Bonilli racconta: "Licenziato, ma resto un uomo libero". E sullo sfondo aleggiano i troppi debiti del Gambero Rosso

Monday, 15 September 2008
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di Mauro Remondino per Il Corriere della Sera

«Bonilli ha perso», così come alla roulette, la sentenza ha fatto il giro del mondo della gastronomia, di tutti quelli che seguono il Gambero rosso, mensile, un impero editoriale che comprende anche il canale RaiSat Gambero-Channel, le Città del gusto, Roma e Napoli, e le Guide. Ma anche debiti. Quelli per i quali, alla fine, il giornalista Stefano Bonilli, romano, 54 anni, fondatore, dall’86, quando il Gambero era un inserto del manifesto, ha dovuto gettare la spugna. «Malamente», come racconta lui.

«Sono arrivati in redazione il nuovo gestore del gruppo Gr Holding, Paolo Cuccia, e Luigi Salerno, uno che avevo fatto entrare io in società, con la raccomandata con la quale mi licenziavano in tronco. Ho dovuto sbaraccare l’ufficio in un amen. Per loro ho creato danno alla società, per me hanno soltanto avuto mancanza di stile». Tre giorni fa, venerdì mattina.

Ma a mezzogiorno Bonilli, grande appassionato di Internet, scrive sul suo blog Paperogiallo: «Sono stato licenziato dal Gambero rosso. Non avevo più nessuna azione della società e adesso ne vengo anche espulso per giusta causa. Così va il mondo». La chiusa è la solita faccina con il sorriso, fa pensare a chi spalanca le braccia in un gesto rinunciatario. «Ma non per me, sono libero, e per ora ancora sbalordito dal silenzio assordante che ha circondato in queste ore, la mia vicenda».

Pochi lo hanno chiamato. Soltanto qualche cuoco: Pierangelini, Uliassi, Bottura, Vissani, Beck, Colonna. «Anche un Nicola Cavallaro di Milano… », dice, accorato. «Mi hanno subito oscurato il blog, ma è mio, regolarmente depositato. Lo avevo spostato su un altro server, ieri ho avuto 20 mila visitatori».

Ieri, domenica, altri pensieri dell’ex direttore, con tanto di titolo: «Il lato umano delle storie». Sedici righe nel blog per dire: «Ho osservato, in questi ultimi, difficili mesi, in azienda, i comportamenti delle persone e ho scoperto la fragilità e debolezza umana, i piccoli opportunismi, il cambiamento di atteggiamenti…, che mi rimandavano, come in uno specchio, le difficoltà nelle quali mi trovavo. Una esperienza choccante, ma utile…».

Una storia online, anche. «Sono accusato di aver creato danni alla società, anche con il mio blog». Una storia lunga 22 anni, con gli alti e bassi, i debiti di una stagione partita in sordina e poi cresciuta con lo sviluppo del mondo dell’enogastronomia. «Con il manager Alfredo Cazzola e Interbanca. Avevo il 62 per cento del pacchetto azionario e una linea di credito a lungo termine di 10 milioni di euro per lanciare le Città del Gusto». Qualcosa non gira per il verso giusto. «Errato parlare di un buco di 20 milioni di euro. Arriva la nuova società, negli ultimi due anni, bisogna ricapitalizzare. Sono presidente, la mia quota supera di poco il 30 per cento, e nessun potere. Se buco c’è, è inferiore a 5 milioni di euro».

Il mensile vende circa 40 mila copie, è fatto con 10 giornalisti e i collaboratori. Gambero rosso ha 120 dipendenti. La Guida dei vini è il fiore all’occhiello: 150 mila copie, in collaborazione con Slow Food. Parte il progetto Città del Gusto, a Napoli, in partnership con la Regione Campania. La strada per Bonilli è tutta in salita. «A maggio non sono più direttore editoriale di Gambero Channel, tutto perché dichiaro di non essere d’accordo con la linea di RaiSat. Dopo nove anni di successi. Bonilli: «A giugno mi chiedono di dimettermi. Mi propongono di essere fondatore e collaboratore. Non ci penso affatto. Offro l’acquisto delle mie azioni, in contratto di Put, ma la società le disconosce». I rapporti sono ormai logori. «Da venerdì ho perso potere. Proprio io che con Carlin Petrini e pochi altri, abbiamo cambiato il mondo della gastronomia. Lascio un marchio formidabile, ma non farò l’Antigamberorosso». Il suo posto è stato assegnato a Daniele Cernilli, già condirettore del mensile. Sull’ultima copertina lo chef catalano Ferran Adrià. All’interno il direttore licenziato firma una chiacchierata con il cuoco che ha cambiato l’idea di cucina. Titolo: «La rivoluzione continua». «Anche per me da domani inizia un’altra vita, nuove avventure, il passato è passato», conclude Bonilli.

Leggi il parere del critico enogastronomico Tommaso Farina.

