MARCO TRAVAGLIO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO. "Non rompetemi i coglioni. Oppure chiamate tutti i giornalisti condannati per diffamazione e pubblicate i loro nomi"

Thursday, 16 October 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

da Magazine.Libero.it (http://magazine.libero.it/eventi/generali/ne8818.phtml)

Approfittando dell’occasione avremmo voluto interpellare Travaglio anche su altri argomenti, dalle polemiche con Vespa alla fuga dei politici da Anno Zero, dalle vacanze con i condannati all’addio alla divisa di Margherita Granbassi al ruolo di giornalista più amato e odiato d’Italia. Ma tutto ciò non è stato possibile, perché, nonostante l’aplomb che mostra in altre interviste di queste ore, Travaglio ha deciso di non rispondere. Anzi, ancor prima di sapere di che si trattasse, è saltato su tutte le furie e al telefono ha tuonato: «Eh no, o chiamate tutti i giornalisti condannati per diffamazione e pubblicate tutti i loro nomi o non venite a rompere i coglioni a me! Ciao». Poi ha riagganciato.

Marco Travaglio condannato per un "errore" tipografico. La morale della storia nell'epoca del "condannismo"

Thursday, 16 October 2008
Pubblicato nella categoria EDITORIALI

di Gabriele Mastellarini

E’ una delle prime regole non scritte del giornalismo: una condanna per diffamazione di un collega, chiunque esso sia, non è una notizia e non va riportata. Lo sanno tutti, eppure i quotidiani di oggi danno spazio alla condanna di un cronista dell’espresso. Tutti presenti all’appello (in minuscolo): dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” (la testata per cui lavora il condannato, caso mai accaduto nella storia del giornalismo italiano), fino al “manifesto” e a “Libero” dove il pezzo è addirittura affidato a Renato Farina e non è un caso. Ieri la notizia era passata al Tg1 delle 20, la trasmissione più vista in assoluto dagli italiani.

A chi si chiede il perché, la risposta è presto data: quel condannato è Marco Travaglio. Si proprio lui. Quello che stasera ci ritroveremo ad “Anno Zero” su Raidue, la stessa trasmissione dove qualche mese fa disse più o meno così: “Non sono un condannato, ma un soccombente”, riferendosi a una condanna civile, mentre il leghista Castelli se la rideva: “Il condannato Travaglio dice condannato a me che non son mai stato condannato”. Ebbene da stasera Marco Travaglio è ufficialmente un condannato per mano della dottoressa Roberta Di Gioia, giudice monocratico penale in servizio presso il Tribunale di Roma, piazzale Clodio.

Di Gioia ha inflitto all’imputato (già perché Travaglio è stato pure “indagato” e “imputato” per lo stesso processo) una pena di mesi 8 di reclusione e una multa di euro 100 oltre ad un risarcimento danni alla parte civile, avv. Previti Cesare corrente in Roma. Per la cronaca, il Pubblico Ministero (stavolta ignoto alle cronache) aveva chiesto una condanna più mite, appena 500 euro di multa.

La “non-notizia” ha fatto subito il giro delle agenzie di stampa e dei giornali on line. Alle 15 era già nota a tutti e alle 22 circa il condannato Travaglio Marco, corrente in Torino, ha rilasciato una dichiarazione al “Corriere della Sera”, cercando – come da prassi -di minimizzare (“In realtà non me l’aspettavo”, ha detto) e, da buon condannato, ha invocato la sentenza di Appello (maiuscolo) sperando che “sei occhi vedano meglio di due”. Come spesso accade ai politici condannati (quelli di “Onorevoli Wanted” o “Se li conosci li eviti”) Travaglio si è lasciato andare ad un’altra dichiarazione già sentita per altri processati illustri, anche se più bassi di lui (nel senso fisico del termine): “Non sono abituato a parlare di complotti o di toghe azzurre o di sentenze politiche o di persecuzioni”. Cambiate il colore da azzurro a rosso e tutto sarà più chiaro.

Passiamo ora al fatto giuridico. La condanna di Travaglio, a prima vista, appare corretta e difficilmente potrà essere riformata dalla Corte d’Appello di Roma. Allo stesso tempo è vero anche che se stasera Travaglio rileggesse in tv quell’articolo scritto su “L’espresso”, non commetterebbe nessun reato di diffamazione. Assurdo vero? Già, ma è proprio così. Perché il collega è stato fregato dalle virgolette. Quelli che una volta si chiamavano i “caporali” e quando si dettava il pezzo alle redazioni bastava dire al dimafonista “apri caporali” e poi “chiudi caporali”. Nel suo articolo dal titolo “Patto scellerato tra Forza Italia e Mafia”, Travaglio cita Previti una sola volta, in un virgolettato attribuito al colonnello Michele Riccio, testimone oculare di un incontro tra Marcello Dell’Utri e l’avvocato Carlo Taormina. Un summit nel quale, sembrerebbe, c’erano cose losche da fare, processi da aggiustare, ecc. Scrive Travaglio: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti».

In sostanza Travaglio – come conferma lui stesso al “Corriere della Sera” – ha detto il vero ma, allo stesso tempo, ha omesso un dettaglio decisivo, come spiega oggi Filippo Facci sul “Giornale”. Lo stesso Riccio avrebbe infatti dichiarato che: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».

Di fatto Previti era fisicamente presente in quello studio legale nello stesso momento in cui c’erano i signori Dell’Utri, Taormina e il dichiarante Riccio, ma il giornalista Travaglio non avrebbe dovuto “imboccare” tale dichiarazione al colonnello Riccio e facendolo – come ha fatto – avrebbe dovuto almeno completare la frase inserendo anche il successivo passaggio indicato da Facci.

