Alla Consulta la difesa dei giudici contabili a mezzo avvocati

Tuesday, 5 August 2008
Pubblicato nella categoria SENTENZE

No alla caccia alle streghe per gli errori dei giudici. A tutti i magistrati (anche quelli contabili e amministrativi) la difesa di un avvocato nel processo discplinare. Lo deciderà la Consulta.

di Gabriele Mastellarini per “Il Sole24Ore” – Professionisti

 È «irragionevole» privare il magistrato amministrativo o contabile sottoposto a processo disciplinare «della facoltà di nominare un difensore professionale». Sulla base di questo assunto il Tar Torino ha chiesto alla Consulta di togliere una barriera, invalicabile anni fa ma scalfita dalla stessa Corte costituzionale, con la pronuncia 497 del 2000, che ha consentito ai soli magistrati ordinari sottoposti a procedimento davanti al Csm di avvalersi di un avvocato di fiducia, anziché farsi difendere da un altro togato, come imponeva la legge 511 del 1946.

Davanti al Tar del Piemonte si era presentato il procuratore regionale della Corte dei Conti esponendo il conflitto tra due norme (le leggi 186/82 e 117/88) che non pongono sullo stesso piano i magistrati ordinari con quelli contabili e amministrativi. Al procuratore era stata inflitta la sanzione disciplinare dell’ammonizione per aver espresso valutazioni sulle aggressioni dei poliziotti ai manifestanti No-Tav.

Il magistrato chiedeva di essere rappresentato da un avvocato di fiducia ma il Consiglio di presidenza, leggi alla mano, glielo aveva impedito.
La prima sezione del Tar (presidente Bianchi, estensore Graziano) ha quindi rimesso gli atti alla Corte costituzionale. «Nel nostro ordinamento – è scritto nell’ordinanza – ogni magistrato, sia che appartenga all’ordine giudiziario, sia che appartenga ad altre magistrature è dotato della prerogativa dell’indipendenza, che lo distingue da tutti gli altri funzionari dello Stato».

E se i magistrati sono tutti uguali, devono potersi difendere allo stesso modo.
«Il procedimento disciplinare deve essere la sede hi cui si esaltano le garanzie di libertà e di difesa» e non deve essere avvertito nell’opinione pubblica «come l’occasione per una “caccia alle streghe”», nei confronti di giudici o procuratori.
«Anche i magistrati contabili e amministrativi» devono avere lo stesso trattamento di quelli ordinari e poter essere rappresentati da un avvocato: «Una figura professionale dotata di un background di tecniche difensive affinate nella pratica giudiziaria quotidiana ed esaltate dall’attitudine all’analisi del fatto e dall’eloquenza».

Posta e risposta. Contributi veri per giornali finti

Tuesday, 5 August 2008
Pubblicato nella categoria LETTERE

Caro Gabriele,

I finanziamenti si potrebbero dare in base alle assunzioni dei giornalisti, o al numero di praticanti, in base alle condizioni di lavoro dei giornalisti insomma, più assunti più finanziamenti, così ci sarebbe un netto miglioramento della qualità dei giornali e dell’indipendenza dei giornalisti che oggi sono quasi tutti freelance malpagati e supersfruttati.
Oggi i finanziamenti vengono dati in base alle copie stampate, si potrebbe darli in base al rapporto copie stampate/copie vendute o alle copie vendute.
Si potrebbe valutarli in base alla qualità secondo i cittadini (o altri criteri), si potrebbero dare a chi prende meno dalle pubblicità ma vende lo stesso, ci potrebbero essere un milione di criteri, ma questi sono solo alcuni, io purtroppo non sono un legislatore.
Mi piacerebbe molto sapere la tua opinione in proposito…

Anch’io insisto. Non si può in nome di una presunta libertà destinare ingenti quantità di denaro a chiunque voglia produrre un cereale.
Che si mantengano o chiudano.

Francesco B.

Caro Francesco,

giorni fa ho avuto modo di approfondire l’argomento con il direttore di “Libero”, Vittorio Feltri. Quel Sant’Uomo di Marco Travaglio parla di “Libero” come “il giornale vero di un partito finto”, visto che la testata riceve contributi come organo del partito monarchico (in realta’, in toni piu’ intelligenti, ne avevo scritto anch’io su Problemi dell’Informazione, il trimestrale edito dal Mulino e diretto dal prof. Angelo Agostini).

