E'SPORT! Il Mancio si dà alla pesca

Wednesday, 24 September 2008
Pubblicato nella categoria E'SPORT!

di Paolo Martocchia

In attesa del gradito ritorno in panchina, Roberto Mancini non dimentica la sua regione (le Marche; per la quale, anni fa, posò anche come testimonial).

Mentre “Special One” Mourinho è già alle prese con la bramosia tricolore della nuova Juve, il Mancio si è regalato una barca stupenda. Da sempre appassionato di nautica, da poco tempo è diventato l’armatore dell’Endeavour 42, una potente imbarcazione della Camper & Nicholsons Yachting. Una power boat con prestazioni di livello superiore alla norma, grazie ai 2 motori Yanmar da 480 hp. Nei giorni scorsi, Mancini ha nuovamente raggiunto la Costa Smeralda, dove la sua barca era stata ormeggiata. Buone vacanze, Mancio. E torna presto.

Marcotravagliato/6. Intervista a mezzanotte: "Noi ce l'abbiamo normale, anche se sembra lungo". Facci sibillino: "Forse Travaglio si fila Mastellarini…"

Tuesday, 23 September 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI, TRAVAGLIO'S

Intervista di Andrea Scanzi (La Stampa) a Marco Travaglio, con interventi (in corsivo) di Gabriele Mastellarini

Il corpo è esile, ma spara bordate. Marco Travaglio non è un guru della tv, ma tutti i guru della tv che abbiamo intervistato nelle ultime settimane lo chiamano in causa. L’intervista va in scena dopo mezzanotte, «l’unico mio momento libero». Infatti, in questi giorni, Travaglio è impegnato a “teatro” (l’uso delle virgolette non è improprio), dove presenta un “entusiasmante” spettacolo nel quale lui – seduto in penombra – legge alcuni fogli mentre un violinista in camice bianco l’accompagna. Da non perdere.

Travaglio, le sue non sono interviste, ma interrogatori.
«In un Paese dove Vespa passa per giornalista, chi fa domande è un’anomalia. In Italia la realtà è così drammatica che se racconti i fatti passi per fazioso: ma sono i fatti a essere faziosi. All’estero Vespa neanche lavorerebbe. Qui il massimo dissenso tollerato è il chiacchiericcio, la battutina alla Mentana. Santoro e io facciamo nomi e cognomi. E il potere ci odia». 1) Bruno Vespa è un giornalista ed è stato anche direttore del Tg1. Pur con tutti i suoi limiti meriterebbe un pizzico di rispetto in più da parte del giovane collega. 2) Da quando il potere odia Travaglio e Santoro? 3) Ogni giorno migliaia di giornalisti fanno domande e ottengono risposte…Ma non ditelo troppo in giro…

Per Lerner, volete solo dimostrare che «ce l’avete più lungo».
«Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo corto. Mi spiace che a dire questo sia Gad, il migliore dopo Santoro. Ancora rivendica di avere rifiutato l’ultima vera intervista a Borsellino, nella quale – due giorni prima di Capaci – parlava di indagini sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Comunque, in un Paese decente, i tre tg nazionali sarebbero diretti da Lerner, Santoro e Feltri». Finalmente una notizia: Travaglio ce l’ha normale. Peccato!

Feltri?

«Il fuoriclasse del giornalismo di centro-destra. Neanche difficile, ci sono solo lui e Belpietro. Con il centro-sinistra al governo, un tg di Feltri lo guarderei: gli farebbe le pulci». “Libero”, il quotidiano diretto da Feltri, ha fatto le pulci anche a Travaglio pubblicando per primo le motivazioni della causa Travaglio-Confalonieri nella quale il primo diceva di aver “fatto satira”, ma non ha sfangato la condanna a risarcire Mediaset e Confalonieri. 

Chi va in tivù certo di avere la verità in tasca risulta antipatico.
«Lo dice Costanzo. Non mi sono mai posto il problema della simpatia, mi interessa che ciò che dico sia vero. Costanzo non l’ho mai capito. Appena lo nomini, la gente sbianca: ha un potere enorme, nella P2 era “maestro” e Berlusconi “apprendista muratore”. Però Costanzo ha anche rischiato la pelle per la mafia. L’attentato fu legato anche al suo “no” alla nascita di Forza Italia, ne sono convinto, ma capisco che lui non abbia voluto inoltrarsi su questo terreno». Se si hanno le prove di ciò che si dice su quell’attentato sarebbe opportuno depositarle. Anch’io sono “convinto” di conoscere chi abbia assassinato l’on.le Aldo Moro, ma non ne ho le prove, quindi non lo dico.

Non è una tesi da nulla.
«Ho letto qualche tonnellata di atti giudiziari sulle stragi del ‘93. Servivano a “destabilizzare per stabilizzare”, a sollecitare la nascita di nuove forze politiche gradite alla mafia. In quei mesi Dell’Utri stava inventando Forza Italia, in stretto contatto con Mangano». Coincidenze?

Cambiamo argomento. Ormai lei è il giornalista di riferimento della satira.
«Grillo è un comico straordinario, ma ormai fa politica dall’esterno. Sabina Guzzanti ha uno spirito civico formidabile. Luttazzi è un genio e un purista. La sua scelta, opposta a Beppe e diversa da Sabina, è di essere soltanto un satirico. Non partecipa a eventi politici per non alimentare confusioni. Tutti e tre non mediano, dicono tutto. Come se l’Italia fosse davvero una democrazia». Se qualcuno mi dicesse “lei è il giornalista di riferimento della satira”, lo querelerei subito, anziché confermare.

Grillo preferisce i nemici veri agli amici finti. È lo stesso per lei e Santoro?
«Michele ha capito troppo tardi chi sono i burocrati della sinistra. Così ha prestato la sua faccia a chi non lo meritava al Parlamento europeo, permettendo ai D’Alema di sventolare fintamente la bandiera della libertà. Per me è diverso, ho sempre ritenuto i gerarchi comunisti il peggio del peggio. Poi è arrivato Berlusconi e mi ha costretto a mutare le gerarchie. Il centro-sinistra non fa paura: fa ridere. Vuole quello che vuole Berlusconi, ma non sa realizzarlo: lui sì». Michele Santoro è stato eletto al Parlamento Europeo dopo esser stato emarginato dalla Rai. Ha fatto causa e quando l’ha vinta si è dimesso dal mandato europarlamentare (alla faccia dei tantissimi che l’avevano votato) per tornare in Rai. Il resto è fuffa.

Oggi è dipietrista?
«Per colpa del “cainano” Berlusconi e dei suoi alleati, non posso votare destra. Mi accontento di votare l’unico antiberlusconiano vero, Di Pietro». Nell’intervista in cui Travaglio dichiarava di votare Di Pietro (presente su questo blog in versione video) le motivazioni erano completamente diverse…Misteri…

Quante querele ha collezionato?
«Le querele per diffamazione non fanno paura: a 44 anni sono ancora incensurato. Ma Berlusconi e i suoi fanno cause civili, vogliono soldi, puntano a rovinarti. Ho deciso di ripagarli della stessa moneta: chi mi diffama lo porto in tribunale». Come dire, visto che la gente va in giro con la pistola, io che sono pacifista mi metto un fucile in macchina e lo ripago con la stessa moneta.