Sono le virgolette, i caporali, a “inchiodare” (tra virgolette, of course) il giornalista Marco Travaglio al quale va tutta la mia solidarietà di giovane collega di giudiziaria, già pesantemente apostrofato dallo stesso Travaglio. Magari la sua è stata una svista, un errore di battitura, oppure il dimafonista era distratto o forse, come scrive Facci, Travaglio ha fatto una cosa “ignobile”. Non lo sapremo mai. E a me, sinceramente, neanche interessa. Di certo è paradossale essere condannati per due simboletti grafici.

Eppure così è. Ma la data odierna potrebbe passare alla storia come “Il no condannismo day”, perché con questa inutile condanna di Travaglio e della dottoressa Hamaui (direttora de L’espresso sanzionata per un assurdo “omesso controllo”) rischia di saltare tutto l’impianto costruito proprio da Travaglio, Grillo, Di Pietro e compagnia bella. Un sistema perfido che etichetta (etichettava?) le persone solo attraverso i termini del codice penale o del codice di procedura penale: “querelato”, “indagato”, “imputato”, “condannato”, “prescritto” e finanche “indultato”. Ma si è andati anche oltre: “amico del prescritto”, “compagno d’affari dell’indagato”, “in vacanza con quello che sarebbe poi diventato un condannato” (il caso di Travaglio con Ciuro).

Ma qual è il “valore” effettivo della condanna? E’ sufficiente quella espressa dal Tribunale “in nome del popolo italiano” al termine di un processo nel quale (come mi ha ripetuto un caro amico avvocato del Foro romano) la verità è sempre diversa dai fatti? Oppure la vera condanna è il continuo stillicidio mediatico che ti ricorda: sei “indagato”, “condannato”, “prescritto”, “processato”?

Il paradosso è questo: oggi a nessuno interessa la condanna del giudice, mentre tutti hanno paura di quella “mediatica”. Faccio un esempio su di me. Ho avuto un incidente stradale, l’assicurazione non pagava e mi hanno “querelato”, poi sono stato “indagato” per lesioni colpose, sono diventato “imputato” davanti a un giudice di Pace e se l’assicurazione non avesse pagato sarei stato “condannato”, “indultato” (l’incidente era di aprile 2006), magari pure “prescritto”. E qualche giornale locale avrebbe rilanciato: “A giudizio il giornalista Mastellarini, noto per aver litigato con Travaglio. Condannato Mastellarini, attaccò Travaglio sul suo blog!”.

Torniamo a Travaglio: ha avuto 8 mesi di reclusione, pena sospesa e magari non menzione al casellario. Di fatto un buffetto. Poi la pena è sotto indulto, quindi non cumulabile con altre future condanne. Inoltre, visto che per fargli un processo facile facile ci hanno messo sei anni (ma lui questo non lo dice), scatterà certamente la prescrizione, perchè a Roma per fare un appello se ne vanno almeno quattro anni. Risultato? Nulla di nulla, tranne le statuizioni civili di risarcimento che pagherà “L’espresso”. Che peccato, dare ventimila euro a Previti, quando potevano pagarci più di 200 articoli miei!

Per effetto del “condannismo mediatico”, oggi Travaglio è su tutti i giornali, ne ha parlato il Tg1 quasi fosse l’assassino del Circeo o il serial killer Donato Bilancia. Mentre il giornalista ha semplicemente messo una virgoletta in più. Ha aperto un “caporale”, perché quello di chiusura, al limite, poteva essere considerato un “refuso” grafico.

Aveva proprio ragione il grande Totò: siamo uomini o caporali?

Nella foto Marco Travaglio e Gabriele Mastellarini (2005). Ph. by Luchino

“Affari Italiani” rilancia questo editoriale
Travaglio tradito dalle virgolette, di Gabriele Mastellarini
L’opinionista dell’Unità è stato condannato per diffamazione per aver messo due virgolette di troppo. Ma le cose scritte sul conto di Cesare Previti erano vere… Paradossi della professione di giornalista

Lettere al blogiornale. Il metodo Travaglio e il sacramento della Comunione

Thursday, 16 October 2008
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Caro Gabriele,
oggi navigando in Internet ho scoperto il tuo sito.

Sono un ingegnere edile di Bologna, ho più di trent’anni, e in passato navigando come oggi mi sono un po’ scontrato con alcuni seguaci di Marco Travaglio in numerosi blog.

Quello che tu Facci e altri scrivete sul suo metodo è molto giusto. Tra l’altro insultare le persone perchè grasse, basse o pelate è veramente puerile, così come vantarsi quotidianamente delle copie vendute di libri, o dei telespettatori di Annozero, come se ad esempio scrivere delle poesie che vengono lette da un centinaio di persone, o girare dei film che non incassano facesse di me per forza di cose un povero coglione.

La cosa più incredibile però, per me che sono cattolico praticante, è che lui riesca a conciliare la sua profonda cattiveria con la fede cristiana. Al funerale di Enzo Biagi ha fatto la comunione. Io, per molto meno di quello che lui scrive o dice in tv, non la faccio.

Non mi sento in cuminione con Dio se insulto e dileggio il mio prossimo.

Capisco che l’argomento non è il massimo da trattare in un blog (e sono volutamente breve anche se potrei argomentare un po’ di più, te lo assicuro), ma sono convinto che tanti come me siano sconcertati.

In bocca al lupo per il tuo lavoro.
Federico

Condanna a Marco Travaglio. Una lezione di stile da Renato Farina

Thursday, 16 October 2008
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di Renato Farina per Libero

Notizia nuda e cruda: «Il giudice monocratico del Tribunale di Roma ha condannato il giornalista Marco Travaglio a otto mesi di reclusione e cento euro di multa per diffamazione ai danni di Cesare Previti in relazione a un articolo pubblicato dal settimanale “L’Espresso” il 3 ottobre del 2002 dal titolo: “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”.