Quando esposi a Feltri il problema della contribuzione, lui mi spiego’ che quelli incassati da Libero sono spiccioli rispetto ai finanziamenti presi dai grandi giornali nazionali, in particolare come sovvenzione per gli invii postali. Il direttore fece capire che i problemi son ben altri e se il contributo sparira’, nessun problema, infatti hanno ritoccato a 1,20 il prezzo del quotidiano in edicola (60 Libero + 60 Liberomercato). In fondo, e’ meglio che il cittadino-lettore paghi consapevolmente un giornale da lui ritenuto interessante, anziche’ togliergli i soldi sotto il naso per finanziare una testata che rappresenta 2-parlamentari-2. 

Non entro nel merito (non ne ho l’autorita’) dei “minigiornali” di partito che nel corso degli anni hanno preso tantissimo dallo Stato (alcuni dei loro rappresentanti son finiti in galera) e dato pochissimo ai lettori.

Sia chiaro: io sono per il pluralismo e quindi dico si’ al contributo per il manifesto, per Libero, per La Padania, financo per L’Unita’, per il Riformista e Il Foglio, ma dico “no” a tutti quei fogliettini insignificanti e inutili (penso al Campanile di Mastella, al giornale dei Verdi del quale non ricordo nemmeno il nome e a tante altre testate che si occupano di cavalli o di trebbiatura).

Alla mia riflessione, Feltri strabuzzo’ gli occhi: “Allora bisognerebbe cambiare la legge…”

Ecco, caro Francesco, cambiamo la legge sul finanziamento dei giornali ma non azzeriamolo. Giusto parametrare i contributi sulla base delle assunzioni, io direi anche di costituire una commissione perche’ valuti i contenuti della singola testata, assegnando punti in base al lavoro svolto (fai un’inchiesta? 50 punti, fai un’intervista? 5 punti, pubblichi agenzie? zero punti). E poi i free-lance. Perche’ non dare contributi ai free per far nascere nuove testate, anche on-line?

Putroppo, paghiamo gli errori del passato. Di testate come L’Unita’ (ma Travaglio non dice niente in proposito?) con bilanci in profondo rosso, pagate dallo Stato per non morire. Il sistema delle sovvenzioni pubbliche all’editoria va rivisitato da cima a fondo, partendo dal canone Rai e dai fondi versati a radio radicale per le dirette parlamentari, liberamente disponibili sul sito web della Camera o del Senato.

E’ la stampa, schifezza! 

Gabriele Mastellarini

Giordano vs. Di Pietro: "Ipocrita. Ricorre ai modi intimidatori del suo passato"

Monday, 4 August 2008
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Roma, 4 ago. (Apcom) – “Il mio patrimonio immobiliare? E’ tutto verificabile e alla luce del sole e ce l’ho anche grazie ai risarcimenti ottenuti dal ‘Giornale’. Lo ringrazio perchè l’avrò vinta anche questa volta e vorrà dire che ci faremo qualche altro appartamento alla faccia loro”. Così il leader di Idv Antonio Di Pietro replica all’inchiesta del quotidiano sui suoi beni immobili.

Roma, 4 ago. (Apcom) – “E’ curioso il modo in cui l’onorevole Antonio Di Pietro risponde a una documentata inchiesta giornalistica che si limita a elencare il suo patrimonio immobiliare”. In una nota, ‘Il Giornale’  replica alle dichiarazioni del leader di Idv. “Di Pietro – aggiunge il quotidiano diretto da Mario Giordano – non smentisce nulla ma fa ricorso a una ironia che, incapace di essere lieve, sfocia nell’offesa e nella minaccia. Sarebbe bastata una una semplice spiegazione. Che del resto lui avrebbe preteso da qualsiasi altro personaggio pubblico per molto meno. L’ex pm ha preferito ricorrere ai modi intimidatori che pensavamo facessero parte del suo passato. Ci siamo sbagliati”.

