Condannato Marco Travaglio (sentenza di primo grado, appellabile e sotto indulto). Ecco l'articolo contestato da Cesare Previti

Wednesday, 15 October 2008
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di Marco Travaglio per L’espresso del 3 ottobre 2002

Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi.

Ecco il programma politico di Cosa Nostra. Semplice, elementare, addirittura banale: «amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo».

Nel febbraio 1994 un boss di primissimo piano lo confida punto per punto a un colonnello della Dia, che al termine di ogni colloquio lo annota via via sul suo taccuino di appunti. L’amnistia e l’indulto . gli stessi obiettivi di cui si torna a discutere oggi, con la proposta Biondi-Taormina, già sottoscritta da diversi parlamentari del centrodestra e del centrosinistra per placare la rivolta nelle carceri . sono alla pagina 47 di quel taccuino. Poco prima, a pagina 32, si legge: «Quelli i Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le strag. siciliani dietro gli attentati in Italia».

Pagina 36: «La Fininvest ha pagato un miliardo di tangenti a Santa Paola (boss della mafia catanese, ndr) dopo l’attentato incendiario che ha subito lo stabilimento Standa a Catania. Rapisarda-Marcello Dell’Utri». Pagina 42: “Prov. (Provenzano, ndr) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra sette/5 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima». Pagina 49: «Andranno contro il partito o i partiti dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c’è solo repressione lotta alla mafia e nient’altro in alternativa protesta operaia e manifestazioni destinate a crescere, aspettano nuovo partito o schieramento».

Il boss “gola profonda” si chiama Luigi Ilardo, è nato a Catania nel 1951 ed è il cugino nonché il braccio destro di Giuseppe “Piddu” Madonia, il capomafia di Caltanissetta vicinissimo a Bernardo Provenzano. Lui stesso, Ilardo, si vede e comunica spesso con Provenzano. L’ufficiale che raccoglie le sue rivelazioni è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio (in seguito coinvolto in un processo a Genova su presunti blitz antidroga “pilotati” nel Savonese). Le prime confidenze sono dell’ottobre 1993. Pochi mesi dopo le ultime stragi, quelle dell’estate, a Milano, Firenze e Roma. E pochi mesi prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Soprattutto di questo parla Ilardo: della presunta “regia superiore” delle stragi e dei presunti accordi fra Cosa Nostra e uomini di Forza Italia.

Gli appunti del colonnello Riccio (388 pagine), travasati in un raspporto firmato dall’ex numero due del Ros Mauro Obinu, non riceveranno smentite. Ma solo riscontri e condanne per gli uomini di Provenzano (la sentenza del tribunale conferma il “giudizio di affidabilità sull’operato del Riccio e sulla correttezza dello stesso” nella gestione di Ilardo). Ora quelle carte sono state depositate dalla Procura di Palermo nel processo contro Dell’Utri.

Riccio contatta Ilardo nel settembre 1993, nel carcere di Lecce. Il boss ne esce nel gennaio 1994, per motivi di salute, e torna in Sicilia. Ormai fa il doppio gioco. Mancano due mesi alle elezioni del 27 marzo, poi vinte da Berlusconi. E il boss s’incontra segretamente con Riccio, svelandogli in presa diretta la campagna elettorale di Cosa Nostra. Dopo le stragi e la cattura di Riina rivela: «Provenzano, Pietro Aglieri e le altre famiglie palermitane di erano schierati contro Bagarella, colpevole di seguire ciecamente la politica sanguinaria di Riina. che aveva inasprito la reazione dello Stato e condotto allo sbando Cosa nostra e al fenomeno del pentitismo. Bagarella era isolato. Provenzano, nascosto a Bagheria, aveva fatto sapere alle ‘famiglie’ siciliane di stare tranquille e di non esporsi ad attività criminali avventurose, ma di aspettare tempi migliori, forieri di un contesto politico stabile e più garantista nei confronti della criminalità organizzata».

Ilardo racconta al colonnello anche come Cosa Nostra decise di votare nel 1994. «In Caltanissetta, i ‘palermitani’ avevano indetto una riunione», in cui si era deciso che «tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare Forza Italia». Come mai? «I vertici avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello nell’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie ‘famiglie’ mafiose, nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici quali appalti, finanziamenti statali…».

Chi è l’ uomo «dell’entourage di Berlusconi»? La risposta è in un verbale firmato da Riccio il 21 dicembre 1998 davanti ai pm di Firenze che indagano sui mandanti occulti delle stragi: «Nel marzo-aprile 1994 ho detto a Ilardo: per caso l’uomo dell’entourage è Dell’Utri? Lui mi ha fatto la battuta, guardandomi: “Lei le cose le capisce! Poi ne riparleremo. Vedrà quanti ne passeremo”.». Le stragi dovevano servire «per mettere sotto i politici», che «facevano promesse su promesse» a Bagarella.

Il 27 marzo 1994 Berlusconi vince le elezioni e diventa presidente del Consiglio. Ilardo spiega a Riccio che «molta della credibilità del Provenzano all’interno di Cosa Nostra sarebbe dipesa da quanto sarebbe riuscito a ottenere a seguito delle promesse ricevute . dagli appartenenti al nuovo apparato politico che aveva vinto le elezioni in cambio dei voti». Dopo il 27 marzo tutto cambia. Racconta Riccio: «Ilardo mi ha detto: non dobbiamo fare più attentati eclatanti. Gli imprenditori ci aiuteranno, nel tempo, con l’abolizione di determinati articoli (del codice, ndr). “Quando noi saremo al potere . ha detto il referente . entro sei mesi manterremo fede a quelle proposte”». Il nuovo governo non farà in tempo a fare nulla: durerà meno di 7 mesi.

Intanto Ilardo svela il nascondiglio di una decina di superlatitanti e li fa arrestare. Il 31 ottobre 1995 avverte Riccio che sta per incontrare Bernardo Provenzano in persona, in un casolare a Mezzojuso. Riccio, appena passato al Ros, chiede ai superiori i mezzi necessari per il blitz. La risposta è fredda, interlocutoria: non intervenire, ma limitarsi a “osservare” anche perché Ilardo non vuole portare addosso microspie e non è sicuro chi incontrerà. Su questo episodio la versione di Riccio si differenzia da quella degli uomini del Ros ed esiste una indagine del pm palermitano Antonino Di Matteo.