SPECIALE. LE FOTO DI PAPA WOJTYLA NUDO/3. Gelli ammette: "Quei flash pagati 250 milioni"

Monday, 15 September 2008
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di Gabriele Mastellarini

Un esclusivo servizio fotografico su Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo mentre fa il bagno è materiale ottimo per incrementare la tiratura di un giornale. L’ardito fotografo è riuscito a farcela e si presenta dal direttore generale della Rizzoli, Bruno Tassan Din, per vendere quei flash che valgono una prima pagina.

Il bravo professionista non sa però che la P2 comanda in via Solferino: L’ordine di acquistare le pellicole e di farle sparire arriva proprio da Gelli, magari su commissione di Marcinkus. «Pregati Tassan Din di far sospendere quel servizio – ha raccontato il Venerabile nel libro “La Verità” – e gli suggerii di far consegnare direttamente al Papa o alla segreteria di stato tutte le fotografie in argomento. Tassan Din si rese subito conto della validità del mio ragionamento e mi assicurò che mi avrebbe fatto immediatamente avere le foto incriminate che, difatti, di lì a pochi giorni mi consegnò personalmente.

Le feci recapitare al Papa, avvalendomi di un autorevole esponente democristiano. Così il Papa riebbe le sue foto, il Gruppo Rizzoli assorbì di buon grado la perdita di 250 milioni, somma che a detta di Tassan Din era stata pagata al fotografo per questo servizio, nessun nome fu fatto, i servizi di sicurezza furono, credo, strigliati a dovere e rafforzati, e tutto finì nel migliore dei modi, senza scalpore».

 SPECIALE. LE FOTO DI PAPA WOJTYLA NUDO/1 – Esce il libro scandalo

SPECIALE LE FOTO DI PAPA WOJTYLA NUDO/2 – La storia

Consulta la tesi di laurea di Gabriele Mastellarini sul caso Rizzoli-P2 (1976-1982)

CULTUR@. Wim Delvoye. Tatuo il maiale, lo scuoio e lo pavimento

Monday, 15 September 2008
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di Nicoletta Salata

Le due “opere” che ho presentato precedentemente e delle quali avevo omesso autore e titolo per tenere sopito qualsiasi esaustivo dettaglio che potesse anticipare questo secondo flash, forse hanno suscitato, oltre ad una giustificata perplessità, anche un sorriso.
Dettagli dell’articolo precedente: il foglio dell’Hotel Adriano fa parte della serie “Anal Kisses” (la trovate nella “Toilet”) e la casetta per uccelli di “Birdhouse” (la trovate nell’edificio omonimo).
L’associazione tra il doppio senso di quest’ultima e gli interrogativi della Soncini circa l’uso e l’abuso del…volatile…è stata una mia fantasiosa quanto ovvia interpretazione.
Wim Delvoye, artista belga classe 1965, espone le sue opere nelle gallerie di tutto il mondo (è stato più volte anche in Italia) ed è noto anche per “Cloaca Turbo” (tema sul quale si è ampiamente sbizzarrito), un immenso apparato digerente computerizzato che ingerisce 125 pasti al giorno ed espelle 40 kg. di escrementi, utilizzando anche enzimi e batteri per replicare al meglio il sistema digestivo umano. Scorie che poi utilizza in altrettante espressioni artistiche (visibili in “Cloaca Factory”).

L’opera che presento oggi lascerà molto più perplessi e farà certamente meno ridere.


(click sulla immagine per ingrandire)

Non so se come Orwell anche Delvoye attribuisca ai maiali allusioni o significati antropomorfici e la sua sia una sorta di metafora socio-politica. So che ha dichiarato che lo spunto gli venne dal fatto che a Cuba il maiale era considerato un simbolo capitalista, fonte di arricchimento “biologico” e “finanziario” e che “l’arte vivente è più interessante di quella impagliata”. Mi sfugge però il percorso concettuale che da Cuba l’ha portato in Cina. So infatti che alleva questi maiali, di cui si ritiene una specie di tutore, in una Art Farm nei dintorni di Pechino, affibbia un simpatico nome ciascuno (quello nella foto in alto è Rex, ma ci sono Princess, Sylvie, Ariella ecc.), li tatua in un apposito laboratorio che evoca una sala di tortura, e si entusiasma nell’osservare come essi crescendo trasformino sulla loro pelle il suo disegno distorcendolo.


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Una volta che queste opere d’arte “viventi” concludono il loro ciclo di vita il loro manto tatuato viene esposto e venduto come opera d’arte (a questo punto…mummificata).


(click sulla immagine per ingrandire)

Se poi consideriamo che un altro filone della produzione artistica di Delvoy si chiama “Marble Floors” (altre foto si trovano nella “Photography”, vicino alla “Bank”) e questo è un esempio delle realizzazioni (fette di salame, tranci di mortadella, strisce di prosciutto a creare composizioni effetto mosaico)


(click sulla immagine per ingrandire)

capite bene che viene da chiedersi se la materia prima gli sia pervenuta da un allevatore di pasciuta Scrofa Modenese, di Cul Noir di Limousin o di Blanc de l’Ouest, o se siano i suoi amici maiali, una volta trapassati, a provvedere alla succulenta fornitura.
Delvoy con questa sua arte un cosa senza dubbio ci conferma: come dicono i contadini in campagna “del maiale non si butta via niente”!