Per Vespa è impensabile che uno come lei stia in Rai.
«Premesso che io faccio cinque minuti alla settimana e lui otto ore, Vespa ha ragione: se il giornalista tipo in Rai è lui, io sono incompatibile. Berlusconi non mi chiamerebbe mai “dottor Fede”. Vespa ha una strana concezione di servizio pubblico: fino al ‘93 si vantava di avere come editore di riferimento la Dc, ora serve i partiti che contano. Se Santoro viene da “Servire il popolo”, Vespa è di “Servire il popolo delle libertà”. Berlusconi ha il 60 per cento di consensi, ma da lui fa solo un milione di spettatori: appena la gente vede Vespa, scappa. Ha detto che la colpa è di King Kong: “Berlusconi contro King Kong” è come Totò contro Maciste, con tutto il rispetto per Totò». Oltre ai vari minuti (non certamente cinque) ad Annozero ci sarebbero diverse comparsate in Rai da Fazio, etc. Urge un cronometro.

Floris, almeno, le piacerà.
«È il “Vespino de sinistra”. Il Vespa di nuova generazione. Il Vespa restyling». “Una vespa special che, ti toglie i problemi….”

Ha mai pensato che lei convince i già convinti?
«Il mio scopo è informare, non far vincere il centro-sinistra. Mi rispettano anche gli elettori di Lega e An. Magari mi maledicono, ma mi rispettano. Quando spieghi il tema giustizia, capiscono che la sicurezza di Berlusconi è inversamente proporzionale alla loro». Non riesco ad afferrare il concetto: chi capisce cosa? Da questa frase non si capisce nulla. Soggetto e predicato, please.

E gli elettori di Forza Italia?
«Non ne vogliono sapere. Loro Berlusconi se lo meritano. Noi, un po’ meno». E buonanotte, vista l’ora.

Quando un giorno vista l’ora è appena finito e un nuovo giorno è appena cominciato. (Gigi Marzullo)

Appello: Ammazzatecitutti rischia di chiudere entro un mese

Tuesday, 23 September 2008
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di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti (*)

Cari italiani, care italiane,
quando abbiamo deciso di fondare Ammazzateci Tutti, in quel lembo di terra meravigliosa e disgraziata che si chiama Calabria, abbiamo cercato di concentrare le poche, pochissime risorse disponibili e le tante, tantissime speranze, di tutta quella gente che non ce la faceva più a vivere “incellophanata dall’omertà e, soprattutto, dalla paura.

Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, né politico né imprenditoriale. Solo con il tempo abbiamo capito che è stata una scelta coraggiosa, una sfida più grande di noi, che ha certamente appesantito – non di poco – le già tante preoccupazioni che avevamo comunque messo in conto.

Pensate, invece, come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “Mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie,  ecc..).

Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere, anche indicandoli con nome e cognome, a nostro rischio e pericolo, facendo ogni giorno la nostra parte anche se rimanevamo e rimaniamo sempre più ai margini dello studio, delle professioni, delle assunzioni, dei diritti di cittadini, mentre chi ha  certamente meno titoli ma più amici nelle stanze del potere riesce a laurearsi, ottiene consulenze, incarichi, sponsorizzazioni. E il loro “esercito” diventa ogni giorno più potente ed incontrastabile, mentre il nostro fa i salti mortali per riuscire a sopravvivere e sostenere anche l’azione di magistrati ed uomini delle forze dell’ordine coraggiosi che si trovano finanche nella situazione di dover pagare loro la benzina delle auto di servizio o i toner nelle fotocopiatrici di caserme, commissariati e Procure.

Adesso bisogna ragionare seriamente sul ruolo e l’incisività che Ammazzateci Tutti può rappresentare in Italia oggi e domani, se e quanto valga la pena continuare.
E lo facciamo iniziando a fare i cosiddetti “conti”: se in termini di consenso e sensibilizzazione il bilancio è in segno positivo ed in netta ascesa costante (partendo dalla Calabria oggi siamo in più di 8.000 ragazzi e ragazze in tutta Italia, dalla Lombardia, alla Sicilia, al Lazio, al Veneto, alla Puglia, al Piemonte, alla Campania), non possiamo dire altrettanto in termini di spese vive sostenute per mantenere aperta la baracca.

L’idea di portare sul web e nei territori le nostre rivendicazioni, la nostra voglia di gridare al mondo intero che l’Italia non è solo mafia, che non è colpa nostra se emergono sempre e solo i nostri peggiori concittadini, ci hanno portato a scommettere (e rischiare) sulla nostra stessa pelle il prezzo dell’impegno che ci siamo assunti tre anni fa di fronte a tutti gli italiani onesti.

E come se non bastassero le querele, le preoccupazioni, le intimidazioni implicite ed esplicite alle quali siamo ormai abituati, adesso ci troviamo nella situazione in cui – lo diciamo chiaramente – non possiamo più permetterci il “lusso” di continuare con le nostre attività sui territori e quelle telematiche.

Partiamo dal nostro sito internet, generosamente ospitato gratuitamente sin dalla nascita su un piccolo server di una azienda calabrese alla quale abbiamo procurato, con la nostra presenza, solo e soltanto danni e preoccupazioni.
Ci hanno defacciato il sito per decine di volte, siamo stati vittime di ben 5 attacchi informatici, dei quali due violentissimi (che hanno costretto l’azienda a buttare il server ed acquistarne uno nuovo)  ed ora, proprio ieri, veniamo a sapere che, sempre a causa nostra, alcuni pirati informatici sono riusciti a violare nuovamente il server trasformandolo questa volta in uno “zombie” (così si definisce in gergo tecnico) atto a frodare migliaia di persone in tutto il mondo mediante phishing su conti bancari esteri. Per capire meglio la gravità della situazione basti pensare che siamo stati contattati direttamente dai responsabili della sicurezza informatica di due importanti istituti bancari in Australia ed il Belgio, i quali hanno anche tenuto ad informarci delle responsabilità penali di fronte alla legge nostre e dell’azienda che ci ospita.

Quantificare ora il danno economico e quello eventualmente penale, ci porta inevitabilmente a stabilire che la nostra esistenza dovrà essere indipendente da ogni preoccupazione futura e, quindi, essere disposti anche a trarne le estreme conseguenze: partendo dalla chiusura di Ammazzatecitutti.org e degli spazi di comunicazione ad esso collegati (forum, ecc..).

A questi conti che non tornano dobbiamo aggiungere diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell’organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche Istituzioni alle quali ci siamo rivolti).
Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie.

Per questo ci appelliamo a tutti voi, chiedendovi un piccolo grande gesto di solidarietà; diventate  nostri “azionisti”, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia.

