesto". Fatelo anche voi

Friday, 17 October 2008
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Cari colleghi de “il manifesto”,
non ho dimenticato quando – quasi sei anni fa – avete avuto il coraggio di recensire (per primi) un saggio di un giovane giornalista che si occupava dell’anomala situazione della stampa italiana;
non ho dimenticato che, in un panorama pieno di editori impuri, siete l’unica voce che non ha padroni;
non ho dimenticato le splendide prime pagine degli ultimi anni;
non ho dimenticato la vostra forza nell’esprimere le idee;
eppure non capisco perchè, ancora oggi, molti dimenticano “il manifesto”.

Gabriele Mastellarini

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