P.S. Di Wim Delvoye, che ritengo comunque un interessante artista, trovo molto suggestive le opere della serie “X-rays” (per vederle entrare nel sito e cliccare sull’edificio Hospital) e “Goals” (cliccare sul campo da calcio).
Fateci un giro in questa Farm, non è tanto Beauty, ma molto molto Art!

http://www.wimdelvoye.be/

BEVI&MANGIA. Licenziato Bonilli, al Gambero Rosso arriva Cernilli, ma c'è già chi gli chiede di riunciare

Saturday, 13 September 2008
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di Leonardo Romanelli (*)

La notizia di ieri ha sconvolto il mondo del giornalismo enogastronomico. Non uso eccessi: una cancellazione di un blog come quello di Stefano Bonilli, Papero Giallo, è un fatto epocale.

La notizia mi arriva da Andrea Gori per Sms, sento per telefono Elisia Menduni, e poi mi trovo a leggere qualche post nei vari blog. Se parliamo da un punto di vista di scoop, il primo a dare la notizia è stato Luca Sofri su Wittgenstein, che ha riportato le parole di Bonilli,  poi Paolo Marchi (o viceversa, scusatemi), Massimo Bernardi su Kela Blu (apprezzato molto il modo, confesso), quindi sono apparsi commenti sparsi di Luciano Pignataro, Andrea Gori, Franco Ziliani, Carlo Macchi, Tommaso Farina, con commento esauriente sul blog di Gabriele Mastellarini.

Il sito Wine news riporta la notizia con tanto di dichiarazione di Daniele Cernilli, nuovo direttore del Gambero. Il nuovo Papero Giallo è sovraffollato di contatti e Bonilli riappare sul blog di Kela Blu. Non entro nella questione, visto che se ne parla molto negli altri blog, analizzo invece come è stata acolta la notizia rispetto a quando fu chiuso il blog di Enzo Vizzari.

Nel caso di Bonilli, il blog era uno strumento di uso quotidiano, utilizzato da anni, seguitissimo e oggetto di confronto animato, mentre Vizzari lo stava utilizzano a piccole dosi, ancora non del tutto convinto del mezzo. La eco nella blogosfera è stata diversa: se su Vizzari le voci di protesta si sono alzate per una censura che traumatizza chi frequenta il web, per Bonilli si sono levati voci accorate per il legame che si era creato nel corso degli anni di frequentazione, anche solo internettiana.

Alla chiusura di “Fritto Misto”, il blog di Vizzari, lo stesso Bonilli affermò: “Questa è una notizia, se ne dovrà palare nei giornali” però seguì un silenzio tombale. La fuoriuscita di Bonilli ha creato maggiore rumore, ne ha parlato Dagospia, rimane però il dubbio che sia ancora difficile far circolare al grande pubblico le notizie tramite Internet (lo conferma Bonilli nel suo ultimo post) e la stampa tradizionale (passatemi il termine) ancora non lo giudica una fonte da consultare con una certa frequenza.

Una cosa è certa: il licenziamento ha fatto emergere una gran voglia di regolamenti di conti tra giornalisti, visto il tono di alcuni commenti, che chiedono subito a Cernilli di farsi da parte o quasi! Oltre a questo, la gratuit di tanti commenti fatti solo per farsi vedere  Un stile che mi è piaciuto, asciutto e preciso, è stato quello scelto da Slow Food, che saluta Bonilli e fa gli auguri a Cernilli. Almeno ufficialmente è una bella figura.

(*) Tratto da “Quinto Quarto”

MARCOTRAVAGLIATO/2. Filippo Facci rivela: "Nel 2002 era in vacanza nell'hotel sequestrato a un condannato per mafia"

Saturday, 13 September 2008
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di Filippo Facci per Il Giornale

E anche un po’ sfigato, Travaglio. Ha pubblicato degli assegni por smentire un’accusa che noi stessi, anche l’altro ieri, avevamo definito «improbabile». L’accusa è che il mafioso Michele Aiello gli abbia pagato le vacanze in Sicilia all’inizio del 2000: una vicenda laterale che Travaglio cerca disperatamente di trasformare in centrale rispetto ai soli fatti che contano: Travaglio ha insultato il presidente del Senato perché frequentò delle persone diciotto anni prima che fossero inquisite per mafia, e però è venuto fuori che lui, Travaglio, all’inizio del 2000 frequento una persona pochi mesi prima che fosse arrestata per mafia. Ci andò in vacanza.

Ora, nella sua foga di dimostrare che la vacanza se la pagò da solo, Travaglio ha pubblicato un assegno del 2002 sul cui retro, però, a ben guardare, si vede una girata fatta col timbro della Santa Margherita srl, una società, basta verificarlo, che era in amministrazione giudiziaria per mafia. Il residence dove stava Travaglio, cioè, era sotto sequestro, e il suo proprietario è stato condannato per mafia.