Il giudice ha deciso anche un risarcimento di 20 mila euro per Previti. È stata condannata anche Daniela Hamaui, come direttore responsabile del settimanale, a 5 mesi e 75 euro di multa. Per entrambi gli imputati la pena è sospesa».

Commento. 1) L’articolo di Travaglio è stato scritto con la tecnica del taglia e incolla. Stile della casa. Aveva sforbiciato un verbale giudiziario, saltando però esattamente le righe che mettevano al riparo Previti dall’accusa di mafia. Il testimone colonnello Michele Riccio aveva affermato dinanzi ai magistrati di aver partecipato a una riunione con Dell’Utri e Taormina per discutere su come aiutare il medesimo Dell’Utri, a cui si aggiunse anche Previti. Fin qui Travaglio cita correttamente. Poi trascura un’altra frasetta leggermente decisiva: «II Previti era però convenuto per altri motivi legati alla comune attività politica con l’avvocato Taormina e non era presente al momento eccetera». La condanna a quanto pare ha un senso.

2) La condanna alla reclusione – sia pure sospesa –  è in questo caso una barbarie. La diffamazione non è sempre un reato di opinione: lo sappiamo. Essa ferisce. Ma non si può dare il carcere per un articolo. È un infortunio sul lavoro. Sono anni che Libero si batte per togliere questa spada di Damocle dalla testa dei giornalisti. Finisce per limitare la libertà di critica. I cronisti e i commentatori possono sbagliare. Ma quando si è impegnati in battaglie politiche l’errore accade. È un fallo di gioco. Ma una trattenuta o uno sgambetto nonmeritanola galera. Non esiste da nessuna parte nei paesi civili. Basta e avanza il risarcimento danni. Invece capita che se sono giudici e politici a denunciare l’offesa, la condanna è durae sicura. Non va bene.

3) Quanto poi alla reclusione a cui è stata condannata Daniela Hamaui è un vero e proprio assurdo giuridico. Il direttore responsabile non può che fidarsi del proprio giornalista. Gli chiede: le tue notizie sono certe, hai verificato? Risposta: sì. Non può essere reato penale la pubblicazione di un articolo sul proprio giornale. È l’unico caso in cui la responsabilità oggettiva – che contraddice la civiltà giuridica – è stabilita per legge e pure applicata: e limita davvero la libertà.

Post scriptum. C’è anche un’altra morale: Travaglio si è sempre compiaciuto di definire Lino Jannuzzi pregiudicato perché condannato per diffamazione. Scrisse di lui, giustificando la furia con cui era perseguito dai giudici, che occorreva «limitare i danni delle sue quotidiane diffamazioni. Che non sono, come hanno scritto vari buontemponi, “reati di opinione”. Ma falsi d’autore».

Jannuzzi, senatore, era stato così inserito nelle liste di proscrizione oltre che di Travaglio anche di Beppe Grillo (a sua volta condannato per omicidio colposo plurimo). Adesso che ne facciamo, cari dipietristi e grillisti e travaglisti, di Travaglio? Usufruirà dell’indulto, volente o nolente, e probabilmente il reato sarà prescritto quando si arriverà fino in Cassazione. Chi di spada ferisce…

Facci sul Giornale spara a zero sul "presunto collega" Marco Travaglio. "Stando al suo gergo ora è un pregiudicato". Poi ricorda tutte le condanne, compresa quella scoperta da Gabriele Mastellarini

Thursday, 16 October 2008
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di Filippo Facci per Il Giornale

Il presunto collega Marco Travaglio è stato condannato a 8 mesi di prigione e 100 euro di multa perché diffamò Cesare Previti, al quale andrà anche un risarcimento di 20mila euro che sarà probabilmente sborsato dall’Espresso. Il settimanale, infatti, il 3 ottobre 2002 ospitò un articolo diffamatorio sicché la direttrice Daniela Hamaui, a ruota, è stata condannata a 5 mesi e 75 euro che è una pena piuttosto elevata, se rapportata al di lei cosiddetto «omesso controllo». Ma siamo solo al primo grado, e la pena in ogni caso è stata sospesa per entrambi.

La diffamazione è il reato a mezzo stampa per eccellenza, spesso fisiologico a chi scrive di cose giudiziarie: nel caso di Travaglio, tuttavia, la condanna lo trasforma in un classico bersaglio del suo stesso metodo. Il reato è del 2002, ma giudicato nel 2008, dunque è presumibile che andrà in prescrizione prima del giudicato; il reato, inoltre, ricade tra quelli coperti dall’indulto approvato nel 2006; il reato, infine, stando al suo gergo da film con Thomas Milian, trasforma Travaglio in un «pregiudicato» poiché in precedenza era stato condannato sì come diffamatore, ma solo in sede civile.

Condannato, oltretutto, sempre per azione di Previti: nel 2000, per un suo articolo pubblicato sull’Indipendente nel 1995, il tribunale l’aveva già condannato al pagamento di 79 milioni che gli furono progressivamente decurtati dal reddito mensile.
Nel febbraio scorso, poi, nella sua Torino, Travaglio è stato condannato a risarcire Mediaset e Fedele Confalonieri per alcune ingiurie pubblicate sull’Unità del 16 luglio 2006; la notizia di questa condanna registrò tra l’altro un curioso episodio: un collaboratore dell’Espresso, Gabriele Mastellarini, scrisse sul suo blog che «Travaglio, che è sempre molto preciso sulle condanne altrui, scrive che “dovrò pagare 10mila euro più le spese al dottor Fedele Confalonieri”, mentre in realtà sono 12.000 e dimentica la pubblicazione dell’estratto sul Corriere della Sera, che ha un costo non indifferente. Travaglio non riporta anche la condanna a risarcire Mediaset per 14.000 euro, e soprattutto non dice che davanti al giudice ha definito la propria rubrica “di carattere satirico”». Questo scrisse Mastellarini prima che il suo rapporto con l’Espresso, senza nessuna spiegazione, avesse a interrompersi.