Nel marzo 1996, alla vigilia delle elezioni politiche (quelle poi vinte da Prodi), Ilardo rompe gli indugi e accetta di diventare un collaboratore di giustizia. Confesserà tutti i suoi crimini ed entrerà con la famiglia nel programma di protezione. Il 2 maggio lo conferma in un incontro nella caserma del Ros a Roma, dove il generale Mori lo presenta ai procuratori Caselli, Principato e Tinebra. Questi fissano il primo interrogatorio formale per il 15 maggio. Ilardo torna in Sicilia per mettere a punto gli ultimi dettagli. Avverte i famigliari. Consegna a Riccio i “pizzini” (bigliettini) del suo carteggio con Provenzano. I due si vedono ancora il 10 maggio, all’aeroporto di Catania. Poche ore dopo, alle 21.30, Ilardo viene assassinato da due killer davanti a casa sua.

Quello che avrebbe potuto diventare un altro Buscetta non parlerà più. Una fuga di notizie, quasi certamente di provenienza “istituzionale”, ha avvertito Cosa Nostra del pericolo incombente. Solo Riccio può ridargli la voce. Cosa che fa attraverso i suoi appunti tutti scritti con inchiostro verde e le testimonianze. Senonchè, nel marzo 2001, viene convocato nello studio del suo avvocato, Carlo Taormina, per una riunione con Dell’Utri e il tenente Carmelo Canale, entrambi imputati per concorso esterno in mafia. Riccio denuncia subito il fatto alla Procura di Palermo: «Si è parlato di dare una mano a Dell’Utri. Io avrei dovuto dire che l’Ilardo non mi ha mai parlato di Dell’Utri come uomo di mafia, vicino a Cosa Nostra». In più Riccio deve dimenticarsi la mancata cattura di Provenzano. In cambio gli viene promesso un aiuto per rientrare nell’Arma e per ottenere “la rimessione del mio processo”. «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Teormina era presente anche l’onorevole Previti». Taormina ammette il colloquio ma nega quelle pressanti richieste al cliente. In ogni caso, Riccio cambia avvocato.

Riccio e e il suo ex difensore Taormina si rivedranno presto, a Palermo, per testimoniare al processo Dell’Utri.

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per aver diffamato Previti

Wednesday, 15 October 2008
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Ciao Gabriele, complimenti per il blog. Ho visto che ti occupi di Travaglio spesso; ho trovato oggi quest’agenzia in rete, non so se t’interessa. Cari saluti.

(Nonostante tutto, dò solidarietà a Marco Travaglio come giornalista, gmast)

Marco Travaglio condannato a 8 mesi per diffamazione Previti

Articolo dal titolo “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia” Milano, 15 ott. (Apcom) – Il giudice monocratico del Tribunale di Roma ha condannato il giornalista Marco Travaglio a 8 mesi di reclusione, 100 euro di multa per diffamazione ai danni di Cesare Previti in relazione a un articolo pubblicato dal settimanale “L’Espresso” il 3 ottobre del 2002 dal titolo: “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”. Il giudice ha deciso anche un risarcimento di 20 mila euro per Previti. La pena è stata sospesa. 15-OTT-08 14:50 NNNN

Leggi anche Marco Travaglio condannato: “Faccio satira”

Roberto Saviano: via dall’Italia per tornare a vivere

Wednesday, 15 October 2008
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di Sergio Fornasini

In una intervista rilasciata a Repubblica, articolo a firma di Giuseppe D’Avanzo, Roberto Saviano si sfoga dichiarando che non ce la fa più a sopportare una vita blindata e sta pensando di trasferirsi all’estero. “Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri”. Leggi il resto –> »

E'SPORT! Graziano Cesari smentisce: "Non sono il presidente del Pescara"

Wednesday, 15 October 2008
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Intervista all’ex arbitro (oggi commentatore tv) Graziano Cesari dal sito www.forzapescara.it

Dott. Cesari, parliamo con l’imminente Presidente del Pescara? Possiamo chiamarla già così?
Lunedi sera e ieri sera ero in trasmissioni di reti private e mi hanno chiesto di questa situazione. Ho smentito e smentisco anche ora.

La notizia è pervenuta da membri dello stesso Cda della Pescara Calcio o da personaggi connessi alla vicenda…
Non sono il Presidente del Pescara e non so come questa cosa sia stata messa in giro. Le dico di più se avessi avuto questo mandato, di certo non stavo qui nella mia Genova, ma lì a Pescara a cercare di risolvere la situazione che mi sembra piuttosto seria da come leggo sui giornali.

Non ha avuto nessun contatto di tal genere?
Circa un mese fa sono stato contattato, mi è stata chiesta la disponibilità di entrare in una società di calcio così come ha fatto la Carrarese nella quale ora sono direttore della comunicazione a titolo assolutamente gratuito. Se la cosa mi interessa non sono legato al denaro. In seguito non ho avuto più nessun contatto.

Notizia priva di fondamento in conclusione?
L’altro ieri era dato per certo (il fatto di essere il futuro presidente n.d.r.), ieri per dubbio, domani non se ne parlerà nemmeno più.

Anche Dagospia spara (in ritardo) Facci-Ciuro-Travaglio, ma non c'è Mastellarini

Wednesday, 15 October 2008
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NONSOLOSOLDI. Lettera aperta ai "signori banchieri"

Wednesday, 15 October 2008
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di Gianluigi De Marchi per www.dituttounblog.com

Signori banchieri, per favore, non raccontateci più frottole, siamo tutti adulti e vaccinati, non crediamo più a Cappuccetto Rosso, ai sette nani o a Babbo Natale; e men che meno a voi.

Signori banchieri, non venite più a dirci che la crisi planetaria che avete scatenato è legata ai “subprime”, cioè a quei mutui concessi in totale assenza di garanzie e di valutazioni prudenziali da banche americane (ma non solo da loro…) a poveretti che sognavano di comprarsi la casa.
Basta avere la quinta elementare (e non è quindi necessario avere appeso, come voi, un bel Master in business administration dietro la scrivania da 20 metri quadrati nel vostro ufficio da 400 metri quadrati nel salone più bello di un palazzo del 1700) per fare due conti; e scusatemi se lo faccio con la mia calcolatrice da 3 euro e non con un centro elettronico da 10 milioni di euro, ma penso che il risultato sia uguale…

Dunque: la perdita totale del sistema bancario è stata stimata (sottolineo: stimata; quindi forse è ancora peggiore, perché finora vi siete rifiutati di dare cifre esatte) in una cifra che scrivo per intero: 1.400.000.000.000 di dollari e leggo prendendo fiato a metà della lettura, perché si tratta di millequattrocentomiliardi di dollari! In euro fa meno impressione, perché sono “solo” mille miliardi grazie al cambio favorevole, ma fa sempre impressione.