Non parliamo di milioni, a conti fatti basterebbero 30 mila euro per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine.

Lo facciamo stabilendo una data simbolica: il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell’omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore.

Dobbiamo dimostrarci persone serie, soprattutto con chi ci guarda da sempre con ammirazione, stima ed aspettative che non meritiamo, perché, come dice spesso Monsignor Giancarlo Bregantini, <<non basta sperare, bisogna saper organizzare la speranza>> ed evidentemente noi abbiamo fallito, non riuscendo ad organizzare degnamente le speranze di tutti noi, di tutti voi.

Aldo Pecora
Rosanna Scopelliti

Coordinamento nazionale “Ammazzateci Tutti”

Si può sostenere Ammazzateci Tutti in 4 modi:

ON-LINE CON CARTA DI CREDITO tramite il link sul sito della Associazione

BONIFICO BANCARIO
inviando un bonifico bancario su BancoPosta intestato a:
ASS.NE “I RAGAZZI DI LOCRI – AMMAZZATECI TUTTI”
IBAN: IT14X0760103200000080253792
ABI 7601 – CAB 3200 – c/c n. 80253792 CIN: X
inserendo nella causale “Donazione Autofinanziamento 2008/2009
Per i bonifici dall’Estero inserire il CODICE BIC/SWIFT BPPIITRRXXX

BOLLETTINO DI CONTO CORRENTE POSTALE
inviare un bollettino di c/c postale intestato a:
ASS.NE “I RAGAZZI DI LOCRI – AMMAZZATECI TUTTI”
conto corrente postale n. 8 0 2 5 3 7 9 2
inserendo nella causale “Donazione Autofinanziamento 2008/2009

VERSAMENTO SU CARTA “POSTEPAY” n. 4023 6004 6083 8552

Le donazioni a favore del movimento sono deducibili, maggiori info a questa pagina del sito www.ammazzatecitutti.org

PAOLO BARNARD (ex Report): "Grillo manovrato dal sistema. Travaglio e C. hanno fondato L'INDUSTRIA DELL'INDIGNAZIONE". "I libri di Travaglio sono fenomeni d'elite che interessano l'1 per cento degli italiani" (VIDEO)

Tuesday, 23 September 2008
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NONSOLOSOLDI. Il crac americano: una lezione inutile? L'esperto De Marchi: "Le banche hanno dato mutui a cani e porci"

Tuesday, 23 September 2008
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di Gianluigi De Marchi per www.dituttounblog.com

E’ bastato che il Governo statunitense, d’intesa con il tesoro e la FED cedesse al ricatto dei grandi “banchieri speculatori” firmando un assegno da un trilione di dollari, per far esplodere l’entusiasmo sui mercati e dare l’impressione che, come per incanto, lo spettro del baratro finanziario in cui i mercati si trovavano sia svanito nel nulla.

Le Borse hanno prontamente recepito il forte messaggio di disponibilità a cancellare le responsabilità di chi ha creato, ancora una volta, l’illusione che la finanza sia onnipotente. E così i listini mondiali, schiacciati dal peso di un sistema bancario incagliatosi nella mina vagante dei mutui immobiliari ad alto rischio concessi a piene mani anche a chi non aveva alcuna potenzialità di rimborso (e poi rapidamente sparpagliati nei portafogli di tutto il mondo attraverso le famigerate “cartolarizzazioni”) hanno ripreso fiato.

Se il problema è stato risolto lo capiremo solo nelle prossime settimane (un rimbalzo, lo sanno bene gli esperti, “non fa primavera…”); ma anche se così fosse, il cessato allarme non deve assolutamente far dimenticare le enormi responsabilità di chi ha provocato questo terremoto.
E che per ora se ne sta beatamente al suo posto, pronto a ripetere, magari in altre forme, altri sconquassi finanziari…

Proviamo ad esaminare un po’ di chi è la colpa del “quasi crack”.
Le banche che hanno erogato mutui a cani e porci, per cominciare.
E’ il punto d’inizio della tragedia. Si ha un bel dire che la casa è il sogno di tutti (alcuni dicono addirittura che è un “diritto”!). Ma senza soldi non si può comprare, si può solo affittarla. E per comprarla senza soldi, bisogna avere almeno la “capacità di esdebitamento”, cioè un reddito sufficiente per pagare le rate di rimborso e gli interessi senza ridursi alla fame. Per secoli è stato così, poi alcuni giovanotti con il master e gli occhialini colorati hanno detto che l’importante per le banche non era “consigliare ed assistere”, ma era “vendere”. E allora ecco i mutui concessi non più al 50-60% del valore (per avere una garanzia sufficiente, in caso di insolvenza), ma al 90-100%. Ecco, subito dopo, i mutui concessi al 130% (valore della casa più costo di ristrutturazione); ecco i mutui agli immigrati ed ai lavoratori a termine. Per carità, tutta brava gente, ma la valutazione del rischio ed il rapporto capacità di reddito/oneri finanziari dove lo mettiamo?

In un mondo finanziario “normale” le insolvenze sarebbero restate circoscritte alle banche temerarie, punto e basta.
Ma ecco la seconda trovata dei giovanotti col master e gli occhialini colorati: diamo mutui a tutti, poi scarichiamo il rischio su altri, vendendo i crediti ad istituzioni finanziarie in cerca di rendimenti elevati, che a loro volta li collocano sul mercato sotto forma di obbligazioni (le “cartolarizzazioni”). Due gravissime colpe delle banche: aver effettuato operazioni di finanziamento a rischio altissimo ed aver ceduto a terzi il rischio, ricominciando il giochino daccapo con la nuova liquidità raccolta.

Le agenzie di rating sono state al gioco; e sono colpevoli.
I contratti a rischio (i famosi subprime) diventavano innocui crediti di altissimo standing grazie all’ombrello offerto dall’emittente delle obbligazioni: se era un colosso, le sue obbligazioni ricevevano automaticamente il massimo livello di affidabilità (tripla A) anche se alla base c’erano crediti rischiosissimi: et voilà, il gioco è fatto, un junk bond diventa un’obbligazione pregiata…

Solo dopo mesi, quando la frittata era ormai fatta, Moody’s e S&P si sono affannando ad abbassare i rating; ma i buoi (malati!) sono scappati, sono stati catturati dai banditi, macellati, venduti e già mangiati da altri che adesso hanno il mal di pancia. Colpa loro o di chi ha certificato che i buoi erano sanissimi?