Altre querele, come una di Antonio Socci, Travaglio le ha scansate chiedendo pubblicamente scusa.
Ma torniamo a ciò che in una botta sola trasformerebbe Travaglio in pregiudicato o prescritto o indultato. L’articolo del 2002 era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa Nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». E già qui il cosiddetto «sottinteso sapiente» pare chiaro.

Lo sviluppo, poi, è ignobile: classico copia & incolla a tesi dove un pentito mafioso spiega che Forza Italia fu regista di varie stragi e fece un patto elettorale con Cosa Nostra. Il pezzo di Travaglio farebbe schifo già così, ma la sua disonestà intellettuale deve ancora dare il meglio. Vediamo. Il pentito del caso, Luigi Ilardo, raccontò queste cose che finirono in un rapporto redatto nel 1993. Ma Ilardo venne freddato da due killer nel 1996, talché «quello che avrebbe potuto diventare un altro Buscetta non parlerà più. Una fuga di notizie, quasi certamente di provenienza “istituzionale”, ha avvertito Cosa Nostra del pericolo incombente». Chi ha raccolto le confidenze del pentito, si legge, è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, in seguito coinvolto in un processo su presunti blitz antidroga pilotati. Riccio, nel 2001, viene convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri e al tenente Carmelo Canale, entrambi imputati per concorso esterno in associazione mafiosa. Taormina negherà, ma secondo Riccio in quello studio si predisposero cose losche: aggiustare deposizioni, scagionare Dell’Utri, cose del genere. Poi l’infamia. Travaglio cita un verbale reso da Riccio, sempre nel 2001: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E praticamente finisce l’articolo: l’ombra di Previti si allunga dunque su traffici giudiziari, patti con Cosa Nostra, regie superiori e occulte.
Il dettaglio, l’infamia, è che Travaglio non mette il seguito della frase. Eccola per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri». Questo è il presunto collega che questa sera arringherà le folle ad Annozero. Questo è Travaglio. (www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=298321&START=0&2col)
(Promemoria da www.marcotravaglio.it) Come per le cause che vinco, per fortuna la stragrande maggioranza, ritengo giusto che chi mi legge conosca anche le cause che perdo. Di recente ne ho persa una, fortunatamente non penale ma civile, e dovrò pagare 10 mila euro più le spese al dottor Fedele Confalonieri, che si era ritenuto danneggiato dal mio “Uliwood party” pubblicato sull’Unità del 16 luglio 2006. La sua richiesta era di 50 mila euro, il giudice l’ha ridotta a un quinto, anche perchè ha ritenuto offensive solo due frasi, delle tante indicate nell’atto di citazione dello studio Previti (ancora quello…). Chi vuole leggersi la sentenza del giudice di Torino, la trova qui linkata. E’ solo un primo grado (anche se il signor Confalonieri i soldi li ha voluti subito), stiamo preparando l’appello, speriamo che lì vada meglio. Per motivi di sintesi, avevo riepilogato le vicende penali (tutte vere e documentate) delle società Fininvest e Mediaset e dei loro dirigenti, da Berlusconi a Confalonieri in giù, senza specificare le singole sigle, ma parlando genericamente di “azienda”. Forse avrei fatto meglio a dire “gruppo” e avrei evitato un guaio. A questo dettaglio il plurimputato e pluriprescritto Confalonieri s’è appigliato e su questo il giudice gli è andato dietro. E ha ritenuto offensivo un mio riferimento alla faccia tosta del medesimo, che quel giorno aveva detto cose ai confini della realtà. Rispetto la sentenza, ma non la condivido, e dunque la impugno. Intanto pago. Con l’aiuto dell’Unità.  Marco Travaglio

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DELLO SPECIALE SU TRAVAGLIO CONDANNATO

Condanna a Marco Travaglio. La versione di Filippo Facci

Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: “Non parlo”

Travaglio e Previti. La condanna del gennaio 2000

Condanna di Marco Travaglio. “S’è scottato con il suo metodo” (by Marco Caruso, il biografo non autorizzato)

Condanna a Marco Travaglio. Parla lui: “Vista l’entità della pena mi conveniva fare un falso in bilancio. Il Tg1 ha dato la notizia: sono diventato più importante di Dell’Utri”

Condanna a Travaglio. Solidarietà da Tommaso Farina, figlio di Renato

AMARCORD. Un ricatto in nome di Previti (di Eugenio Scalfari)

Marco Travaglio condannato: “Faccio satira”

Nelle foto Marco Travaglio e Filippo Facci

Condanna di Marco Travaglio. "S'è scottato con il suo metodo" (by Marco Caruso, il biografo non autorizzato)

Thursday, 16 October 2008
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di Marco Caruso (biografo non autorizzato di Marco Travaglio)

Premessa necessaria ed ineludibile: alla notizia della condanna in primo grado di Travaglio per diffamazione contro Cesare Previti non ho nè esultato nè stappato bottiglie di spumante.
La sentenza in questione è solo di primo grado e prima di parlare di Travaglio come di un comune pregiudicato sarebbe giusto veder prima confermate le decisioni dei giudici d’Appello e di Cassazione (sebbene come reato, anche nel peggiore dei casi, finirebbe nel tritatutto prima della sospensione condizionale della pena e poi in quello dell’indulto).
Nessun sorriso quindi…

Se non che, una riflessione va fatta. Perchè una morale in tutto questo c’è! Eccome!
Ci sono almeno tre proverbi che mi vengono in mente per descrivere la cosa, ma è paradossalmente più semplice far capire la situazione con le parole più semplici che mi escono dal cuore: se metti una mano sul fuoco alla fine vedrai che ti bruci.