Bene, supponendo che sia vero quello che dite, questa cifra diviso 200.000 dollari (prezzo medio per una casa in USA; ma un disoccupato o un homeless cui avete fatto il mutuo forse ha speso molto, molto meno) dà la bellezza di 7.000.000. Sette milioni di case in cui abitano presumibilmente una trentina di milioni di persone (dato che è noto che il tasso di fertilità dei poveri è superiore a quello dei ricchi banchieri).

Ora, per quanto possiamo essere creduloni, dobbiamo credere che 7 milioni di disoccupati e di homeless in due anni si sono comprati 7 milioni di case negli Stati Uniti? Lo sapete, vero, che i disoccupati negli USA sono 3,6 milioni e non 7 milioni?
E allora, come avete fatto a perdere 1.400 miliardi di dollari? E’ evidente che non è vero che avete concesso mutui a 7 milioni di persone, ma avete fatto qualcosa di molto, molto peggiore e ora vi nascondete dietro ai “subprime” per suscitare un po’ di pietà verso quei disgraziati sperando di beneficarne anche voi.
E no, signori, nessuna pietà.
Avete sicuramente fatto ben altro, avete inondato il mondo di carta straccia con sigle di tutti i tipi (ABS, CDO, IRS, CW), avete messo in piedi finanziamenti collegati ad operazioni di “finanza creativa”. Vi dicono niente nomi come “Up and In JPY call-ITL put”, “Knock in forward”, “Zeta swap”, “FX Depo swap” ed altri simili che avete venduto a piene mani a piccole imprese che oggi sono sull’orlo del fallimento perché non riescono a pagare i costi di operazioni che credevano di copertura del rischio cambio e che solo dopo un anno hanno scoperto essere sì di copertura, ma per voi e non per loro?
Chissà, forse nel rivendere i mutui inesigibili, per errore (o “mistake”, come più elegantemente ha detto il più anglofono di voi…) avete inserito ogni mutuo in dieci diversi CDO moltiplicando così il ricavo della rivendita delle posizioni?
Non capisco molto, lo ammetto, da dove esca fuori quella cifra.
Forse farei meglio a riprendere in mano le favole di Perrault e di Andersen; in fondo Biancaneve e Cenerentola finivano bene, mentre noi, grazie a voi…

Perdere la trebisonda

Wednesday, 15 October 2008
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Avete finito. Sembrate in un ring. I detrattori di Facci scrivano al Giornale. I detrattori di Travaglio scrivano all’Unità. Ma difficilmente gli uni e gli altri troveranno spazio nella rubrica delle lettere. Ringraziate, per non avervi cestinato o censurato, il buon Mastellarini, l’unico che è riuscito a far perdere la trebisonda a Travaglio. Siete partecipi di una rissa, mentre Travaglio e Grillo (ora silente) incassano. (Fabrizio Spinella)

Posta e risposta. La credibilità di Travaglio, la vacanza "no Alpitur" l'incredibile coppia Facci-Mastellarini

Tuesday, 14 October 2008
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Spero vivamente che Travaglio corregga ciò che ha scritto su Ciuro nel libro “Intoccabili”. Ne va della sua credibilità. Alberto Santangelo

Qui si discute di “furboni”… Uno di questi è Travaglio, che ha trovato una sua dimensione super-remunerativa puntando su un menu fisso di temi, raccontati con uno stile preciso (ben poco giornalistico). Io mi diverto a volte a leggere o ascoltare Travaglio. Ma siccome sono uno con le idee confuse, mi è simpatico e leggo sempre Facci. Anche il buon Mastellarini mi sembra uno sveglio. Ma ho l’impressione che anche Mastellarini stia diventando un “furbone”. Nel senso che questa ossessione per Travaglio gli sta fruttando molta notorietà. Che di solito viene remunerata (almeno nel medio periodo). E’ tutto legittimo. E nel merito forse io sto anche dalla parte della coppia Facci-Mastellarini. Però non facciamo finta di non vedere….questa storia viene portata avanti più per ragioni di business che ti reale interesse giornalistico. Francesco F

Caro Gabriele,seguo questo tuo blog da poco e per quel poco che ho potuto notare mi sembra che tu sia anche un buon giornalista. Però c’è un però: di tutte e tre le parti in causa (tu, Facci e Travaglio) chi per un verso chi per l’altro, sputtana il proprio ruolo di giornalista assumendo invece quello di comare e nessuno dei tre ci sta facendo una bella figura, credimi. Gioverebbe altresì che ti disinteressassi di questo argomento trito e ritrito della vacanza di Travaglio:abbiamo capito la motivazione che ti spinge, ma non ne possiamo più, come da parte di Travaglio non ne possiamo più di sentire “Angelino Jolie” o “il mechato” ecc. e non ne possiamo più degli insulti (gratuiti per altro) di Facci che si è creato visibilità insultando il cosiddetto “popolo della rete”,di cui per altro lui fa pienamente parte e ne è la parte più gretta e meschina. Facci, ti stimerei se tu non insultassi le persone, cosa che tra l’altro imputi a Travaglio ma strumento di cui ti sei impadronito subito.
Un cordiale saluto. Stardust

Caro Gabriele Mastellarini, devo fare ammenda e ammettere che sul secondo assegno la fotocopia non è ancora stata pubblicata. (Mi scuso con Lei per l’inesattezza). Certo che la presenza dell’importo e del numero già rendono più concreta, al momento la difesa, soprattutto dopo il cambio di date di D’Avanzo. Sono sicuro che Travaglio le pubblicherà, non perchè sono un suo “fan” (io direi assiduo lettore), ma perchè sulla credibilità si gioca soprattutto la professionalità di un giornalista, e credo proprio che per quanto scocciante, Travaglio dedicherà ancora del tempo alla questione. Per il resto riesco difficilmente ad essere d’accordo con Lei. Qualora fosse stato determinato l’episodio di possibile corruzione o favore (la vacanza), allora saremmo di fronte ad un sospetto leggittimo, che metterebbe in dubbio l’onestà intellettuale del giornalista.  Ma se la diatriba si snoda sulla compresenza allora mi sembra abbastanza sterile. D’Avanzo per primo sollevò tutto questo bailame, e credo in un primo momento a ragion veduta. Dopo la pubblicazione delle ricevute (forse per considerare prorpio chiuso chiuso chiuso dobbiamo aspettare le seconde) rimane solo la compresenza, che non mi sembra fatto d’interesse e quindi su cui esprimersi.  Si ritorna ad una questione di credibilità. Travaglio aveva il diritto e il dovere di rispondere a D’Avanzo. Se la diatriba rimane non sui fatti, ma sulle sfumature si può, usando la propria personale capacità di critica, decidere se credere o meno alle sue spiegazioni. Non trovo lesa la sua onestà intellettuale.
Facci invece si concetra solo su questo aspetto, e non sui fatti. Potrebbe utilizzare altro materiale su cui contrattaccare a Travaglio, utilizzando fatti e inchieste relative, insomma fare giornalismo e non pettegolezzo, ma non lo fa.  E anche in questo caso, usando la mia capacità di critica e le informazioni che mi procuro (merce sempre più rara) decido di non credere ad una persona il cui operato mi sembra di gran lunga più discutibile. Sui fatti si hanno prove, il resto è opinione, e le opinioni, speriamo a lungo, rimangono libere. Cordiali saluti. Agostino