Indirettamente ce l’ha rivelato Travagiio il quale, morale, nel 2002 è andato in vacanza In un residence siciliano su consiglio e in compagnia di un favoreggiatore di un mafioso, inquisito come prestanome di un secondo mafioso (Bernardo Provenzano) e tutto questo nell’hotel, sequestrato, di un condannato per mafia. Travaglio, al primo, chiese pure uno sconto.

MARCOTRAVAGLIATO/1. Scrive un articolo sul Gip di Pescara, sbagliando il cognome e alterando un'intervista a Repubblica!

Saturday, 13 September 2008
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di Gabriele Mastellarini

Tra qualche giorno Marco Travaglio sarà a Pescara con il suo spettacolo teatrale alla modica cifra di euro 25 per la poltrona in prima fila. Sarà, forse, l’occasione per fargli conoscere il Gip del Tribunale pescarese, la dottoressa Maria Michela Di Fine, già Giudice Unico presso il Tribunale di Atri, piccola località in provincia di Teramo. Perché se un giornalista fa un pezzo su una persona, dovrebbe  informarsi…almeno conoscerne il cognome…

E invece Travaglio su L’Unità (il pezzo è riportato sul blog voglioscendere) fa un panegirico sull’ex Governatore abruzzese Del Turco e sul Gip di Pescara, affibbiandole però un nuovo cognome: “De Maria”. E riesce anche a far fare brutta figura al collega (l’ottimo Carlo Bonini di Repubblica), “arricchendo” il suo pezzo di un dettaglio (il cognome del Gip, appunto) che è clamorosamente errato.

Andiamo per ordine. Su l’Unità del 10 settembre 2008 il Marcotravagliato scrive: “Le parole di Ottaviano Del Turco, intervistato da Repubblica, illustrano bene il fenomeno. La legge vigente affida al gip il compito di arrestare gli indagati che minaccino di ripetere il reato, e poi di interrogarli nell’”incidente probatorio” (che ha valore di prova al dibattimento). Ma ciò che vale per tutti i comuni mortali è, per Del Turco, inaccettabile. Infatti ha ricusato il gip, accusandolo di essere “prevenuto” contro di lui. La prova? Il gip ha espresso “giudizi di colpevolezza” nell’ordine di custodia. Oh bella: se il gip fosse convinto della sua innocenza, non l’avrebbe arrestato. (…) Ma Del Turco è speciale: pretende un gip nuovo di pacca, magari convinto della sua innocenza”. Poi Travaglio riporta un passaggio dell’intervista di Del Turco a Bonini di Repubblica: “Il gip De Maria ha sostenuto che il sottoscritto, dopo essersi dimesso da tutto, sarebbe ancora in grado di reiterare il reato e dunque deve continuare a esser privato della libertà” con gli arresti domiciliari. (…)

Come si potrà leggere dalla versione originale dell’articolo di Repubblica il nome De Maria non appare. E’ stato aggiunto da Travaglio in quel virgolettato ripreso da Repubblica, ma nè Del Turco nè tantomeno Bonini chiamano il Gip De Maria, anche perché sanno benissimo che il cognome è Di Fine.

Viva la Maria!

Forza Travaglio!

Un "bollino rosso" in memoria di Adriano e il nido d'uccello per Guia

Saturday, 13 September 2008
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di Nicoletta Salata

Avverto che il titolo è tragicamente fuorviante. Ma le due cose che ho raccolto trovano indiscutibile ispirazione nelle due citazioni.
Le due opere che seguono appartengono ambedue allo stesso autore (se ne potrà facilmente, anche per i meno esperti, cogliere lo stile…?!?). Un artista dotato di creatività e fantasia davvero insolite e inquietanti.
Mi riservo di farne il nome perché ho in mente un altro intervento a lui dedicato, altrettanto raccapricciante sebbene di altro stampo. Appunto! Leggi il resto –> »

NEWS TRAVAGLIO A TRABIA. Filippo Facci: "Travaglio chiese pure uno sconto al mafioso"

Friday, 12 September 2008
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Da voci di corridoio si sa che Filippo Facci e alcuni blogger stanno lavorando ancora sulle vacanze siciliane di Marco Travaglio negli anni 2002-2003, quando il giornalista torinese era in compagnia del maresciallo Giuseppe Ciuro, poi condannato per aver passato informazioni ai mafiosi. Secondo le voci, già per ieri sera era atteso un articolo su un qualche blog (non questo, sia chiaro!), poi tutto è slittato perché (sembrerebbe) Facci vuol fare lo scoop sul Giornale. E su questo blogiornale, in un commento, il giornalista milanese ha scritto sulla storia “Finita? Un accidenti”. Attendiamo gli sviluppi e vi aggiorneremo. (g.mast.)