I gestori di fondi e di assicurazioni sono stati al gioco; e sono colpevoli.
Nell’ansia di battere il benchmark, l’odiato benchmark che non riescono mai a superare perché le loro commissioni sono esose e, specie nel settore obbligazionario, azzerano i rendimenti netti dei portafogli, ecco la soluzione magica: comprare obbligazioni legate ai subprime. E così gestori con il master e gli occhialini colorati responsabili di fondi di liquidità (quelli, per intenderci, che dovrebbero investire solo in titoli con 12 mesi di vita residua e ad alta sicurezza) han comprato quelle obbligazioni anziché titoli di Stato e le hanno messe in pancia ai fondi, pavoneggiandosi per i rendimenti. Stessa cosa hanno fatto i gestori delle compagnie di assicurazione, con l’aggravante che hanno messo in circolazione le famigerate “index linked” vendute con l’illusione del “capitale garantito”; garantito, si badi bene, non dalla compagnia (come crede il 99% degli ignari sottoscrittori, fiduciosi che Generali, SAI o Mediolanum rimborsino comunque quanto investito) ma da una banca! Che mondo quello in cui una compagnia di assicurazione non assicura nulla ed una banca prende il suo posto…

I responsabili delle agenzie bancarie sono stati al gioco; e sono colpevoli.
Ansiosi di farsi belli con i loro superiori e (soprattutto) di incassare i pingui bonus per le “vendite” e l’incremento del conto economico, hanno collocato obbligazioni strutturate, derivati, fondi a rischio camuffati da sicuri, index linked seguendo pedissequamente gli ordini delle direzioni generali, senza minimamente curarsi degli interessi dei clienti (quelli che, in base al Testo Unico sulla Finanza, le banche dovrebbero tutelare!).

Riepiloghiamo.
Centinaia di migliaia di colpevoli sono a piede libero in tutto il mondo, rimanendo saldamente al loro posto, incassando stipendi come se fossero Schumaker o Ronaldinho (che almeno fanno appassionare il pubblico!) e progettando nuovi, diabolici sistemi per tosare i risparmiatori.

Sarebbe ora che Governi ed autorità monetarie, anziché lanciare appelli alla calma, spiegare che tutto va bene, gettare la croce addosso ad ignoti “speculatori”, facessero tabula rasa di consigli di amministrazione, direzioni generali e direzioni commerciali, bloccando stipendi e liquidazioni dei giovanotti con il master e gli occhialini colorati, per metterli a disposizione dei risparmiatori beffati e danneggiati.

Se non si darà un messaggio “forte” il provvedimento adottato dall’amministrazione Bush si rivelerà un patetico “brodino al moribondo”, una patata bollente in mano al prossimo Presidente ed a tutti coloro che, nel mondo, avranno solo carta straccia in mano. Requisire le ricchezze accumulate in anni di forsennate operazioni sulla pelle degli ignari risparmiatori e metterle a disposizione dei danneggiati: questa sì che è giustizia, questo sì che è “voltare pagina” questo sì che è assicurare che in futuro non ci saranno più operazioni simili….

Elezioni Abruzzo/3. Tonino Di Pietro lancia Carlo Costantini

Tuesday, 23 September 2008
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di Paolo Martocchia

Una conferma: Abruzzo nuovo “laboratorio politico”. Dopo la candidatura di Clemente Mastella (non ancora ufficializzata), alla presidenza della Regione arriva quella di Carlo Costantini, leader locale dell’IDV. E’ il segretario nazionale, Antonio Di Pietro, ad annunciarlo sul suo blog, sottolineando: “Qualita’, efficienza, rigore, merito. Questi saranno i parametri di riferimento che vogliamo portare avanti nella gestione futura della regione Abruzzo”.

E se Mastella non ha pregiudizi ad incontrarsi con l’Udc, sul tema alleanze Di Pietro resta fermo: “Qualcuno si chiedera’ con quale coalizione e con quali partiti. Non vogliamo chiuderci nella logica di quale partito e quale coalizione”. Gli ideali di Di Pietro si sostanziano in un primo, decisivo passaggio per la trasparenza: ” Il candidato Costantini, se dovesse diventare presidente della regione Abruzzo, mettera’ una videocamera in diretta e si impegna a non fare alcuna riunione istituzionale senza che tutti i cittadini possano assistere ad essa”.

Di Pietro chiosa: “Vogliamo che ci sia un ricambio generazionale della classe politica abruzzese, in modo che coloro che in questi anni hanno governato in Abruzzo non possano restarci durante la prossima legislatura. Chiediamo ai cittadini abruzzesi di aiutarci in questo sforzo”.

LEGGI ANCHE SULL’ARGOMENTO

Elezioni Abruzzo/1. Tutti zitti E’ tornato Clemente Mastella da Ceppaloni, futuro candidato Governatore

Elezioni Abruzzo/2. Chiodi vuol scalzare il crocerossino Scelli e candidarsi per il Pdl (o forse è Scelli che vuol scalzare Chiodi?)

CULTUR@. BUON COMPLEANNO “CALIFFA"

Tuesday, 23 September 2008
Pubblicato nella categoria AMARCORD, CULTUR@

di Nicoletta Salata

Rosemarie Magdelena Albach-Retty (Vienna, 23 settembre 1938 – Parigi, 29 maggio 1982), in arte Romy Schneider, ne aveva invece ancora 43. Quando provata da una serie di penosi ed insopportabili eventi, il più drammatico la morte del figlio quattordicenne nel luglio dell’81, si trovò certamente nel fondo di una spirale di progressivo e inesorabile crollo.

La freschezza e la simpatia di Sissy, la bellezza straordinaria che via via maturò mantenendosi a tratti delicata, la dolcezza innocente che affinandosi divenne accattivante, e poi la donna seducente, affascinante, sensibile e sofferta, di cui tutto confluiva nella recitazione.

Che fu spesso infatti impositiva di ruoli in cui il patimento esistenziale e soprattutto sentimentale faceva spesso da protagonista come un refrain che non le si staccava più di dosso. Appiccicato ad un destino che, come per Marylin o la Callas, l’avrebbe condotta senza possibilità di sfuggirne, a percorrere un cammino quasi già segnato e prevedibile nel suo drammatico epilogo.

In un’intervista rilasciata qualche mese prima Romy appare decisamente come una donna provata, interiormente sofferente, direi anche anagraficamente più “agée”.

Click per vedere l’intervista

Dunque l’appellativo “La Califfa”, dal film omonimo del ’70 (termine  con cui in Emilia viene definita una donna spregiudicata ed arrogante) sembra calzarle davvero poco oltre il ruolo interpretato nel film; le si addice invece la descrizione del personaggio di Alberto Bevilacqua (autore del romanzo e regista del film) che nel suo  libro scrive “quello che ha dentro ce l’ha in faccia e costi quel che costi!”.

In questo doveroso souvenir, più che le parole, aggiungo soltanto due brevi filmati, che fra quelli disponibili, trovo particolarmente significativi.

Dal film “L’amante” di Claude Sautet (1970) con Michel Piccoli.

Dal film “L’importante è amare” di Andrzej Zulawski (1975) con Fabio Testi.

Nello scenario postumo di un mai definitivamente tramontato star system, due eventi risaltano: il 31 agosto sono iniziate in Baviera le riprese di un film sulla sua vita, in particolare sulla sua storia d’amore con Alain Delon, che proseguiranno a Parigi e a Colonia e giusto oggi esce in libreria una biografia di Jurgen Trimborn in cui lo scrittore si sofferma sulla famiglia dell’attrice, rivelando presunti legami dei suoi genitori con il nazismo.