Nel mare magnum di commenti pervenuti in questi giorni (a proposito vi ringrazio per il seguito e per il numero sempre più massiccio di accessi) ho scelto questi quattro perché li ritengo i più rappresentativi.

Certamente ha ragione Alberto Santangelo, l’aver scritto di Pippo Ciuro in quei termini è un clamoroso autogol per Travaglio. A mio avviso lo è ancor di più aver sempre nascosto quella consolidata amicizia con il finanziere che aveva condotto le indagini su Fininvest e su Dell’Utri, in parte ricomprese nel bestseller “L’Odore dei soldi” il libro che ha consentito a Travaglio (grazie all’ospitata da Luttazzi) di affermarsi alla ribalta nazionale. Vi immaginate se a quei tempi fosse venuta fuori l’amicizia tra Ciuro e Travaglio? Forse il “personaggio” Travaglio non sarebbe mai esistito.

Eppure i due si conoscevano bene, si scambiavano e-mail con depliant di alberghi e si ritrovavano insieme in Sicilia a giocare a tennis. Il caro Agostino cerca di ricondurre il tutto al pagamento delle vacanze che Travaglio avrebbe dimostrato. Il problema è, invece, un altro e si chiama “onestà intellettuale”. Orbene il moralizzatore Travaglio può continuare a far la morale ad altri giornalisti dopo il clamoroso autogol con Ciuro definito un “talpino” e un semplice “millantatore” in un libro pubblicato due anni dopo l’arresto? Insomma, se io fossi Vespa, Facci o Riotta, tre giornalisti continuamente attaccati da Travaglio, avrei certamente buon gioco a ricordare al collega torinese quella vacanza con Ciuro e, soprattutto, il modo con cui il compagno di doppio è stato trattato nel libro “Intoccabili”.

Sul punto Travaglio – beccato più e più volte dal sottoscritto e da Facci – è quantomai evasivo, in palese difficoltà. Sulle ricevute non ha avuto problemi a esibirle, con annesse articolesse inviate a Repubblica. Mentre sul ruolo di Ciuro, sui suoi giudizi, sulle passeggiate con il Pm Ingroia, il Marcotravagliato è assente. Muto. Quasi indifferente. E presta il fianco alle sacrosante stoccate mie e di Filippo Facci.

Il lettore Stardust mi invita ad occuparmi d’altro. Mi creda Stardust per me Travaglio è un divertissement e ho ben altre cose da scrivere. Ma la mia morale e il mio pizzico di professionalità mi obbligano a stare sul pezzo e a seguire tutto quello che riguarda il caso Ciuro-Travaglio che non è affatto una bazzecola, ma una cosa seria della quale si parla troppo poco. Non vado in cerca di pubblicità nè di visibilità, caro Francesco F. Molto più semplicemente faccio il mio lavoro, nell’interesse dei lettori di questo bloGiornale. Che poi si parli di coppia Facci-Mastellarini, beh questo è veramente incredibile perchè non ho mai visto Filippo Facci nè ci siamo mai parlati telefonicamente. Fino a maggio scorso non sapevo neanche della sua esistenza. Tra me e lui solo contatti via e-mail. Ma non ci siamo mai scambiati depliant per le vacanze in Sicilia nè abbiamo disquisito di cuscini. Ve lo assicuro.

Cordiali saluti

Gabriele Mastellarini

Filippo Facci show: "Travaglio ha un fisico da verme solitario. Nel suo libro l'amico-condannato Ciuro è trattato con i guanti bianchi". "Beatrice Borromeo? Nota precaria"

Tuesday, 14 October 2008
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Ricevo da Willy. Buongiorno, credo che l’editoriale di oggi di Filippo Facci possa essere adatto per il tuo blog! Ha fatto un rimpasto delle tue dichiarazioni e di qualche utente del sito, per l’ennesimo attacco a Travaglio. A presto, Willy

di Filippo Facci per Il Giornale

Il cabarettista del Travaglino (quello che sfotte i difetti fisici degli altri anche se ha un fisico da verme solitario, quello che parla solo con magistrati amici suoi e li usa come uniche fonti) e insomma: il cabarettista del Travaglino, dicevamo, ha diffuso un nuovo video per la gioia degli sfigati che lo adorano e che hanno come capoultrà la contessina Beatrice Borromeo, nota precaria.

Ultimo bersaglio è Gaetano Pecorella, reo di essere candidato a giudice costituzionale nonostante sia imputato (solo imputato) per favoreggiamento di Delfo Zorzi di cui oltretutto è il legale. Voi capite: parla l’omino che nel 2003 portò la famiglia a trascorrere le vacanze con un favoreggiatore di mafiosi arrestato tre mesi dopo, quel Pippo Ciuro che delinqueva anche durante quella vacanza mentre se ne stava a bordo piscina con Travaglio e col pm Antonio Ingroia (complimenti per il fiuto) prima di essere definito «figura estremamente compromessa con il sistema criminale» nella sentenza che in Appello l’ha condannato a 4 anni e 8 mesi.

Voi capite: Travaglio i favoreggiatori non li può vedere, nel senso che non li vede proprio. Nel suo libro «Gli intoccabili», infatti, l’amico Ciuro viene trattato con guanti bianchi: e il fatto che trattasi dello stesso maresciallo che indagò su Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, of course, è del tutto casuale.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=298039

(Nelle foto da sinistra a destra Filippo Facci, Marco Travaglio e Beatrice Borromeo)

E'SPORT! L'ex arbitro Graziano Cesari è il nuovo presidente del Pescara

Tuesday, 14 October 2008
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di Paolo Martocchia

Gli appassionati di calcio lo conoscono bene. Lo conobbero quando la sua carriera da arbitro balzò agli onori delle cronache sportive internazionali. Una bella carriera. Poi, dopo aver appeso la giacchetta al chiodo, eccolo di nuovo in primo piano, come commentatore in diverse trasmissioni televisive di Mediaset. Ieri, però, ha fatto un altro salto, questa volta di “spessore”: l’assemblea dei soci della Pescara Calcio Spa, lo ha nominato Presidente. Graziano Cesari, imprenditore.