Travaglio s’è infine scottato.

Alcuni lo dicevano già da tempo; poi è arrivato D’Avanzo; ma il cappio se l’era già aggiustato Travaglio stesso: il metodo Travaglio fa acqua da tutte le parti e prima o poi avrebbe condotto il giornalista piemontese ad auto-intrappolarsi.

Per chiarire.
Siccome in molti hanno letto l’articolo pubblicato su L’Espresso nel 2002 e non c’hanno visto niente di diffamatorio, è pur giusto abbozzare una possibile spiegazione.
Ricapitolando: nel pezzo oggetto dell’esame dei giudici romani venivano proposti alcuni stralci di verbali di un colonnello dei ROS, tale Riccio, con cui intenderebbe collegare Forza Italia alle cosche mafiose siciliane.
Nel turbinio di informazioni e virgolettati finiscono in pasto pure Dell’Utri, Taormina e…Previti.

Quand’è che entra in scena l’ex ministro forzista?
All’ultimo secondo.
Travaglio riporta un brandello della testimonianza del colonnello Riccio su presunti incontri (smentiti) tra Dell’Utri, Taormina ed altri durante i quali si sarebbero aggiustate e concordate deposizioni tese a scagionare il braccio destro di Berlusconi.
Scrive Travaglio: “In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti”.
Punto. Chiuso l’articolo. Mandato in stampa. Pubblicato.

Stasera Travaglio è caduto dalle nuvole: che avrò mai fatto di male? lo citato una sola volta e non l’ho nemmeno trattato male al Previti?!
Già, se non fosse che essere il nome con cui si chiosa un intero resoconto di mafioserie varie è ben più di un “non ho fatto niente di male”, ma assomiglia molto ad un’ombra buttata lì per darla in pasto al lettore.
Informazione tendenziosa. Diffamatoria. Non c’è coda di paglia che tenga: si sottintende, si fa immaginare che…e non va affatto bene.

Ora: qui non si discute della statura morale di Previti, ma del “metodo” usato dal nostro Travaglio per raccontare ancora una volta le cose a modo suo.
A dimostrazione di quanto sia straziante il “metodo Travaglio” è cosa buona e giusta riportare i fatti per come stanno.

Questo è ciò che riporta Travaglio della testimonianza di Riccio:
“In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti”.
Punto, ripetiamolo…fine del pezzo.
Questo invece è ciò che realmente stava scritto negli appunti del colonnello dei ROS:
“In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Teormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri“.
Sorpresa…Travaglio ha omesso quel qualcosa che poteva letteralmente cambiare il senso di quella sua affermazione.

Dal momento però che per Travaglio metterla o non metterla non cambiava niente perchè tanto secondo lui Previti non ne usciva per niente male, la domanda logica è questa: se non c’era intento di colpire anche Previti, perchè nominarlo e metterlo al centro di una scena pur ritenendolo personaggio defilato?

Caro Travaglio, il tuo Metodo Travaglio ha colpito ancora…
Stavolta…e non è più la prima, a rimetterci sei stato tu.
Ma quando imparerai?
E quand’è che impareranno i suoi peones?

Condanna a Marco Travaglio. Parla lui: "Vista l'entità della pena mi conveniva fare un falso in bilancio. Il Tg1 ha dato la notizia: sono diventato più importante di Dell'Utri"

Wednesday, 15 October 2008
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di Nino De Luca per Corriere.it

«Quello che mi offende di più sono i cento euro di multa» dice ridendo Marco Travaglio. E continua con un’altra battuta: «Vista l’entità della pena mi conveniva fare un falso in bilancio». Così il giornalista collaboratore della trasmissione Annozero commenta la sentenza del tribunale di Roma che lo ha condannato a 8 mesi di reclusione e 100 euro di multa per diffamazione ai danni dell’ex ministro della Difesa e parlamentare di Forza Italia Cesare Previti.

Il giudice ha emesso la sentenza in relazione ad un articolo pubblicato dal settimanale «L’Espresso» il 3 ottobre del 2002 dal titolo: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia».

Se l’aspettava Travaglio? Cos’è successo?
«In realtà non me l’aspettavo. Non ho sottomano l’articolo che feci ma ricordo bene. Riportai le dichiarazioni del colonnello Riccio del Ros, il quale a verbale aveva detto alla Procura di Palermo di avere partecipato ad una riunione, credo nello studio dell’avvocato Taormina, nella quale si doveva vedere come sistemare certe faccende che riguardavano Dell’Utri. E disse che quel giorno era presente nello studio anche l’avvocato Cesare Previti. Lo ha testimoniato anche in udienza, ribadendo che Previti non aveva fatto niente di male. Io registrai la cosa ma senza aggiungere nulla. Quindi non ho detto che Previti aveva fatto, quel giorno e in quella circostanza, qualcosa di male. Forse è il pezzo in cui, più che negli altri, mi sono occupato di Previti più di sfuggita. Il pezzo in cui sicuramente l’ho trattato meglio».

Non era preoccupato dunque per quella querela?
«Previti praticamente mi querela ogni volta che lo nomino. Quindi non mi preoccupavo. Ora è riuscito a trovare un giudice che gli ha dato ragione. Io continuo a ritenere di avere riportato semplicemente, da cronista, quello che ha raccontato un testimone oculare. Non sono abituato a parlare di complotti o di toghe azzurre o di sentenze politiche o di persecuzioni. Penso che quando non si condivide una sentenza, e io non la condivido, non si sta a parlarne tanto. La appelleremo e speriamo che in Corte d’Appello sei occhi vedano meglio di due».