Forse qualcuno, tra i suoi ammiratori, preferirà oggi riguardarsi invece uno scalcagnato Vhs in cui l’espressione, l’ intensità, la profonda emozione, che traspaiono nello sguardo e nel gesto, non solo sanno fare ancora notizia ma sono certamente rimasti inalterati.

BUFALE ON LINE! Dalla "morte" di Steve Jobs (Apple) alla United Airlines "in bancarotta"

Monday, 22 September 2008
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di Nicola Bruno per corriere.it

Il tasto “pubblica” premuto inavvertitamente. Una notizia recuperata in ritardo da un motore di ricerca. Ma anche falsi allarmi sparati in home page senza opportuna verifica, sul filo dell’ansia di arrivare prima della concorrenza. La rivista Cnet ha selezionato  le sei migliori (si fa per dire) gaffe compiute da alcuni dei grandi dell’informazione online: dai coccodrilli dei personaggi famosi agli scoop finanziari e politici inventati di sana pianta.

Non sempre basta una semplice rettifica per far tornare tutto come prima. Ne sa qualcosa l’azienda statunitense United Airlines il cui titolo ha accusato un crollo del 75 per cento in borsa in seguito alla diffusione di un falso lancio d’agenzia. La storia ha dell’inverosimile: un giornalista ha digitato il nome della compagnia su Google News, ottenendo come primo risultato la notizia “United Airlines  in bancarotta”. Senza curarsi di telefonare all’azienda per una conferma, il reporter ha inviato frettolosamente lo scoop alle agenzie che l’hanno subito rilanciato (anche loro senza verifica). Quanto è bastato per determinare un impietoso crollo a Wall Street, con il top management della compagnia all’oscuro di qualsiasi fallimento. Solo più tardi si è chiarito l’equivoco: Google aveva sbagliato a indicizzare la data della notizia che era sì autentica, ma risaliva al lontano 2002.

Stessa sorte è capitata alla Apple lo scorso anno, quando Engadget (la bibbia americana dei geek) ha rilanciato una presunta mail interna in cui veniva annunciato un ritardo nell’arrivo dell’iPhone. Anche qui, apriti cielo: prima ancora che arrivasse la smentita ufficiale, il titolo era già andato a picco.

Il genere che ha collezionato il maggior numero di gaffe è senza dubbio quello dei coccodrilli, ovvero le biografie dei personaggi noti preparate in anticipo sulla loro morte. Di recente, ha sollevato un polverone quello di Steve Jobs mandato in rete sbadatamente dall’agenzia Bloomberg. La reazione del Ceo di Apple è stata laconica: “Io morto? Esagerato”. Non si tratta, comunque, del primo caso: su Wikipedia c’è una voce interminabile con la lista dei coccodrilli prematuri. Tra i tanti, qualcuno in Italia ricorderà quello sulla morte di Giovanni Paolo II pubblicato inavvertitamente nel 2002 da RaiNews24 e subito segnalato dal portale Clarence. Anche un altro colosso dell’informazione online come la Cnn è incappata in una gaffe simile nel 2003, quando furono rese pubbliche le pagine speciali da pubblicare alla scomparsa di personaggi come Dick Cheney, Fidel Castro e lo stesso papa Wojtyla.

Non poteva mancare qualche esempio proveniente dalla campagna per le presidenziali statunitensi. Pur di arrivare prima sulla concorrenza, alcune testate preparano le notizie più attese prima ancora che avvengano nella realtà. È il caso della nomination del vice di Obama: il Los Angeles Times ha preparato una serie di notizie con tutti i possibili candidati, in modo da pubblicare al volo quella giusta appena fosse stato reso noto il nome. Ovviamente, sono finite tutte online dopo che qualcuno ha premuto inavvertitamente il tasto “pubblica”. Ma la dura legge del giornalismo online sembra essere anche questo: meglio una gaffe oggi che arrivare ultimi su una notizia domani.

TV. Sky Sport 24. Quelli che non dormono mai

Monday, 22 September 2008
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Sky Italia ha deciso di sparigliare definitivamente i giochi dell’informazione sportiva con il nuovo canale all news di sport, 24 ore non stop. Ci vuole un fisico bestiale. Perché 24 ore non stop di informazione sullo sport, tutti i giorni che il buon Dio manda in terra, sono una cosa che può stroncare anche il più assatanato dei fondisti della notizia e delle statistiche pallonare. E facilmente trasformarsi in una poltiglia di informazioni e tabelle o nella replica stanca della portineria del bar sport.

Poi guardi dal basso verso l’alto quella montagna d’uomo di Fabio Guadagnini (nella foto in alto) e pensi che il buon Dio, qualche volta, li fa apposta. E che quel demonio di Rupert Murdoch gli uomini li sa scegliere.

Guadagnini, bellunese di Agordo di 44 anni, è un ragazzone di due metri d’altezza, mani come vanghe, testa fredda e un impressionante database sullo scibile sportivo dei cinque cerchi e dei cinque continenti. Dal 30 agosto guida un equipaggio di 140 temerari – settanta giornalisti più montatori, grafici, producer, fonici, registi – che ha messo in mare la nave di Sky Sport 24, il canale all news di sport col quale Sky Italia ha deciso di sparigliare definitivamente i giochi dell’informazione sportiva.

“Per stare dentro questo gioco bisogna fare vita da atleti”, ride Guadagnini. E c’è da credergli, non solo perché prima di dedicarsi al giornalismo sportivo il direttore di Sky Sport 24 ha fatto davvero l’atleta, praticando basket, volley, sci, hockey su ghiaccio e finanche tennis, ma anche perché chi sta sulla barca di Sky Sport 24, con un tg che va in onda tutti i giorni in 39 edizioni, non stacca mai. Non può permettersi di staccare.

E poi perché gli può pure toccare – e gli toccherà, non c’è dubbio – di dover attaccare il primo turno in redazione alle tre di notte (che per quelli di Sky sono sempre le tre del mattino) prendendo le consegne dal collega che ha chiuso alla stessa ora, o poco prima, l’ultimo turno del giorno precedente.

Roba che per dormire sette ore devi esserti messo a letto alle sette di sera. Come i fornai. Oppure roba che non dormi mai. (Fonte: Prima Comunicazione).

BEVI&MANGIA. Sesta edizione del "Festival del Brodetto". Il giuliese Beccaceci c'è, ma la spunta Ulissi (giocava in casa)

Monday, 22 September 2008
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Il noto ristorante “Da Beccaceci” di Giulianova (Te), protagonista dell’appetitosa rassegna “Il Festival del Brodetto”, in scena lo scorso week-end a Fano, in provincia di Pesaro. (Nella foto Andrea Beccaceci e i suoi collaboratori).