Nel Cda ci sono come vice-presidenti Nicola Lisi e l’avvocato romano Giorgio Massafra, un posto anche a Ilvano Ercoli e Domenico De Luca.
Questi ultimi due saranno domani a Pescara.
Per quanto riguarda il passaggio di quote non c’è chiarezza assoluta, la proprietà sarebbe passata dal Soglia Hotel Group al Cit Travel

Legge intercettazioni, parlano i giornalisti in un VIDEO ECCEZIONALE

Monday, 13 October 2008
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L’associazione “Dietro le quinte” ha relizzato un video, intervistando otto colleghi per spiegare che cosa – tra l’altro – i cittadini avrebbero perso se la legge sulle intercettazioni fosse già in vigore. Il video dura 10 minuti e vi partecipano: Massimo Alberizzi – Corriere della Sera, Guido Besana – Mediaset, Rosi Brandi – La Prealpina, Mimmo Lombezzi – Mediaset, Pino Nicotri – L’Espresso, Marco Travaglio – L’Unità e Repubblica, Laura Verlicchi – Il Giornale, Maxia Zandonai Rai.

Gilioli (L'espresso): "Una parola per Rosaria"

Monday, 13 October 2008
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di Alessandro Gilioli (dal blog “Piovono Rane”)

Io spero fortemente che molti quotidiani riprendano con grande risalto la notizia  del raid intimidatorio della camorra a casa di Rosaria Capacchione. Rosaria è una giornalista del “Mattino” che da due decenni si occupa di camorra con un coraggio ammirevole e che per questo è entrata nel mirino dei casalesi. Chi la segue da anni mi dice che ha meriti nella lotta culturale alla camorra non inferiori a quelli di Saviano.

Vive sotto scorta, naturalmente.

L’altra notte a Caserta sono entrati nella sua casa, mentre lei era fuori. Non erano ladri, non hanno rubato niente. Tranne un po’ di appunti di lavoro e una targa premio senza nessun valore. Quella che a Rosaria ha dato l’associazione Articolo 21, proprio per premiare la sua battaglia contro la camorra.

Nessuno è così ingenuo da non capire il significato simbolico di questo gesto. Il raid notturno e il furto della targa sono un messaggio assai limpido dei casalesi a Rosaria e a tutti quelli che sui libri, sui giornali e in Rete stanno conducendo la battaglia dell’informazione contro i casalesi ela camorra.

Loro, i camorristi, sanno benissimo che le condanne del processo Spartacus, così come i recenti arresti, hanno tra le loro cause anche la grande attenzione mediatica che in questi ultimi anni si è concentrata su di loro.

Insomma, i giornalisti – anzi alcuni giornalisti – sono ora l’obiettivo dei casalesi. Speriamo che gli altri, quelli che non vivono sotto scorta a Caserta, vogliano spendere una parola per Rosaria e concentrare l’attenzione su lei, come è stato fatto per Roberto Saviano.

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/10/qualcuno-spenda-una-parola-per-rosaria/

TUTTO IL TONINO MINUTO PER MINUTO

Monday, 13 October 2008
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di Salvatore Merlo per Il Foglio

Il polo Di Pietro. Tutto il Tonino possibile: le defezioni del Pd, i tradimenti, i sondaggi, il Web, il paraleghismo manettaro. Così l’ex pm si sta trasformando da partito in coalizione.

Bluffa e rilancia ma poi, chissà come, riesce a ritirarsi sempre in tempo, appena un attimo prima d’essere scoperto. Rompe con l’alleato Veltroni ma poi rimedia subito, tanto da aderire alla manifestazione democratica del 25 ottobre; nel 2000 squassò l’Asinello in polemica con quello stesso Arturo Parisi al quale, per pizzicare Veltroni, oggi ricorda quella magica “esperienza tradita”(da Walter); infine con lo stesso spirito si affatica per far eleggere Leoluca Orlando alla commissione di Vigilanza ma apparentemente senza crederci troppo: forza la mano, osserva il Pd dilaniarsi e contorcersi, poi fa dire a qualcuno dei suoi che in realtà “un posto in cda sarebbe meglio”.

E chissà come andrà a finire l’azzardo della candidatura solitaria del dipietrista Carlo Costantini, giustizialista dalla faccia candida, alle regionali abruzzesi del 30 novembre. C’è chi giura sia soltanto un’altra mano di poker: “Vediamo quanto si può strappare al Pd”. E’ così che vince Antonio Di Pietro, come un maestro del gioco d’azzardo: qualche buona carta e molto sangue freddo.

Adesso ha in mano un partito che dal nulla è arrivato al 4,4 per cento nazionale. In Molise (27 per cento) è più forte del Partito democratico (solo 17 per cento), mentre in Abruzzo alle ultime elezioni ha conquistato il 7,1 al Senato. Voti quasi raddoppiati stando agli ultimi sondaggi privati che – giura Ivan Rota, il responsabile organizzativo dell’Idv –“ci danno una forbice compresa tra il 12 e il 17”. Di Pietro avrebbe superato, anche in Abruzzo, il Pd. Sono numeri enormi, confermati – anche se un po’ al ribasso – dai democratici, che sembrano aver perso i centristi di Pier Ferdinando Casini e adesso, spinti dall’opposizione interna degli ulivisti, in Abruzzo hanno cercato di riavvicinarsi a un Di Pietro sicuro del fatto suo. Ché non ha nulla da perdere e molto da guadagnare. La regione travolta dalla tempesta giudiziaria ha ormai il suo cavaliere dell’apocalisse pronto a cavalcare “l’alternativa possibile” declamata a Vasto il 12 settembre scorso. E’ uno schema già replicato nel 2002 a fianco delle vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia e più di recente con l’appoggio all’Agerif, l’associazione dei genitori di Rignano Flaminio, dove alcuni bambini – si credeva a marzo di quest’anno – sarebbero stati vittime di abusi sessuali commessi da tre maestre, il marito di una di loro, una bidella e un benzinaio cingalese.