AGGIORNAMENTO. Parla Filippo Facci. Ma no. Nessuno scoop. Dei colleghi però hanno scoperto che Travaglio, morale, era veramente sfigato: in sostanza, morale, è andato in vacanza in un residence siciliano su consiglio e in compagnia di un mafioso, favoreggiatore di un secondo mafioso, che era prestanome di un terzo mafioso, e tutto questo nell’hotel, sequestrato, di un quarto mafioso. Travaglio, al primo mafioso, chiese pure uno sconto.
E’ che Travaglio continua a parlare di assegni (non me n’è mai fregato niente, e l’ho anche scritto) quando la lezione che gli è stata impartita è ben altra, e riguarda lo stesso vizietto che in maniera assai meno grave lui rimproverava a Schifani: le frequentazioni.

Filippo Facci

Sapevate che gli stranieri già dal 1996 possono votare in Italia?

Friday, 12 September 2008
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di Sergio Fornasini

Traggo spunto da un articolo pubblicato su www.internazionale.it, redatto da John Foot, insegnante di storia contemporanea al dipartimento di italiano dell’University college di Londra.

Il prof inglese fa notare un particolare poco noto, dimostrando come una delle discussioni periodicamente ricorrenti, promossa sia destra che a sinistra, sul diritto di voto amministrativo agli immigrati risulta in larga parte un puro esercizio demagogico. Dal 1996 è già possibile infatti per gli stranieri residenti stabilmente in Italia fare domanda di iscrizione alle liste elettorali del Comune di residenza. I requisiti richiesti sono due:

1) essere iscritti all’anagrafe della popolazione residente o averne fatto richiesta;
2) avere la cittadinanza in uno dei paesi membri della Unione Europea. Leggi il resto –> »

BEVI&MANGIA. Stefano Bonilli, trent'anni di carriera nel giornalismo enogastronomico. Ora l'han fatto fuori. Ne parla per noi Tommaso Farina

Friday, 12 September 2008
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di Tommaso Farina

Stefano Bonilli, nato a Bosco Chiesanuova (Verona) il 13 febbraio 1945, giornalista professionista dal 1976, da oggi non è più direttore editoriale del Gambero Rosso. L’ha comunicato sul suo blog con qualche laconica riga, prima che il medesimo blog fosse chiuso dalla società che l’ospitava. Ora, il Papero Giallo (per quanto?) è ancora visibile qui, in un altro indirizzo. Motivo? “Giusta causa”, scrive nel blog. “Dichiarazioni contrarie alla linea editoriale”, scrive Ansa.

Bonilli è giornalista di lungo corso, scuola Manifesto. Assieme al fotografo Tano D’Amico e al collega Pierluigi Sullo, il 12 maggio 1977, videro il presunto assassino di Giorgiana Masi, un tizio con la maglietta strisce e armato di pistola, che, ricorda Sullo sul Manifesto molti anni dopo, “aveva posato l’avambraccio sul cofano per mirare meglio e aveva aperto il fuoco, una due tre e non so quante volte”. Insomma, non è il solito scribacchino edonista che molti identificano, non sempre a torto, con chi fa il nostro mestiere.

Anni dopo, il Manifesto diede inizio all’avventura del Gambero Rosso, inserto gastronomico di otto pagine nato nel dicembre 1986, con la partecipazione di Edoardo Raspelli, responsabile della pagina dei ristoranti. All’epoca, secondo la sinistra, cibo e vino erano cose materiali, futili, e quell’inserto scatenò un dibattito. I critici gauchisti, come si vedrà negli anni seguenti, avranno modo di ricredersi.
La casa editrice nacque nel 1987, e con essa la seguitissima guida Vini d’Italia, indubbiamente la pubblicazione più importante ancora adesso. Due anni dopo, arrivò la guida dei ristoranti, mentre nel 1992 nacque il Gambero Rosso mensile, che si staccava dal Manifesto.

Nel 1999, fu la volta del canale satellitare tematico Gambero Rosso Channel, in tandem con Rai Sat. Nel 2005, uno dei più grandi successi: la piena operatività della Città del Gusto, vera e propria cittadella romana della gola in via Enrico Fermi, a un passo dal Tevere.

Già mesi fa c’erano stati dei rumor. L’anno scorso, Dagospia parlava di un interessamento di Class Editori (Paolo Panerai) per la holding. Nel gennaio, Bonilli fu sostituito come direttore editoriale in Gambero Rosso Channel da Guido Barendson, navigato giornalista Rai. In molti si chiesero il perché della sostituzione, visto che finora il bouquet di trasmissioni previsto dal palinsesto era tutt’altro che privo d’interesse. Lo stesso Bonilli conduceva un talk show, “L’insalata era nell’orto”, di cui anch’io fui ospite in una puntata trasmessa nel 2005.

Ora, sembra proprio che Bonilli sia stato definitivamente messo da parte. Dichiarazioni lesive dell’azienda? Ma quali? So che servirebbe a poco, ma farebbe comunque piacere saperlo, visto che Bonilli ha da sempre messo la faccia sul lavoro che andava in scena al Gambero Rosso, beccandosi critiche e ripicche a non finire. Non voglio neppure ipotizzare che il casus belli possa essere scaturito da un post uscito il 5 agosto sul suo blog, dedicato allo sdoganamento del vino in cartone, commentato col titolo “Al peggio non c’è mai fine?”. Spero proprio di no, me lo auguro di cuore.