Se la pena non fosse stata sospesa paradossalmente avrebbe potuto beneficiare dell’indulto …
«Io mi auguro, dato che è solo un primo grado, che arriverà l’assoluzione. Non voglio essere salvato dall’indulto anche se l’indulto a differenza della prescrizione è irrinunciabile. Credo, almeno… Non vedo perché devo prendere in considerazione l’indulto, al quale tra l’altro non credo. Mi fido della Giustizia. Sono convinto di non aver diffamato nessuno».

I suoi nemici stasera brindano…
«Mah, facciano un po’ quello che vogliono. Si accontentano di poco. Che cosa devo dire? Ho saputo che il Tg1 ha dato la notizia. Sono diventato addirittura più importante di Dell’Utri. Quando condannano Dell’Utri i telegiornali non lo dicono. Quando condannano me lo dicono. Evidentemente mi ritengono più importante di questi signori. D’altra parte come diceva Victor Hugo “C’è gente che pagherebbe per vendersi”».

Condanna a Marco Travaglio. La versione di Filippo Facci

Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: “Non parlo”

Travaglio e Previti. La condanna del gennaio 2000

CLAMOROSO. Rai Uno, e non Retequattro, farà spazio a Europa 7

Wednesday, 15 October 2008
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Roma, 15 ott (Velino) – Il Consiglio di Stato – con sentenza del 6 maggio scorso – era stato perentorio. Entro il 15 ottobre il governo (e quindi il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani) e l’Autorità per le comunicazioni dovranno presentare una documentazione (“sulla base dei principi qui affermati e con piena applicazione della sentenza della Corte di giustizia del 31 gennaio 2008”) che sciolga una volta per tutte il nodo Centro Europa 7 e che indichi dove reperire le frequenze necessarie a garantire almeno una copertura dell’80 per cento del territorio alla tv di Francesco Di Stefano.

Ebbene, la documentazione è stata consegnata. E sembra che le frequenze per Europa 7 arriveranno da “Mamma Rai”. Il tutto in forza di una riorganizzazione dello spettro Vhf finora occupato dalle trasmissioni di RaiUno e ormai divenuto parecchio obsoleto. L’ammiraglia non si priverà di nulla, intendiamoci, e continuerà ad avere sette canali.

Ma la “ricanalizzazione” permetterà a Europa 7 l’utilizzo di un ottavo canale nuovo di zecca. In pratica si tratta di anticipare dal 2012 al 2009 (si ipotizza giugno) una “canalizzazione” già prevista prima dal piano frequenziale del 2002 e poi dalla conferenza di Ginevra del 2006. Ora non resta che attendere che il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, avvii un confronto con Viale Mazzini per concordare date certe.

Possono dormire sonni tranquilli, invece, i 1.400 impianti (e corrispondenti frequenze terrestri) di Retequattro sui quali da anni Centro Europa 7, e non solo, aveva messo gli occhi. Per il risarcimento eventuale dovuto al patron Francesco Di Stefano (chiesti 2.169.144.602 oltre alle frequenze, 3.500.000.000 senza), il Consiglio di Stato si pronuncerà invece il 16 dicembre 2008.

Dopo il parere della Corte di Giustizia Ue del 31 gennaio scorso – con il quale i giudici del Lussemburgo sottolinearono le inadempienze del “sistema Italia” in materia di frequenze tv – e la sentenza del Consiglio di Stato del 6 maggio, il tandem Romani-Calabrò sta cercando dunque di mettere la parola fine all’annosa vicenda di Centro Europa 7. Un’emittente che nel 1999 aveva ottenuto un’autorizzazione a trasmettere a livello nazionale in tecnica analogica senza però ricevere dal Ministero delle Comunicazioni le frequenze necessarie. Frequenze rimaste nella disponibilità di Retequattro in forza di un’autorizzazione provvisoria. Di Stefano si è dunque rivolto prima al Tar (ricorso respinto nel 2003) e poi nel luglio del 2005 al Consiglio di Stato per reclamare dal ministero le frequenze e il risarcimento dei danni (la prima richiesta fu di 600 milioni).

Travaglio e Previti. La condanna del gennaio 2000

Wednesday, 15 October 2008
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La Stampa del 04-01-2000
Caso Previti – Pignorato stipendio a un giornalista

Il Tribunale civile di Roma ha ordinato il pignoramento dello stipendio per il giornalista di «Repubblica» Marco Travaglio, condannato a pagare 80 milioni a Cesare Previti per una richiesta di danni per diffamazione.

La Repubblica del 04-01-2000 Pagina 18
Previti fa pignorare lo stipendio di un giornalista – La causa con Marco Travaglio
Marco Travaglio, giornalista di Repubblica, ha ricevuto un atto di pignoramento del suo stipendio dal Tribunale civile di Roma, che l’ha condannato in primo grado a pagare 79 milioni a Cesare Previti per un articolo del ‘ 95 sull’Indipendente. “La vicenda – dice Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi – ripropone la drammatica situazione di decine di giornalisti denunciati in sede civile e spesso non tutelati dagli editori. Per Travaglio, l’Indipendente cessò le pubblicazioni poco dopo”.

di Marco Travaglio per La Repubblica
DI CHE cosa sono colpevole? Di aver gravemente diffamato Previti, scrivendo la pura e semplice verità: cioè che l’indagato Previti era indagato. Il 24 novembre ’95 esce sull’Indipendente un mio articolo sui rapporti e le amicizie di Craxi e Berlusconi negli anni 80. Previti compare una
sola volta, in una lista di amici dei due amici, “futuri clienti di procure e tribunali”.
In quel momento, infatti, come scrivono tutti i giornali, Previti è sotto inchiesta a Brescia per il presunto complotto anti-Di Pietro. Mi cita in giudizio nel gennaio ’96. Non una querela per diffamazione con ampia facoltà di prova, ma una bella causa civile, cioè un processo dove non esiste accertamento della verità, né sospensione dell’esecutività della sentenza fino al terzo grado, né “giusto processo”.