Il brodetto, ovvero la buonissima zuppa di pesce. A Fano è andata in scena la sesta edizione del Festival Internazionale del Brodetto e delle Zuppe di Pesce. Protagonista della manifestazione è stata la cosiddetta “disfida”: competizione culinaria con la quale si stabilirà qual è la migliore zuppa di pesce d’Italia in questo 2008.

A sfidarsi sedici delegazioni di chef tra i migliori della nostra nazione che si ritroveranno a cucinare dentro le ex celle carcerarie della Rocca Malatestiana, imponente esempio di architettura difensiva risalente al XV secolo.

I loro nomi sono stati scelti dalle pagine della guida enogastronomica de l’Espresso “I Ristoranti d’Italia 2008”, un sigillo che garantisce la qualità del Festival. In gara erano rappresentate tutte le regioni italiane che si affacciano sul mare e che contano quindi una grande tradizione marinara: dall’Abruzzo il ristorante “Beccaceci” di Giulianova (Te), dalla Basilicata “Villa Cheta” di Maratea (Pz), dalla Calabria “La Brace” di Catanzaro Lido (Cz), dalla Campania “Rossellini” di Ravello (Sa), dall’Emilia Romagna “Lido Lido” di Cesenatico (FO), dal Friuli Venezia Giulia “Androna” di Grado (GO), dal Lazio “Il Convivio Troiani” di Roma, dalla Liguria “Locanda delle Tamerici” di Fiumaretta – Ameglia (Sp), dal Molise “Z’bass” di Termoli (Cb), dalla Puglia “Antica cucina” di Barletta (Ba), dalla Sicilia “Hotel Tartaruga” di Capo d’Orlando (Me), dalla Sardegna “Hotel Club Casablanca” di Arzachena (Ot), dalla Toscana “Grand Hotel Principe di Piemonte” di Viareggio (Lu), dal Veneto “L’antica osteria da Cera” Lughetto di Campania Lupia (Ve), dalle Marche “Uliassi” di Senigallia, che ha vinto il premio finale, (An) e “Casa Nolfi” di Fano (PU).

I piatti di brodetto sono stati giudicati quattro alla volta da una giuria tecnica presieduta da Enzo Vizzari, responsabile della Guida L’Espresso e composta da Marco Bolasco di Gambero Rosso Channel, Eleonora Cozzella di Kataweb Cucina, Fiammetta Fadda di Panorama, Andrea Grignaffini di Spirito Divino, Luciano Pignataro de Il Mattino.

Info, notizie, foto e video su www.festivalbrodetto.it.

Elezioni Abruzzo/2. Chiodi vuol scalzare il crocerossino Scelli e candidarsi per il Pdl (o forse è Scelli che vuol scalzare Chiodi?)

Monday, 22 September 2008
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di Gabriele Rossi

Senza nulla togliere all’ex capo della Croce Rossa Italiana, credo che l’ex sindaco di Teramo è più adatto a fare il Presidente dell’Abruzzo. Mi spiego…

Una prima considerazione riguarda la natura della carica, lo stile direzionale e le competenze richieste ad un Governatore regionale. Sotto questo profilo, chi ha amministrato, sia pure per pochi anni, un comune ha sviluppato una sensibilità a 360° delle problematiche proprie delle aziende pubbliche di erogazione.

Gianni Chiodi, quindi, ha piena contezza del reticolo di rapporti istituzionali che un Governatore deve saper gestire. Senza contare l’attività di consulenza strategica a favore degli enti locali svolta da Chiodi prima di diventare sindaco. Si tratta quindi “solo” di salire ad un superiore livello istituzionale, possedendo però la “cassetta degli attrezzi” per assolvere al compito. Del resto, è questo il ragionamento che, mutatis mutandis, sostenne Rutelli quando, da sindaco di una grande città, si candidò a guidare il Paese. Nel nostro caso, il sindaco di un capoluogo di provincia si candida ad amministrare la regione.

Per converso, l’esperienza di gestione di un’associazione umanitaria di Maurizio Scelli, sia pure complessa, può risultare inadeguata ed insufficiente, perché ha una visione parziale delle problematiche amministrative pubbliche, in quanto eccessivamente tipizzata da solidarietà e soccorso umanitario.

La seconda considerazione concerne la questione della diversa scala dimensionale delle esperienze pregresse vantate dai candidati. A mio avviso, la complessità e la rilevanza di un’esperienza non è di per sé indice di elevate doti direttive. Ciò che veramente conta – come ho scritto sul quotidiano Il Centro qualche settimana fa – è la capacità di leadership, l’organizzazione del lavoro, una squadra coesa, visione strategica, le idee: è l’arte della gestione di uomini e risorse con una progettualità in grado di “pensare il tempo lungo”.

Mi sembra che, nella sia pur breve esperienza da sindaco, Gianni Chiodi abbia dimostrato, e gli elettori abruzzesi ne stanno avendo sempre più visibilità, di avere l’arte della gestione pubblica.

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ALITALIA/2. Ecco i piani di AirOne per l'eventuale fusione

Sunday, 21 September 2008
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Se dovesse passare il piano Cai per Alitalia,  quale sara’ il ruolo di AirOne, la compagnia di Carlo Toto (nella foto) che confluira’ nella nuova societa’?

AirOne apportera’ il 37 per cento della quota di mercato, 57 aeromobili (non tutti di proprieta’), compresi 19 Airbus di ultima generazione che abbatteranno di circa il 30 per cento i consumi di carburante e sostituiranno gli Md80 dell’Alitalia. Infine, i 3.200 dipendenti di AirOne confluiranno nella nuova Alitalia e con essi gli “slot” in possesso al vettore privato. Gli slot sono i permessi per effettuare i voli detenuti dal vettore con sede Chieti.

A fare chiarezza e’ stato Paolo Di Prima, responsabile comunicazione di Air One in una lettera a Enrico Romagna-Manoja, direttore de Il Mondo. 

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ALITALIA/1. I piloti: l'altra casta

Sunday, 21 September 2008
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di Marco Caruso (*)

Per chi ancora fosse convinto che a far fallire la vendita di Alitalia ad AirFrance fu l’allora capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, i sindacati tra ieri sera ed oggi hanno tenuto a ribadire che il merito era ed è tutto loro! Anche stavolta, nella scelta tra un sacrificio necessario e la perdita totale del lavoro, i saggi capi delle confederazioni dei lavoratori stanno spingendo i loro iscritti/adepti verso la soluzione più dolorosa di tutte.

Piuttosto che correre il rischio di rimanere a terra o di soffrire ore ed ore di ritardi, molti passeggeri (me compreso) hanno finito col preferire altri vettori facendo così perdere milioni di euro ad Alitalia.
Il tutto nella consapevolezza che le ore di lavoro non lavorate non hanno costo zero per l’impresa.
E per cosa? Per veder garantiti i propri privilegi. Di cosa parlo? Per farvene un’idea vi riporto un estratto dal libro “L’altra casta”, di Stefano Liviadotti.