PS: mi segnalano questo, su Wittgenstein, il blog di Luca Sofri:

Caro Luca, sono appena stato licenziato in tronco dal Gambero Rosso per avere danneggiato la società quando, ai tempi del rinnovo del contratto raisat-gambero rosso channel, ho denunciato sul mio blog papero giallo il mio allontanamento dalla direzione del canale.
Hanno anche oscurato questa mattina il mio blog che è ora a questo indirizzo
blog.paperogiallo.net
Una serie di comportamenti brutali e violenti e anche stupidi e l’oscuramento da parte del Gambero Rosso del mio blog la dice lunga.
Ti ringrazio se puoi dare la notizia.

Stefano Bonilli

Dinasty Caracciolo/Agnelli. Tutti i figli (adottivi, riconosciuti e non) e le proprietà del Principe Carlo Caracciolo, l'editore puro che fondò L'espresso

Friday, 12 September 2008
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di Andrea Ducci per Il Mondo

Prima il progetto di scissione della holding Gir, con la separazione della parte editoriale dalle altre attività. Poi, la repentina uscita dell’amministratore delegato, Marco Benedetto, dopo 24 anni di onorato servizio. Ora il destino del 10% della società, ossia il secondo pacchetto azionario per importanza dopo quello di Carlo De Benedetti.

Per il gruppo Editoriale L’Espresso si preannuncia una fase storica del tutto nuova. L’ultima novità riguarda proprio la rilevante partecipazione del 10% attualmente in capo all’ottantatreenne Carlo Caracciolo, cognato di Gianni Agnelli, fondatore e storico azionista della casa editrice tenuta a battesimo da Adriano Olivetti negli anni ’50.

Si tratta, in effetti, di una quota tale da incidere sugli equilibri che ora vedono De Benedetti saldamente al controllo, sebbene affiancato da partecipazioni amiche come quella di Caracciolo, delle assicurazioni Generali, di Giulia Maria Mozzoni Crespi e della fondazione Cassa di risparmio di Trieste. Un equilibrio il cui destino è legato a quello del 10% di Caracciolo.

Il motivo è strettamente personale. Da qualche mese l’avvocato Vittorio Ripa di Meana è, infatti, impegnato su incarico del fratello di Marella Agnelli di occuparsi di una delicata questione di famiglia.

Nell’eventuale asse ereditario di Caracciolo potrebbero, oltre alla figlia adottiva Jacaranda Falck, entrare anche altri due figli fino a oggi non riconosciuti. In privato, del resto, l’editore non farebbe mistero di essere il padre di Carlo Revelli e di sua sorella Margherita, sposata con Fabiano Rebecchini, terza generazione della famiglia di costruttori romani.
Non a caso, proprio Ripa di Meana avrebbe a lungo vagliato la strada da seguire per procedere all’adozione o, in alternativa, al riconoscimento dei due nuovi eredi. Una soluzione definitiva sarebbe stata individuata nella seconda opzione per scongiurare dissapori e preservare i rapporti tra i figli.

Certo è che, in caso di difficoltà, la vicenda potrebbe accompagnarsi con una querelle sul destino dei beni e del patrimonio di Caracciolo con tutte le implicazioni del caso per quel pacchetto del 10% del gruppo di Largo Fochetti.

Oltre a quella nell’Espresso, dove siede tuttora come consigliere, il fondatore del quotidiano la Repubblica detiene una partecipazione di peso nel settore della sanità in veste di socio di Giuseppe Ciarrapico. In particolare, si tratta delle attività di Eurosanità, la holding a cui fanno capo una serie di cllniche e laboratori di analisi. Il caso ha, poi, voluto che Caracciolo fosse nella cordata di imprenditori che ha rilevato la gestione della Casina Valadier, storico locale della capitale, appartenuto proprio a Ciarrapico negli anni ’80.

Un altro asset è la quota del 33% del quotidiano francese Liberation, che fa di Caracciolo il secondo azionista della società editrice del giornale dopo Edouard de Rothschild, che a sua volta controlla il 38%.

A fianco delle partecipazioni nell’editoria e nella sanità ci sono, inoltre, i beni immobiliari da lui stesso descritti nel libro intervista a Nello Ajello. Alcune storiche proprietà di famiglia come il palazzo sul lungotevere a Roma e altre acquistate e valorizzate da Caracciolo. E questo il caso della tenuta di Garavicchio a Capalbio (in provincia di Grosseto) e di quella di 600 ettari di Torrecchia nel basso Lazio (Latina), rilevata all’inizio degli anni ’90 all’indomani della vendita a De Benedetti di una quota dell’Espresso. Quota, poi, in seguito riacquistata e che adesso potrebbe diventare oggetto di una saga famigliare.