In caso di condanna, prima paghi, poi eventualmente fai appello e recuperi. In più, per ragioni lunghe da spiegare, non vengono prodotti né la rassegna stampa che avevo predisposto (Cesare Previti nel frattempo viene rinviato a giudizio, processato e assolto a Brescia), né il registro degli indagati dove il suo nome era iscritto dal 29 settembre ’95.

Risultato: il giudice, il 30 giugno, mi condanna. Motivazione: “Il contenuto diffamatorio si ravvisa… nell’aver accostato l’attore (Previti) a una serie di personaggi colpevoli di aver tenuto condotte gravemente criminose… e nell’averlo qualificato “futuro cliente di procure e tribunali”. Ciò in un periodo in cui nessuna indagine era stata aperta nei confronti dell’on. Previti… Non può conseguentemente essere invocata l’esimente del diritto di cronaca”.

La sentenza arriva per Natale, in busta verde, unita all'”atto di precetto” con cui Previti mi invita gentilmente a scucire i 79 milioni e rotti entro dieci giorni. Da un fulmineo controllo, scopro che quando uscì l’articolo l’ “attore” era pure indagato a Milano (dal 6 settembre ’95, per le accuse della Ariosto sulle tangenti ai giudici). Oggi, poi, è cliente anche delle Procure di Roma e Perugia.
E al danno si aggiunge la beffa: su suggerimento di Giuliano Ferrara, Previti mi offre uno sconto di 30 milioni, a patto che io “faccia pubblica ammenda”. Per aver scritto la verità? Faccio appello, non ammenda. E spero che, intanto, il Tribunale sospenda l’esecutorietà della sentenza. Nell’attesa comincio a pagargli il vitalizio: un pezzo di stipendio al mese.

Condanna a Travaglio. Solidarietà da Tommaso Farina, figlio di Renato

Wednesday, 15 October 2008
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di Tommaso Farina per www.dituttounblog.com

Ovvia la solidarietà al collega Marco Travaglio, anche da parte del sottoscritto, che certo non lo ama e anzi lo considera un esempio giornalistico da cui tenersi totalmente lontano.

Ma Sergio Fornasini (moderatore di questo blog, ndr) sbaglia quando scrive “Non è giusto che il potere quando viene inquadrato nel mirino dell’informazione reagisca a carte bollate e processi, almeno non per questa che apparentemente sembra una cosa insignificante”. Lo stesso Travaglio dice che chi diffama (e la diffamazione entra in essere in tre circostanze, non necessariamente compresenti: quando si scrivono cose false; quando si scrivono cose “non pertinenti” – di interesse non pubblico – quando si scrive in modo non continente, ossia con termini e toni offensivi) nuoce alla libertà di stampa. Potersi difendere da una diffamazione è sacrosanto.

E’ ignobile, viceversa, che la diffamazione possa prevedere la galera. In carcere per diffamazione non ci si dovrebbe andare, occorrerebbe correggere questa stortura del codice penale.

Come vedete, ho detto su Travaglio le stesse cose che scrissi a proposito della carcerazione di Jannuzzi. E ricordate che perfino Guareschi finì indecentemente in gattabuia.

Condanna a Marco Travaglio. La versione di Filippo Facci

Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: “Non parlo”

Mino Pecorelli chiese a Licio Gelli 3 milioni di dollari per tacere

Wednesday, 15 October 2008
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di Paolo Martocchia per www.dituttounblog.com

Quando ebbe tra le mani un documento scottante, contenente i “principali membri della massoneria vaticana”, Mino Pecorelli, il giornalista di OP, fu contattato da Licio Gelli (nella foto) per una negoziazione: se quella lista fosse stata pubblicata “potevano esserci guai seri”, specie per mons. Marcinkus e Roberto Calvi.

Nel suo libro inchiesta, L’Entità, Fazi editore, Eric Frattini ricorda un passaggio cruciale della vicenda che successivamente portò all’omicidio del giornalista. Frattini, infatti (p. 369), scrive: “….sembra che il giornalista avesse chiesto per il suo silenzio circa tre milioni di dollari, una cifra che Gelli si rifiutò di pagare”.

Ad oggi, altro mistero italiano, nessuno è stato arrestato per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Questo il passaggio del libro.

”….Per Gelli, anche l’avvocato e giornalista Carmine “Mino” Pecorelli era diventato un problema. Negli anni Sessanta, Pecorelli aveva fatto scoppiare numerosi scandali con i suoi articoli apparsi sulla rivista “OP”, grazie alle informazioni provenienti anche da persone collegate alla mafia. Con il passare degli anni; OP divenne una preziosa fonte non solo per i politici, ma anche per finanzieri, avvocati e pubblici ministeri. Le informazioni arrivavano al giornalista da agenti dei servizi segreti italiani e papali, e, ovviamente, da personaggi di rilievo della loggia P2, di cui era membro. Lo stesso gran maestro chiedeva ai suoi potenti fratelli massoni di fornire carte e documenti al direttore di OP per denunciare tutti coloro che si opponevano alla loggia o agli interessi della P2. a metà del 1977, Pecorelli iniziò a indagare su una delle truffe più eclatanti della storia della finanza della Repubblica italiana: la manipolazione e vendita clandestina di un derivato del petrolio utilizzato per i riscaldamenti centralizzati degli edifici e come combustibile per i camion. Gli utili dell’operazione, secondo i dati forniti da Pecorelli, ammontavano a quasi 9 miliardi e mezzo di dollari. Il giornalista continuò a indagare, pericolosamente, e scoprì che nella frode erano implicato lo IOR e monsignor Marcinkus e che la Banca Vaticana, attraverso un agente libero dell’Entità, forse il gesuita polacco Kazimierz Przydatek, deviava il denaro ricavato dalle vendite su conti all’estero, principalmente a Nassau e in Svizzera. Nell’agosto del 1977, gli articoli dello scandalo sul combustibile improvvisamente cessarono: Pecorelli aveva subito pressioni dal senatore Dc Claudio Vitalone, dal giudice Carlo Testi e dal gen. Donato Prete, della Guardia di Finanza, affinché smettesse di occuparsi della questione. Si dice anche che il giornalista ricevette una visita di Przydatek, il gesuita polacco e agente libero dei servizi segreti del Vaticano agli ordini di Marcinkus. All’inizio del 1978, Mino Pecorelli ricominciò a pubblicare articoli sull’infiltrazione della massoneria nel Vaticano, in particolare nei suoi tre grandi centri di potere: la diplomazia, la finanza e i servizi segreti. In uno dei numeri della rivista, il giornalista riportava l’elenco con i nomi dei principali membri della massoneria vaticana, tra i quali figurava il potente cardinale Jean Villot. Licio Gelli pensò allora che, se la lista arrivava nelle mani di papa Lucani, potevano esserci guai seri, soprattutto per Paul Marcinkus e Roberto Calvi. Dopo la morte di Giovanni Paolo I, Gelli negoziò con Pecorelli, ma sembra che il giornalista avesse chiesto per il suo silenzio circa tre milioni di dollari, una cifra che Gelli si rifiutò di pagare”.