Piloti e hostess lavorano molto meno dei loro colleghi di altre compagnie. Però costano tanto di più. Grazie a una giungla di benefit, difesi con le unghie e con i denti e puntigliosamente elencati in un contratto degno di Harry Potter, dove tutti i mesi durano quanto febbraio e il giorno di riposo comprende due notti.

Un giorno è un giorno. Dal Circolo polare artico fino alle isole di Tonga, è uguale per tutti. Ma non per i piloti dell’Alitalia. È scritto nero su bianco a pagina 2 del Regolamento sui limiti dei tempi di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante approvato, con la delibera n. 67 del 19 dicembre 2006, dal consiglio di amministrazione dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Il terzo comma dell’articolo 2 disciplina il «giorno singolo libero dal servizio».

Che viene così descritto: «Periodo libero da qualunque impiego che comprende due notti locali consecutive o, in alternativa, un periodo libero da qualunque impiego di durata non inferiore a 33 ore che comprende almeno una notte locale». Un giorno di 33 ore o con due notti? Quando si tratta del personale di volo della ex compagnia di bandiera italiana, e dei relativi regolamenti di lavoro, bisogna abbandonare ogni convenzione, dal sistema metrico decimale all’ora di Greenwich: per loro non valgono.

Vivono in un mondo a parte, dove tutto è dorato. Da sempre veri padroni dell’azienda, piloti e assistenti di volo si sono dati delle norme di lavoro consone al loro status (a proposito: i capintesta dei sindacati degli autisti dei cieli hanno una speciale indennità economica che percepiscono anche se se ne stanno incollati a terra tutto l’anno). Secondo il regolamento dell’Enac, dove è specificato che hanno diritto a riposare su poltrone con una reclinabilità superiore al 45% e munite di poggiapiedi regolabile in altezza, non devono volare più di cento ore nel corso del mese.

Anzi nei 28 giorni consecutivi, come hanno preferito scrivere: e si vede che per loro è sempre febbraio. Nell’intero anno, cioè nei dodici mesi (se non hanno modificato a loro uso e consumo pure il calendario) il tetto non è, come da calcolatrice, mille e 200 ore (100 per 12) ma 900, e vai a sapere perché. Nel contratto, che l’azienda si rifiuta di fornire ai giornalisti, come del resto qualunque altro dato sulla produttività dei dipendenti, l’orario però si riduce. Nel medio raggio, la barriera scende a 85 ore al mese. Che nel trimestre non diventano 255, ma 240. E nell’anno non arrivano, come l’aritmetica sembrerebbe suggerire, a mille e 20, ma a 900.

Ma non è neanche questo il punto: fosse vero che volano così tanto (tra gli assistenti di volo l’assenteismo è all’11%). I numeri tracciano un quadro un po’ diverso e dicono che nel medio-corto raggio gli steward e le hostess (alla fine del 2007, 480 di queste ultime su 4300, cioè l’11%, erano praticamente fuori gioco perché in maternità o in permesso in base alla legge che consente di assistere familiari gravemente malati) restano tra le nuvole per non più di 595 ore l’anno. Vuol dire 98 minuti al giorno, il tempo che molti Cipputi impiegano per fare su e giù tra casa e fabbrica. A titolo di raffronto, un assistente di volo della Lufthansa vola 900 ore, uno della Iberia 850 e uno della portoghese Tap 810. Restando in Italia, una hostess di AirOne si fa le sue belle 680 ore.

I piloti, poi, alla cloche sembrano quasi allergici: la loro performance non va oltre le 566 ore, che significano 93 minuti al giorno. I loro pari grado riescono a pilotare per 720 ore all’Iberia, per 700 alla Lufthansa e all’AirOne, per 680 alla Tap e per 650 all’Air France. I nostri, insomma, non sono esattamente degli stakanovisti: in media fanno, tra nazionale e internazionale, 1,8 tratte al giorno, contro le 2,4-2,75 dei colleghi di AirOne. In compenso, sono molto più cari di tutti gli altri. Un assistente di volo con una certa anzianità può arrivare a costare ad Alitalia 86 mila e 533 euro, contro i 33 mila che deve mettere nel conto la compagnia di Toto (AirOne, ndr ).

Il comandante di un Md80 dell’azienda della Magliana ha un costo del lavoro annuo pari a 198 mila e 538 euro. Per la stessa figura professionale i concorrenti italiani non sborsano più di 145 mila euro. Sempre restando allo stesso tipo di aereo, per pagare il pilota Alitalia ha bisogno di 108 mila e 374 euro, tra i 28 e i 33 mila in più di AirOne o di un’altra azienda italiana. Il mix di orari da impiegati del catasto e stipendi da superprofessionisti crea un cocktail che risulterebbe micidiale per qualunque azienda: facendo due conti viene infatti fuori che alla fine dell’anno Alitalia spende per ogni ora volata da un suo comandante qualcosa come 350,8 euro. Contro i 207,1 di AirOne. Una differenza del 69,4% che manderebbe fuori mercato chiunque. Soprattutto se si considera anche che un aereo della ex compagnia di bandiera viaggia con un equipaggio superiore di un buon 30% rispetto alla media dei concorrenti.

Il risultato finale è che in Alitalia il tasso di efficienza per dipendente è pari, secondo i calcoli dell’Association of European Airlines, a poco più della metà di quello che può vantare la Lufthansa. Che i passeggeri trasportati sono 1.090 per dipendente, contro i 10 mila e 350 di Ryanair. E che nel 2004 il ricavo medio per ogni lavoratore impiegato non andava oltre i 199 mila euro, poco più di un terzo rispetto a quanto registrava ad esempio Ryanair (513 mila euro).

In Alitalia comandano i sindacati (che nel solo primo semestre del 2005 hanno proclamato scioperi per 496 ore: quasi 3 ore ogni 24). E si vede. Il contratto in vigore dal 1° gennaio 2004 dice che, nel medio raggio, una hostess o un pilota non possono essere utilizzati per più di 210 ore al mese (che, con il solito giochino, diventano 600 nel trimestre e 1.800 nell’anno). Ebbene, se uno di loro parte da Roma per andare a prendere servizio a Milano la metà della durata del viaggio che lo vedrà impegnato nelle parole crociate viene considerata servizio.

La tabella dell’Enac che stabilisce, a seconda dell’orario di inizio del turno, su quante tratte continuative può essere impiegato il personale navigante prevede cinque diverse ipotesi. Che salgono a diciassette nell’accordo sottoscritto da azienda e sindacato. Dove è stabilito per il personale navigante il diritto a 33 giorni di riposo a trimestre (ad AirOne sono 30), che aumentano fino a 35 per chi è impegnato nel lungo raggio. In base al contratto, al termine di ogni volo deve essere garantito un riposo fisiologico di 13 ore, che sul lungo raggio deve risultare invece pari al numero dei fusi geografici attraversati moltiplicato per otto, con un minimo però di 24 ore. Boh.