Se c’è una grande emergenza ben raccontata dai quotidiani, ecco apparire Tonino. Ma stavolta ci sono delle novità. A Vasto, Di Pietro ha pronunciato un discorso che a tutti è suonato come il manifesto di un partito – questo sul serio – a vocazione maggioritaria. La questione morale, sì – ha spiegato l’ex pm – è la prima battaglia, ma poi anche pensiero economico, un’idea di sviluppo per il territorio, politiche sociali. E quasi, a sentirlo parlare, l’Idv non sembra più il partito mono issue che tutti conoscono. Di Pietro continua a pensare di essere uno di quei mistici del Seicento che credevano di immergersi nelle cose del mondo e nei pesanti piaceri della carne senza restarne insozzati perché l’esperienza di Dio, in questo caso del Codice, li proteggeva. Ma, a prenderlo sul serio, stavolta c’è di più.

Nella sua ultima apparizione a Matrix, l’ex pm ha ringraziato Enrico Mentana per “non avermi fatto parlare solo di giustizia”. Incredibile? No, perché l’Idv che inizia oggi la propria lunga campagna elettorale, con i gazebo anti lodo Alfano, sembra voler adeguare la propria esile struttura al successo elettorale, alla realtà pesante dei numeri: “Abbiamo una sede in ogni capoluogo e siamo in espansione”. Che la “cosa” arrangiata chiamata Idv stia diventando un partito vero, non casalingo, se non un Polo? Il Polo Di Pietro. Suonare suona. Chissà. Di sicuro il figlio di Tonino, Cristiano, è ancora consigliere in Molise, il cognato Gabriele è in Parlamento e la moglie Susanna è sempre il segretario dell’associazione fondatrice. Eppure, il progetto di costruire un feudo meridionale strutturato nella macro regione Abruzzo-Molise è un piano evidente, coltivato con intelligente costanza. La macchina organizzativa dell’Idv macina successi e lentamente – al sud – sta divorando le posizioni del Pd. Tre sindaci, due in provincia di Chieti e uno a Teramo, hanno lasciato la casa democratica per quella manettara, e nelle parole dei dirigenti le defezioni si fanno un fiume in piena: “Entro una settimana – dice il responsabile regionale Alfonso Mascitelli – annunceremo l’ingresso di un consigliere regionale del Pd. E’ solo l’inizio”.

Quando Di Pietro dichiara, strizzando l’occhio a Parisi e Flores, che “l’unione sono io” forse ha ragione. Sempre più amministratori locali passano nel suo partito, e l’Abruzzo democratico, che avverte la forse inevitabile vittoria del centrodestra, corre ai ripari lasciando la barca che affonda. Tuttavia l’accordo elettorale tra Idv e Rifondazione comunista va naufragando. Con il Prc di Paolo Ferrero Di Pietro condivide la battaglia per la questione morale, specie in Abruzzo, dove Rifondazione è comandata da Maurizio Acerbo e la simpatia dipietrista non è mai stata una novità. L’apparentemente scombicherata alleanza aveva già esordito nel 2006-2007 (“un’esperimento importante”, raccontano) alle elezioni amministrative del comune abruzzese di Montesilvano. Fu un disastro elettorale, l’incrocio tra una forza comunista e un partito non ideologico come l’Idv non piacque agli elettori. Per questo adesso la formula del laboratorio abruzzese, e forse anche quella delle più importanti elezioni europee, potrebbe essere una coalizione di tipo diverso. Un piccolo sistema tolemaico con Di Pietro e il suo simbolo al centro e gli astri minori del Prc e delle liste civiche a ruotargli intorno.

Ma ci sono dei problemi. Gli ultimi sondaggi commissionati dall’Idv indicano che l’elettorato dipietrista non ama Rifondazione: senza il Prc, paradossalmente, Di Pietro è il primo politico d’Abruzzo. Con Ferrero perde alcuni punti, determinanti, considerato che l’obiettivo inconfessabile non è vincere le elezioni ma superare in consensi e condizionare il Partito democratico (che intanto in Abruzzo perde pezzi). Mentre il Pd romano corteggia (inutilmente?) l’Udc, tra i democratici abruzzesi si prepara la fronda. Nella capitale Arturo Parisi blandisce Di Pietro per colpire Veltroni e annuncia la sua partecipazione alla manifestazione dipietrista di oggi, ma in Abruzzo succede anche di peggio. “Stiamo trattando con gli esponenti locali della corrente ulivista”, dice Mascitelli, il regista della lunga campagna elettorale che dal laboratorio abruzzese porterà l’Idv alle elezioni europee: ma solo dopo aver rafforzato la regione-feudo, aver stretto il legame con la sinistra moralista, con il “non partito” dei girotondi e con le liste civiche consacrate dal bollino di conformità garantito da Beppe Grillo. Se davvero i parisiani andassero con l’alleato-avversario di Veltroni, l’agguerrita minoranza ulivista, da corrente autonoma e strutturata, si farebbe partito. Prologo di quanto potrebbe accadere anche a Roma.

Così la regione che fu di Ottaviano Del Turco e la spinta creatrice che l’Idv ha impresso alla sua, finora, eterea struttura rappresentano forse la mutazione genetica della furbizia di Di Pietro, che era un Calandrino in Parlamento, lo scaltro del contado, e ora è diventato un acrobata agilissimo della manovra politica e istituzionale. Ma la politica per Di Pietro è come la città dell’azzardo, la Roulettenburg del giocatore dostoevskiano. Perché tutto è reversibile, fino all’ultimo momento, come una fiche lanciata sul piatto: basta che Veltroni vada “a vedere”. Tonino è pur sempre l’uomo che la mattina sale sul predellino, megafono alla mano, per eccitare gli animi degli scontenti lavoratori di Alitalia e poi, alla sera, dichiara ai giornalisti che “l’accordo è quasi chiuso e va bene”.

L’Italia dei Valori è un perfetto partito della Seconda Repubblica. Berlusconiano – nel senso di leaderistico – almeno quanto Forza Italia, e scarsamente democratico quanto la Lega nord di Umberto Bossi. Per capirlo basta parlare con i deputati dell’Idv, che vivono da replicanti del capo (quando fanno di testa loro, come Pino Pisicchio che voleva votare l’indulto, finiscono nel tritacarne). Non bastasse, si può dare uno sguardo allo statuto: all’articolo 2 si legge che “l’associazione Italia dei Valori – composta da Di Pietro, dalla moglie e dalla tesoriera Silvana Mura, nda – promuove la realizzazione di un partito nazionale”. Ecco. All’articolo 10 c’è scritto: “La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione”. E’ così che l’Idv celebra regolarmente dei congressi regionali nei quali vengono regolarmente eletti delegati che tuttavia regolarmente non vengono convocati al congresso nazionale per eleggere i quadri dirigenti. Il fatto è che da quanto esiste, l’Idv non ha mai tenuto un congresso nazionale, anche se, bisogna dire che, come sostiene l’ex amico di Di Pietro Elio Veltri, “anche se lo celebrasse e Tonino venisse sfiduciato, lui resterebbe in sella”. Per farlo fuori infatti, la di lui moglie e l’amica di una vita, Silvana Mura, dovrebbero sfiduciarlo dall’associazione.