PER LEGGERE L’INCHIESTA DEL GIORNALE CLICCA QUI

Travaglio super show: "L'agenda di Berlusconi? Giovedi' Gnocca". Cav marito esemplare? "Un par di palle, lui riceve 4 ragazze al giorno, alla facciazza dei bacchettoni che gli ronzano intorno"

Monday, 4 August 2008
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di Marco Travaglio per “L’Unita'”

L’Agenda del Presidente è doppia, nel solco della tradizione di Milano2, della P2, di Olbia2 e prossimamente di Arcore2. L’Agenda 1, curata dal suo staff, è riconoscibile da due caratteristiche: è scritta al computer e contiene appuntamenti con soggetti di esclusivo sesso maschile, in genere molto noiosi (Schifani, Letta, Fini, Scajola). Nell’Agenda 2 invece, annotata di Suo pugno, gran preponderanza del genere femminile. Pochissimi i maschi, perlopiù avvocati (Ghedini) o pregiudicati (Bossi e Previti).

Col vecchio Cesarone, che si ripropone sempre come la peperonata, l’appuntamento è alle ore 16. Seguono un paio d’ore di assoluto relax con “Manna”, nel senso di Evelina, la grande attrice oggetto di frenetiche trattative con Saccà; e poi con “Troise”, nel senso di Antonella, la nota artista anch’essa raccomandata a Raifiction perché stava “diventando pericolosa” (s’era messa a parlare).

Così ritemprato dal doppio incontro al vertice, il premier ha potuto affrontare alle 19 un altro summit: con Nunzia Di Girolamo, la procace neodeputata di 32 anni, già destinataria di pizzini amorosi in pieno emiciclo. Completa la giornata dell’insigne latrin lover, alle 20.30, una tipa dal nome più che promettente: Selvaggia. Manca la Carfagna, ma è anche vero che la settimana è fatta di sette giorni e questo è solo il programma del mercoledì. Segue il giovedì (gnocca).

(…) Marito esemplare un par di palle, lui riceve anche quattro ragazze al giorno, alla facciazza dei bacchettoni che gli ronzano intorno. Ce n’è anche per la cosiddetta opposizione che astutamente ha smesso da un pezzo di ricordargli il conflitto d’interessi perché pare brutto demonizzare. Ad essa è dedicato un paio di appuntamenti: quello col produttore di Endemol Marco Bassetti e quello con il consigliere Rai Marco Staderini (Udc), incerto fino all’altroieri sul caso Saccà. Come a dire: lo vedete o no che continuo a occuparmi delle mie tv, Mediaset e soprattutto Rai, coglioni che non siete altro? Devo proprio insegnarvelo io come si fa l’opposizione?

Completa il papello una noticina autografa a pie’ di pagina: “Il Presidente N°1. Al Presidente con più vittorie/più vittorioso nella storia del calcio. Milan A.C. Campione del Mondo. N°1 nella storia del calcio”. Se l’è scritto da solo: un caso di auto-training vagamente inquietante, almeno dal punto di vista psichiatrico. In compenso, nemmeno un cenno ai temi che tanto appassionano il resto, cioè la parte inutile, del mondo politico e della stampa al seguito: dialogo sulle riforme, modello alla tedesca corretto all’austro-ungarica, bicameralismo imperfetto, federalismo fiscale, simposii e seminari delle fondazioni, patti della spigola sulla “fase costituente”. Lui non ha tempo per simili menate.“Ore 16, Previti”. Poi “Manna-Troise”. La sua Bicamerale. La sua fase ricostituente.

Per vedere l’agenda e le foto clicca QUI

(stavolta bisogna ammetterlo, Travaglio e’ stato super. gmast)

Nella foto Evelina Manna, o piu’ semplicemente “Manna”

L'italiano medio/2 (quello che non vota Berlusca)

Monday, 4 August 2008
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La mia giornata di italiano medio, con uno stipendio medio? La mattina al mare, scogli perchè ne apprezzo maggiormente il profumo.

Poi un pranzetto leggero e quindi, da buon meridionale, siesta prolungata con ventilatore a palla. Quindi caffè, una buona lettura e poi con gli amici, quelli veri, su lungomare, per bere un’italianissima birra Peroni.

Se c’è qualche concerto di musica jazz all’aperto (rigorosamente gratuito), bene. Altrimenti all’arena giardino, per rivedere qualche buon film. Ah…e se mi capita una trombatina, quella sì che me la segno sull’agenda: ad imperitura memoria…

Lo invidio il berlusca? Se devo mettere a confronto la mia quiete esistenziale con la sua, no… non più di tanto. Io che mi sento (fantozzianamente?),così tanto, un italiano medio. Sarà forse per questo che non l’ho votato il berlusca?