Semplicemente geniale è poi il nuovo sistema retributivo, in vigore dal 1° gennaio 2005. Sono rimasti, ovviamente, lo stipendio base (quattordici mensilità) e l’indennità di volo minimo garantito: quaranta ore, che uno le faccia o meno. Le dieci voci che componevano la parte variabile della retribuzione di un pilota (compreso il cosiddetto «premio Bin Laden» corrisposto, dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, a tutti quelli che viaggiano in Medio Oriente e dintorni) sono state tutte sostituite da un’unica indennità di volo giornaliera (per un comandante è pari a 177 euro se è impegnato sul lungo raggio e a 164 se vola sul medio, cifre alle quali va sommata la diaria, che sono altri 42 euro, per un totale che può quindi arrivare a 219 euro). Indennità che scatta tutta intera anche se il pilota sta alla cloche solo per mezz’ora o semplicemente si trasferisce all’aeroporto da dove prenderà servizio. E perfino se il suo volo viene cancellato dopo che lui ha già raggiunto quello che doveva essere lo scalo d’imbarco. Per di più, aumenta se c’è uno spostamento dei turni rispetto al calendario originale.

Siccome poi lavorare stanca, il contratto prevede l’istituzione di una Banca dei riposi individuali dove confluiscono i crediti che si ottengono per esempio quando l’aereo viaggia con personale ridotto (un riposo ogni due giorni) e dalla quale hostess e piloti possono attingere pure degli anticipi. Non è invece dato sapere se le parti hanno raggiunto un accordo su una nuova indennità graziosamente prevista nell’ultima intesa: il premio di puntualità, che per i passeggeri assume davvero il sapore della beffa. Mentre è alla direttiva dell’Enac che bisogna tornare se si vuole conoscere la dettagliatissima disciplina della cosiddetta «riserva», i periodi di tempo nei quali il personale navigante deve essere pronto a rispondere a un’improvvisa chiamata.

Premesso che si può essere messi in riserva solo dopo aver goduto di un riposo, si stabilisce che la metà del tempo trascorso a casa con le pantofole ai piedi va considerata come servizio. Bingo. Di più: che se l’attesa si consuma inutilmente perché il telefono non trilla, e dev’essere proprio per lo stress, scatta un successivo periodo di riposo di almeno otto ore, che in alcuni casi salgono a dodici. Ed è sempre il premuroso Enac a stabilire che a piloti e hostess, una volta a bordo, deve essere dato da mangiare una volta ogni sei ore, come ai pupi, e adeguatamente, «in modo da evitare decrementi nelle prestazioni».

Di alcuni privilegi o istituti incomprensibili nessuno ricorda neanche l’esatta origine. Ci sono e basta. Così, le hostess continuano ad avere una franchigia di ventiquattr’ore al mese, che in pura teoria dovrebbe coincidere con l’inizio del ciclo mestruale, ma si racconta del caso di una di loro che ha chiesto la giornata del 31 come permesso per il mese di dicembre e quella del 1° per il mese di gennaio: misteri del corpo femminile. Sempre le assistenti di volo, quando vanno in maternità vengono retribuite per tutto il tempo con lo stesso stipendio guadagnato nell’ultimo mese di servizio, che, guarda un po’, svolgono regolarmente sul lungo raggio, per far salire l’importo della busta paga. I piloti, invece, non possono atterrare due volte nello stesso scalo in un solo giorno. La logica della regola, che pare non sia neanche scritta ma frutto della consuetudine, è imperscrutabile.

La conseguenza, però, è chiara: la crescita delle spese per le trasferte. A partire da quelle per gli alberghi, che in Alitalia vengono scelti da un’apposita commissione dopo attento esame dei loro requisiti: con il risultato che l’importo medio è superiore del 45% a quello sostenuto dagli altri vettori. Solo per le 300 stanze prenotate tutto l’anno per i dipendenti che, anziché essere trasferiti a Malpensa, vanno su e giù da Roma, la compagnia ha in bilancio 45 milioni. Nella babele dei benefit, per un certo periodo tutto il personale viaggiante ha poi goduto di una speciale indennità per l’assenza del lettino a bordo di alcuni 767-300: alcune centinaia di euro che venivano corrisposte anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione.

I lavoratori più coccolati d’Italia quando viaggiano per piacere godono di una politica di sconti davvero generosa. Argomento sul quale l’azienda ha di nuovo una tale coda di paglia da rifiutarsi di fornire chiarimenti. Ma è il segreto di Pulcinella: i dipendenti (e con loro i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per i loro cari: figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90% sulla tariffa piena, se rinunciano al diritto alla prenotazione. Il taglio scende invece al 50% se vogliono il posto garantito, magari perché vanno a festeggiare l’ultima promozione, che in Alitalia non si nega davvero a nessuno. Nel 2007 la direzione per la finanza dell’azienda della Magliana poteva contare su 152 persone: 20 dirigenti, 52 quadri e 80 impiegati. In quella per il personale i soldati semplici (61) prevalevano di una sola unità sui graduati (60: 25 dirigenti e 35 quadri).

Dev’essere anche per questo che il consiglio di amministrazione dell’azienda ha sentito la necessità di garantirsi l’ombrello di una polizza assicurativa a copertura di possibili azioni di responsabilità nei confronti di chi ha guidato la baracca. E si è reso così complice dei sindacati. Ai quali invece nessuno potrà mai presentare il conto.

(*) ilpensatore.wordpress.com

BEVI&MANGIA. McDonald's è sempre il male assoluto?

Saturday, 20 September 2008
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di Tommaso Farina

Non sono un estimatore di McDonald’s. Il cibo che vende non collima con la mia idea di pranzo, non ci posso far niente. Ma nemmeno posso notare come molta dell’opposizione a McDonald’s sia di tipo ideologico.
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Elezioni Abruzzo/1. Tutti zitti E' tornato Clemente Mastella da Ceppaloni, futuro candidato Governatore

Saturday, 20 September 2008
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dal nostro inviato a Vasto (Ch), Paolo Martocchia

Berlusconi? “ Ha solo solo «una maggioranza che e’ la piu’ grande minoranza del Paese». Clemente Mastella da Ceppaloni, tornato alla ribalta a Vasto intervenendo al convegno “Legalità e famiglia”, è «contro il federalismo fiscale che penalizza le regioni meridionali ed anche l’Abruzzo. E’ giusto che i cittadini si esprimano perche’ in un referendum vincerebbe il popolo, quello dalla Padania in giu’, opposto al popolo della Lega».

Già, l’Abruzzo, dove si voterà a breve. Chissà se Annozero ne parlerà come “laboratorio politico”: infatti Clemente ha allungato subito la mano, affermando che il suo partito ha «un’idea comune» con l’Udc.

Ed il passato? Mastella ha dichiarato di avere «ancora fiducia nella politica anche se di giganti in giro non ne vedo» e ha confidato che nella sua «disavventura giudiziaria mi ha sorretto la fede». Abruzzo, vita o morte dell’Udeur di Clemente.