Ma quanto pesa, secondo il canone classico delle tessere, l’Idv? Il numero preciso degli iscritti non lo ricorda neanche Rota, il capo dell’organizzazione nazionale: “Siamo qualche centinaio di migliaia di tessere – dice – Di sicuro 2500 in Sardegna, dove però siamo un po’ deboli”. E si capisce che l’Idv è il vero partito senza tessere (non solo senza congressi). Di Pietro si sveglia alle cinque del mattino per tuffarsi nel mare della blog-sfera, ci sono milioni di internauti che vagano nella rete in cerca di risposte e ai quali il leader si dedica senza risparmio. La leggenda vuole che ogni giorno risponda di proprio pugno a duemila e-mail. Quando il Cav. e Denis Verdini annunciano che il Pdl sarà un partito di blog, Internet e gazebo hanno una grande intuizione, ma Di Pietro – bisogna ammetterlo – l’ha capito prima. Il sito dell’Idv e il blog antoniodipietro.it fanno un milione di contatti al mese, è il più cliccato della politica italiana, ha i numeri di un vero opinion maker americano. A che servono le tessere quando si può parlare a tutti così facilmente?

Di Pietro affianca a una struttura di tipo classico, che si sta rafforzando, l’elasticità di Internet (strumento che lo collega rapidamente al mondo di Grillo, ma anche all’editoria simpatizzante di Luca Fazio e della sua Chiare Lettere). Ha una sezione in ogni provincia italiana, ma i soldi veri li spende per il Web: circa 800 mila euro l’anno. E chi è il genio organizzativo dell’universo Internet dipietrista? Gianroberto Casaleggio, lo stesso maestro internettiano – guarda un po’ – di Beppe Grillo. A Di Pietro, orfano dell’Unità di Antonio Padellaro, manca solo un vero giornale. Per questo non vede l’ora che l’editore di Marco Travaglio, Luca Fazio, che tra l’altro non avrebbe affatto bisogno di fondi pubblici vista la solida copertura economica di cui gode la sua casa editrice, gli faccia il favore di fondare un settimanale con i trasfughi dell’Unità e le prestigiose firme anticasta di Chiare Lettere. D’altra parte con i giornali di sua proprietà, l’ex pm, non ha avuto grande fortuna. Uno lo chiuse alla vigilia del primo Vaffa day di Beppe Grillo, per significare la propria rinuncia al finanziamento pubblico (abbandono che coincise con la fine del praticantato della figlia nella redazione del giornale, poi salvato – nemesi – da un imprenditore socialista portato in casa Di Pietro dall’ex senatore Idv Sergio De Gregorio).

Il Molise è la madre patria e l’Abruzzo è la colonia, terreno di coltura su cui radicarsi e far moltiplicare le cellule di nuove possibili alleanze per il futuro. Di Pietro ha dalla sua la sinistra così detta radicale (benché la maltratti), le liste civiche, i girotondini, gli ulivisti del Pd. Ma la forza dipietrista – in Umbria, Toscana e Marche non va altrettanto bene – è anche al nord, dove le elezioni amministrative per la Lombardia non sono forse così lontane e dove, dopo il successo elettorale di aprile, visto il 4,85 per cento conquistato a Milano, qualcuno già dichiarava: “Di Pietro correrà alla successione di Roberto Formigoni”. L’Italia dei Valori della Lombardia, che due anni fa aveva mandato a Roma solo due deputati, questa volta esprime due senatori e quattro onorevoli (tra gli altri Gabriele Cimadoro, ex Udc e cognato di Di Pietro). Voti raddoppiati, che rafforzano la già schierata truppa di trentotto assessori, quasi cento consiglieri comunali, due assessori provinciali, un sindaco e due vicesindaci. Un bacino elettorale che Di Pietro, questa volta, non contende al Pd, ma – strano ma vero – alla Lega.

L’Idv, in Lombardia, combatte la sua guerra di propaganda fondendo la logica giustizialista e anti casta all’idea leghista di “Roma ladrona”. Chiedere, per credere, all’onorevole Sergio Piffari, un bergamasco verace. A ridosso dell’emergenza munnezza e della crisi di Alitalia, il partito lumbard-dipietrista aveva tappezzato Milano con questo slogan: “300 milioni per Alitalia, 500 per il comune di Roma e 500 per la spazzatura in Campania”. E c’è “il Nord che paga”. Il tentativo, in parte riuscito visti i voti, è quello di conquistare, sull’onda dello slogan facile e gridato dei padani, i delusi di casa Bossi. “Da quando la Lega è al governo – dicono nell’Idv milanese – la base è scontenta. Il federalismo non è quello che volevano loro, la soluzione per Alitalia rischia di indebolire Malpensa e l’indotto lombardo”. Paraleghismo, dunque. Con qualche eccesso pedissequo tuttavia. Visto che, a luglio, lo slogan e l’immagine dipietrista contro gli sprechi pagati dal Nord erano copiati paro paro, caratteri cubitali e punti esclamativi compresi, da un cartellone leghista che rappresentava il nord come una grassa gallina dalle uova d’oro. “Solo una coincidenza”, dicono.

L'intervista di Mario Alessi al Tg1. Uno scoop da evitare?

Monday, 13 October 2008
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Tg1, va in onda il raccapriccio
di Madame Psychosis da www.ilbarbieredellasera.com

Mi chiedo cosa passi per la testa del direttore del principale telegiornale, quando decide di mandare in onda la (vecchia) testimonianza, a sua discolpa, di un condannato all’ergastolo per l’omicidio di un bambino di 18 mesi.

Minuto 18 del tg1 delle 13 di oggi, il conduttore lancia un servizio. Per la prima volta, dice, parla Mario Alessi, condannato all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Tommaso Onofri.

Parte il video. Con qualche incertezza, per alcuni secondi lo schermo è fisso sulla faccia, capelli lunghi e barba incolta, di Alessi. E’ in carcere, il video è stato fornito dal suo avvocato. Risale al settembre 2007, oltre un anno fa, a pochi giorni prima dell’apertura del processo.