Maurizio D.P.

Carfagna e Prestigiacomo, le "femmine" dell'estate 2008

Monday, 4 August 2008
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Mara Carfagna (foto a destra), ministro per le Pari Opportunità e Stefania Prestigiacomo (foto a sinistra), ministro dell’Ambiente sono, ex aequo con il 72% delle preferenze, il nuovo modello di femminilità dell’estate 2008. Seguite da Tessa Gelisio (65%), conduttrice di Pianeta Mare (Rete4), da Carla Bruni (61%) e dall’attrice Loredana Cannata (57%). È quanto risulta da uno studio realizzato da BocconiTrovato&Partners.

Per gli esperti intervistati le parole d’ordine sono sensualità (63%) ed eleganza (61%). Ma entrano in classifica anche la sobrietà (57%) e la riservatezza (56%). Novità assoluta è invece rappresentata dal fascino del potere (55%), ovvero il modello first lady.

Anche l’impegno a favore del prossimo diventa un a delle prerogative della donna di quest’anno (48%). 

Tra i particolari assolutamente out? Il presenzialismo (71%): no alle solite feste e ai soliti locali (67%). Bandite nudità e topless (61%). Altrettanto out l’eccesso di silicone e di interventi estetici (59%): «dozzinali». Allo stesso modo assolutamente da evitare (58%) tatuaggi esagerati, e i piercing (58%).

L'italiano medio (io, Farina jr, Travaglio e Berlusconi)

Monday, 4 August 2008
Pubblicato nella categoria EDITORIALI

di Gabriele Mastellarini

Parliamoci chiaro: chi non vorrebbe farsi “trastullare” da Evelina Manna? Chi non vorrebbe prendere un caffè a casa di Antonella Troise? Chi rinuncerebbe a un aperitivo (di lavoro, s’intende!) con Nunzia De Gregorio o con la Ministra Mara Carfagna?

A chi non piace farsi una chiacchierata con l’amico discolo (tipo Cesarino Previti), per sentire l’effetto che fa?

A chi non piacerebbe raccomandare l’amica dell’amica oppure dire all’amministratore dell’azienda pubblica concorrente: “Fa così”, “No, fa colà”

Parliamoci chiaro: Silvio Berlusconi è l’italiano medio. Ecco perché tutti l’hanno votato. Ecco perché le sue aziende volano in Borsa, i suoi avvocati guadagnano miliardi, i suoi amici si divertono e fanno divertire e, anche i suoi antagonisti – sotto sotto – incassano ottimamente.

Marco Travaglio, non è andato per il sottile e stavolta non posso dargli torto: più che l’agenda di un Premier sembrerebbe il diario personale di uno che organizza addii al nubilato. Ma non posso dar torto neanche al cattolicissimo Tommaso Farina jr.: “Siete tutti invidiosi di Berlusconi, Travaglio compreso”.

Non so chi abbia ragione tra Travaglio e Farina, ma che importa? In fondo, siamo un po’ tutti Berlusconi.

Le tette della Bellucci valgono dai 6 agli 8 milioni

Monday, 4 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

Quanto valgono tette e culi delle top model? Lo svela un’inchiesta del magazine del Corriere della Sera

Sono loro, quelli della top model Heidi Klum, i longilinei arti più palpeggiati di questi ultimi tempi. Non – come ci si aspetterebbe – da appassionati estimatori bensì da algidi inquisitori che dopo tanti gira e rigira hanno decretato: 1,3 milioni di euro. Per questa notevole cifra (su richiesta della Braun di cui Heidi è la testimonial) sono state assicurate le fantastiche gambe della terza modella più pagata del pianeta, secondo la classifica di Forbes.

Gli assicuratori le sparano davvero grosse: il consistente “lato b” di Jennifer Lopez  l’avrebbero capitalizzato come una miniera di pietre preziose:stimato 300 milioni di dollari. In realtà una stima più verosimile parlerebbe di 2 milioni e 800 mila dollari per il solo posteriore.

“Total body” garantito, invece, per 22 miliardi di vecchie lire, per la cantante Mariah Carey.

Busto e cosce gli indiscussi gioielli di Naomi Campbell. Ma anche il naso: intemperante e ricca di scatti d’ira che la espongono a colluttazioni improvvise, ha optato per un pacchetto tutto compreso da due milioni e mezzo di euro.