Licenziato Stefano Bonilli (Gambero Rosso). Perquisiti Di Feo e Fittipaldi (L'espresso). Gabriele Mastellarini: "Ai colleghi, in particolare a Gianluca Di Feo, tutta la mia solidarietà"

Friday, 12 September 2008
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GAMBERO ROSSO: BONILLI, MI HANNO LICENZIATO IN TRONCO

(ANSA) – ROMA, 12 SET – Stefano Bonilli, fondatore di ‘Gambero Rosso’, una delle più note Guide gastronomiche, ma oramai anche canale satellitare di cucina per Raisat sulla piattaforma Sky, è stato licenziato “in tronco” da direttore editoriale del gruppo e da direttore della rivista mensile. Lo ha reso noto lo stesso Bonilli spiegando che il licenziamento “per giusta causa” è stato motivato dalla società ‘Gambero Rosso’ per “aver danneggiato” il gruppo con dichiarazioni “contrarie alla linea editoriale”. Al contempo Bonilli ha denunciato l’oscuramento del suo blog ‘Papero Giallo’.(ANSA)

CLICCA E LEGGI GLI ARTICOLI DELLO SPECIALE SU STEFANO BONILLI

L’ESPRESSO: PERQUISITA SEDE E ABITAZIONI DI DUE GIORNALISTI

(AGI) – Roma, 12 set. – Dall’alba di oggi, su disposizione della procura di Napoli, una quindicina di finanzieri sta effettuando perquisizioni presso la redazione de L’espresso e le abitazioni dei giornalisti Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi. La perquisizione e i sequestri conseguenti di documenti e computer dei giornalisti, e’ stata ordinata dopo la pubblicazione dell’inchiesta di copertina del settimanale in edicola da oggi, “Cosi’ ho avvelenato Napoli”. Nell’inchiesta sono riportate le confessioni dell’imprenditore Gaetano Vassallo, sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania per conto della Camorra. Nelle sue confessioni Vassallo chiama in causa politici e funzionari: in particolare il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, oltre a una nutrita schiera di sindaci e manager degli enti locali campani. (AGI)

Solidarietà ai tre colleghi, in particolare al caporedattore centrale de L’espresso, Gianluca Di Feo, professionista eccellente e persona serissima. (Gabriele Mastellarini) 

SPECIALE LE FOTO DI PAPA WOJTYLA NUDO/2 – La storia

Friday, 12 September 2008
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di Giuseppe Genna (*)

Il Papa è nudo.
Si sta tuffando.
Dalle chiome degli alberi fuori Castel Gandolfo un teleobbiettivo scatta foto compromettenti.
Il fango del gossip schizza sul paramento bianco: è una tragedia.
Qualche giorno dopo il tuffo segreto del Papa nudo, le redazioni giornalistiche in Italia impazziscono. I responsabili iconografici vengono contattati da prestanome, intermediari, ambigui figuri: tutti avanzano una proposta sconvolgente, le foto del Papa nudo. I direttori vengono svegliati a orari impropri. Nessuno sa cosa si deve fare. I politici di spicco sono allertati. Fibrillano le linee telefoniche col Vaticano. Il portavoce del Papa nasconde isterismi violenti in conversazioni insidiose, ipocrite, vellutate.

Si va avanti così, per ore.
Nessuno pubblicherà le foto del Papa nudo.
All’improvviso gli intermediari, i prestanome tacciono.
Qualcosa è accaduto.
Si è fatto avanti un compratore.

Il mondo del giornalismo è nel buio, accecato: nessuno sa che cosa fare. I politici brancolano nel buio. E’ buio pesto per qualche istante nei gran saloni del Vaticano.
Chi ha comprato le foto nude del Papa?

L’accordo viene stretto all’immediata. Il compratore delle foto del Papa nudo (compresi gli originali, i negativi, nessuna copia fuori dell’accordo, a peso d’oro) può accedere al fortilizio vaticano.
E’ un uomo posato, indossa occhiali, il passo pacato, percorre le sale, i tappeti, gli androni, i corridoi amplissimi. E’ accompagnato. Alti prelati gli sono accanto. Lo guidano. La tenia percorre gli alveoli dell’immenso intestino vaticano.
All’improvviso è solo, di fronte al Papa.

Il plico (una cartella cartonata e sigillata come i referti delle radiografie) passa dalla mano femminea dell’uomo pacato alla mano femminea del Papa seduto. Si pronunciano poche parole. Quelle foto sono un regalo. I regali stringono i lacci di un ricatto: inducono dipendenza, configurano la schiavitù del dono. Introducono la liceità, e anche il suo contrario.
L’uomo pacato inarca lievemente le labbra, poi parla: “Santità, se L’hanno fotografata da un albero, senza che nessuno si accorgesse, potevano da quell’albero spararle. Mi permetta di offrirLe un consiglio: rafforzi la Sua guardia. Mi permetta di offrirLe un supporto di guardia. I miei uomini sono a Sua disposizione”.

Si parla ancora un poco.
Poi l’uomo pacato viene congedato, esce. Quell’uomo è Licio Gelli.

(*) Tratto da www.miserabili.com

Il libro che riapre la storia.