Il primo piano si anima, Alessi comincia il suo racconto, o, come dice il tg1, “la sua versione”. “Dopo dieci minuti, un quarto d’ora che ero lì, ritorna Raimondi, e mi fa: non c’è niente da fare, il bambino è soffocato”, è l’agghiacciante inizio. “Tu, dice, rimani qua, io vado giù a sistemare tutto. Ma il bambino non è che stava soffocando, lui lo stava proprio ammazzando”. “Io quando sono tornato giù ho visto lui accucciato, che picchiava addosso al bambino”, Alessi accompagna quest’ultima asserzione con un eloquente gesto del braccio. Sono basita. Ma mica è finita qua.

Intermezzo: il cronista attacca “così è stato ucciso il piccolo Tommaso”, ricostruisce le fasi dell’omicidio e del processo. Facciamolo anche noi: la Corte d’assise di Parma ha condannato Alessi all’ergastolo e la sua convivente Antonella Conserva a 30 anni, e ritenuto Alessi e Salvatore Raimondi (condanna a 20 anni con rito abbreviato, per il solo concorso) entrambi colpevoli dell’omicidio di Tommaso Onofri, rapito e ucciso a Casalbaroncolo il 2 marzo 2006.

“Mario Alessi in aula non ha mai parlato, queste sono le sue prime parole dopo il delitto”. Ah, quindi sarebbe uno scoop, un’esclusiva. Solo che non capisco dove sia la notizia. E quale sia la ragione per la quale il tg1 ha deciso di mandarlo in onda.

Riprende Alessi: “Io l’ho visto con i miei occhi che picchiava sul bambino”, rifà il gesto.

“Nel lungo racconto Alessi si è anche concesso uno sprazzo di umanità”, sottolinea il cronista. Ma non mi dire. Lo fa descrivendo l’irruzione in casa Onofri: “Io ho accarezzato il bambino, per non farlo piangere. Gli passavo la mano nei capelli, per non farlo piangere”. Ad Alessi si spezza la voce. Fine del servizio.

Tommaso Onofri aveva 18 mesi quando fu portato via da casa e ucciso, soffocato e percosso, gli hanno rotto il cranio. Due anni e mezzo dopo, l’uomo condannato per il suo brutale assassinio è entrato nelle nostre case, grazie al tg1, per dirci che lui non c’entra, che lui è buono.

Io devo ancora riprendermi.

MP

Affari Italiani intervista Facci ("Inaccettabile e ignobile l'attacco di Travaglio") e riprende lo speciale di Mastellarini su Ciuro

Monday, 13 October 2008
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di Luca Vaglio per Affari Italiani

Io sarei “un poveretto che non ha mai fatto un servizio”? E’ inaccettabile e ignobile denigrare così la professionalità di un collega”. Così Filippo Facci intervistato da Affari Italiani torna sulla polemica che lo oppone a Marco Travaglio. “Dalle mie inchieste sono partite delle indagini della magistratura. Altri giornalisti costruiscono i loro servizi andando a pranzo con i pubblici ministeri...”
Botta e risposta tra Travaglio e Vespa… E Pippo Ciuro story: la vicenda processuale del maresciallo della Dia. Speciale di Gabriele Mastellarini

“Nei pezzi in cui ho ripreso, aggiungendo altre cose, la provocazione avviata da Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, ho scritto chiaramente, almeno cinque o sei volte, che non credo affatto che Marco Travaglio si sia fatto pagare le vacanze dalla mafia. Per questo ho trovato inaccettabile e ignobile che Travaglio mi dipingesse come “un poveretto, che non ha mai fatto un servizio…”.

Giornali/ Vespa vs Travaglio, di Gabriele Mastellarini

Pippo Ciuro story/ La vicenda processuale del maresciallo della Dia, tratto da http://dituttounblog.com/articoli/pippo-ciuro-story

Un conto è criticare, anche in modo duro, un altro è squalificare una persona, attaccare la sua professionalità. Io ho esplorato il mestiere di giornalista in tutte le sue forme tradizionali prima di approdare al grado, che considero inferiore, di opinionista.

Tanto che è successo che magistrati decidessero di aprire inchieste in seguito ai miei articoli, come è avvenuto nel 1996 per le indagini svolte dalla procura di Brescia su Antonio Di Pietro. Nelle inchieste in questione il leader dell’Idv è stato assolto da ogni profilo penale. Tuttavia la sua posizione avrebbe presentato dei profili disciplinari ove non si fosse dimesso dalla magistratura, ndr.

Sono altri quelli che costruiscono i loro pezzi andando a pranzo con i magistrati…”. Filippo Facci replica così su Affari a Marco Travaglio, intervenuto su Affari sulla polemica giornalistica, avviata da D’Avanzo su Repubblica e ripresa dallo stesso Facci, in merito ai rapporti dell’opinionista de L’Unità con una persona arrestata per favoreggiamento alla criminalità organizzata (Pippo Ciuro, ndr).

E allora perché ha scritto quell’articolo?
“Per dimostrare come a volte sia facile etichettare una persona come mafiosa o delinquente, mettendo assieme coincidenze, incontri e frequentazioni. Questo è il metodo che spesso usa Travaglio… Il punto è: che cosa avrebbe fatto Travaglio di un caso così, analogo a quello che è capitato a lui? Probabilmente avrebbe dato del mafioso al malcapitato di turno …”

Al di là di questa polemica, non crede che i giornalisti oggi perdano troppo tempo a polemizzare, a lanciarsi stilettate l’un l’altro?
“Sì, viviamo in una fase di eccessi, di confusione morale, dove la politica ha ceduto il suo posto ad altri attori. Tra questi ci sono i giornalisti, i magistrati…”

Le sue prese di posizione nei confronti di Bebbe Grillo e del V-Day hanno scatenato contro di lei una grande ostilità da parte dei sostenitori del movimento lanciato dal comico genovese…
“Tutto è partito quando da Bruno Vespa, a “Porta a Porta”, ho detto che la “maggioranza dei frequentatori del blog di Grillo rappresenta il peggio della Rete…”. Continuo a pensarlo.

E tutti i piccoli sabotaggi personali e quello che è seguito alla mia presa di posizione hanno un’importanza relativa, se l’alternativa è andare a rimorchio del movimento di quello che è e resta un comico. A cavalcarlo ci si guadagna, a non farlo no. Viviamo un tempo strano in cui si viene messi nell’angolo si viene etichettati, quando non denigrati, se solo si prova a esprimere un punto di vista non bipolare”.