AMARCORD. Un ricatto in nome di Previti (di Eugenio Scalfari)

Wednesday, 15 October 2008
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di Eugenio Scalfari per La Repubblica

Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell’ex procuratore di Mani pulite.

Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia “discontinuo” rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.

Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all’amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.

Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall’indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella – e per la prima volta nella nostra legislazione – questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.

La verità che sta dietro all’estensione dell’indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell’estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il “quorum” necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa “impasse”; per superarla hanno trangugiato il rospo.

Il rospo, tra l’altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l’indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l’affidamento ai servizi sociali.

Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un’aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi “ad personam” che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.

Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l’azione della giurisdizione, l’obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c’è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.

Ora l’indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l’accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l’intento principale del provvedimento di clemenza.
C’è infine un’ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?

(24 luglio 2006)

Condanna a Marco Travaglio. La versione di Filippo Facci

Wednesday, 15 October 2008
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di Filippo Facci per www.dituttounblog.com

Allora, a un certo punto Travaglio descrive una scena dove c’è un certo colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel 2001 viene convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri e al tenente Carmelo Canale, entrambi imputati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Taormina negherà, ma secondo Riccio in quello studio si predisposero cose losche: aggiustare deposizioni, scagionare Dell’Utri, cose del genere. Travaglio cita un verbale poi reso da Riccio: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti».

E praticamente finisce l’articolo: l’ombra di Previti si allunga dunque su traffici giudiziari, patti con cosa nostra,le stragi del ‘93, regie superiori e occulte, tutte le cose orrende di cui ha parlato nel corso del suo lungo articolo.

Ma Travaglio non ha omesso il seguito della frase del verbale.
Eccola integrale: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Teormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».

Ne parlo domani sul Giornale.

Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: “Non parlo”

Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

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Condanna Marco Travaglio. Il Pm aveva chiesto solo una multa. Previti: "Non parlo"

Wednesday, 15 October 2008
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Milano, 15 ott. (Apcom) – “No guardi, non ho intenzione di dire alcunchè, sono due anni che taccio con i mezzi di informazione e credo che continuerò a farlo. Non c’è ragione per cambiare idea e poi adesso sono impegnato”. Sono queste le uniche parole che l’ex ministro ed ex parlamentare di Forza Italia Cesare Previti “regala” a chi lo cerca sul cellulare per fargli commentare la sentenza con cui il Tribunale di Roma ha condannato il giornalista Marco Travaglio a 8 mesi di reclusione, 100 euro di multa e un risarcimento di 20 mila euro a favore dello stesso Previti.

Previti aveva presentato querela nel 2002 dopo che sul settimanale “L’Espresso” era uscito un articolo dal titolo: “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”. L’articolo a firma di Travaglio affermava che Previti, presente nello studio dell’avvocato Carlo Taormina, aveva partecipato a una riunione in cui con l’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio si sarebbe parlato di dare una mano a Marcello Dell’Utri, indagato per mafia. Riccio confermava la presenza di Previti, collegandola esclusivamente alla comune attività politica con Dell’Utri, escludendo la partecipazione dell’ex ministro ai discorsi sulla situazione giudiziaria dell’ex amministratore di Publitalia

(Ansa) ROMA – Il giornalista Marco Travaglio è stato condannato oggi dal giudice di Roma Roberta Di Gioia a otto mesi di reclusione, con sospensione della pena, e a 100 euro di multa per diffamazione nei confronti dell’ex deputato Cesare Previti. Il processo era scaturito da un servizio, intitolato ‘Patto scellerato tra mafia e Forza Italia’ apparso sul settimanale ‘L’Espresso’ il 3 ottobre del 2002.  A Travaglio, che dovrà risarcire Previti con 20 mila euro, è stata inflitta una pena addirittura superiore alle richieste del pm (500 euro di multa).

Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l’articolo contestato da Cesare Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Emilio Fede: "Una volta ho chiamato Travaglio, mi ha chiesto scusa e non mi ha più attaccato"

Wednesday, 15 October 2008
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La Stampa (15 ottobre)
Andrea Scanzi: «E Travaglio?»
Emilio Fede: «[…] Una volta l’ho chiamato, mi aveva criticato con toni inaccettabili. Ha chiesto scusa e da allora non mi ha più attaccato. Conosco vita, morte e miracoli di tutti: esigo rispetto. Quando Furio Colombo mi dette del “servo”, gli ricordai di quando lui era veramente il servo della Fiat. Sono siciliano, chi mi pesta i piedi mi dà fastidio».