SPECIALE. LE FOTO DI PAPA WOJTYLA NUDO/1 – Esce il libro scandalo

Friday, 12 September 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

di Paolo Martocchia

“250.000 copie vendute in Spagna. Il libro scandalo di cui non sentirete mai parlare”: è quanto scritto sul nastro rosso che avvolge L’ENTITA’, “la clamorosa scoperta del servizio segreto vaticano: intrighi, omicidi, complotti degli ultimi 500 anni”. Autore: Eric Frattini. Fazi Editore. Secondo El Pais, “un saggio che supera qualunque romanzo di John Le Carrè”. Scopriamo qualche passo.

“Nell’aprile del 1981, Licio Gelli mostrò a un membro del PSI alcune fotografie che ritraevano papa Wojtyla completamente nudo nella piscina di Castelgandolfo. Gelli supponeva che se si erano scattate quelle foto con un telebiettivo, si poteva facilmente sparare al Santo Padre con un fucile con mirino telescopico. Gelli mise all’opera gli agenti dell’Entità per recuperare i negativi scomparsi. Il capo dell’Entità battezzò la missione “Operazione immagine”.

Il responsabile delle spie papali sapeva che la maggior parte delle fotografie, che erano state consegnate al sommo pontefice in presenza di Monsignor Poggi, erano passate dalle mani della Rizzoli a Gelli e poi ad Andreotti.

Il capo dello spionaggio vaticano convocò due sacerdoti del Solidatium Pianum e, come sempre, impartì i suoi ordini in modo chiaro, breve e conciso. Gli agenti dovevano localizzare i negativi perduti per due motivi: per evitare la pubblicazione delle foto e lo scandalo che ne sarebbe seguito; e, soprattutto, per sapere come dei semplici fotografi fossero riusciti a puntare i loro obiettivi senza essere intercettati dai servizi di sicurezza, beffandosi degli anelli di protezione che circondavano il papa.

Gli agenti iniziarono le loro ricerche nei laboratori di Roma dove veniva sviluppato il materiale di fotografi professionisti e, in meno di una settimana, l’SP intercettò un tale che cercava di vendere foto molto compromettenti senza specificare chi vi fosse ritratto. L’uomo era aiutante di laboratorio si un’azienda famosa per la sua collaborazione con fotografi di cronaca rosa, i quali hanno bisogno di sviluppare le foto nel più breve tempo possibile. Viveva alla periferia di Roma e un giorno, rientrando dal lavoro trovò il suo piccolo appartamento messo a soqquadro: i cassetti rovesciati per terra, il materasso fatto a pezzi con un coltello e le poltrone completamente squarciate. Qualcuno cercava qualcosa e l’uomo sapeva bene cosa. Quando entrò nel bagno…

NON SOLO SOLDI. Chi si arricchisce e chi no…in attesa delle banche cinesi

Thursday, 11 September 2008
Pubblicato nella categoria NONSOLOSOLDI

di Gianluigi De Marchi

A giudicare dall’indice S&P/Mib che raggruppa le 40 maggiori società italiane quotate in borsa non si può che essere sconfortati.
Ne esce infatti l’immagine precisa di un paese i cui colossi operano nel settore terziario o quaternario, lasciando solo interstizi alle aziende produttive vere e proprie.

Un paese in cui si lavora offrendo servizi ad altri, non invece coltivando, fabbricando, producendo qualcosa. Diamo un’occhiata all’indice e ne avremo subito la conferma.

La parte del leone la fanno le banche, istituzioni utili, ma che alla fine sembra giustifichino solo se stesse con operazioni di finanza pura (intermediazione, gestione del risparmio, costruzione di prodotti derivati, ecc.).

Sono ben otto gli istituti di credito in cima alle classifiche, e fra questi giganteggiano Unicredit, Intesa san Paolo, UBI, Banco Popolare italiano.
E’ ben rappresentato anche il settore dei servizi di vario tipo (distribuzione di energia elettrica, distribuzione di cibi in autostrada, telefonia, finanza, editoria, reti televisive, distribuzione di gas, e addirittura gestione di giochi e scommesse) con undici società. Anche in questo caso non si produce nulla…

Altro settore ampio e borsisticamente significativo è quello assicurativo con quattro società che svolgono un importante servizio a chi produce (la copertura dei rischi di vario tipo) ma non producendo nulla.
Restano 17 società (meno della metà hit parade della borsa), alcune delle quali rappresentano veramente l’Italia che produce (ENI, Fiat, Italcementi, Luxottica, Parmalat, STM).

Insomma, sembra proprio che gli italiani si siano stancati di lavorare fisicamente e si siano buttati ad intermediare denaro, assicurare, gestire reti telefoniche, elettriche o televisive.

Può anche darsi che sia giusto così, che la fatica debbano farla gli indiani o i cinesi (che infatti sommergono il mondo con i loro prodotti) e che noi dobbiamo specializzarci in settori a più elevato contenuto tecnologico o intellettuale.

Ma quando sbarcheranno le banche cinesi offrendo tassi più alti ai depositi e chiedendo interessi più bassi sui prestiti cosa faremo?