Un’altra top model più tranquilla, Claudia Schiffer, da tempo spende circa 23 mila euro all’anno per un’assicurazione da 25 milioni.

Il pezzo più gettonato? Il seno di Monica Bellucci. Valutato dai 6 agli 8 milioni di euro.

"Il Foglio" di Ferrara: "Perdere la faccia oltre ai contributi, NO!"

Monday, 4 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

da “Il Foglio”, quotidiano diretto da Giuliano Ferrara, prima pagina del 4 agosto.  Clicca qui per leggere un altro articolo sulla fine dei contributi alle testate di partito

La libertà di stampa a spese dello Stato non esiste. Se esiste, esiste prima o dopo l’erogazione di una sovvenzione pubblica, e sopravvive alla sua scomparsa. Magari sopravvive in altre forme. Magari on line. Magari con giornali di una sola pagina. Magari con giornali distribuiti solo in poche grandi città.

Al nostro bilancio fanno comodo i due milioni di euri che dovrebbero venire a mancare in seguito ai tagli della manovra triennale di Giulio Tremonti; fanno comodo a noi, quotidiano vagamente liberista, come al Manifesto, quotidiano strettamente comunista, e cercheremo di fare un onesto lobbying perché i contributi diretti ai piccoli giornali politici vengano mantenuti, con qualche dovuta razionalizzazione antifurto. Infatti ci consideriamo utili.

Pensiamo di aver fatto, come molti prima di noi, un lavoro giornalistico e culturale decente. Di avere cambiato qualcosa con risultati interessanti per gli altri, non solo per noi. Teniamo ai nostri stipendi, che non sono glamour, anzi sono austeri come tutta la nostra impresa, la redazione più lontana dall’idea di “carrozzone” che si possa immaginare.

Non nutriamo alcun altezzosa boria verso i giornali confratelli maggiori(Corriere, Repubblica, Stampa, 24 Ore) e siamo contenti che per loro e per Radio Radicale, nostra mascotte, i quattrini ci siano ancora. Ma promettiamo ai nostri lettori di non tediarli con insulse battaglie ideologiche.

Le voci che rischiano di essere spente sono quelle di piccole minoranze di lettori aggregate da piccoli gruppi di giornalismo politico e culturale, non sono affatto necessarie a qualificare come democratico il sistema dell’informazione; e poi il sistema dell’informazione deve essere “libero”, non democratico, parola ormai sinistra soprattutto in bocca a tanti scalzacani del politicamente e ideologicamente corretto.

Si deve essere liberi di rischiare, e di percepire contributi se ci sono i soldi, ma così, perché è bello permettersi dei lussi, come quando si finanziano la Scala di Milano o la Biblioteca Nazionale, non perché si rappresenta un altro mondo possibile, come dicono, con i quattrini di questo mondo impossibile. Essere in pochi non vuoi dire essere necessariamente più stupidi degli altri, o meno brillanti o onesti o capaci di intercettare cose rilevanti, serie, sensibili, che riguardano addirittura l’intera umanità.

Ma l’essere pochi, il non avere un destino commerciale solido, il non essere fino in fondo impresa editoriale, non significa nemmeno agire da impuniti, prendersi l’autorizzazione a protestare la propria purezza, trasformare la richiesta secondo legge di contributi pubblici in una sorta di cinica e disonesta azione di ricatto ideologico.

Se poi vogliamo invocare una qualche funzione di servizio pubblico, che nel caso delle cronache parlamentari in convenzione di Radio Radicale ha forse un senso, meno per i giornali che inseguono umori e culture libere o addirittura ortodossie comuniste, vabbè, siamo d’accordo, stiamo al gioco: è vero che lo stato è editore e imprenditore nel campo della comunicazione e dell’informazione, e che se trova i soldi per Amadeus e per quella bojata di Domenica In dovrebbe anche trovare le due lire necessarie a pubblicare stampa di minoranza ma seriosetta, come la nostra.

Però questo va detto senza alcun sopracciò, cercando di non farsi dare alla testa dal solito insuccesso delle minoranze che siamo. Perdere la faccia, oltre ai contributi, questo no, cari compagni.

Antonio Di Pietro, professione immobiliarista

Monday, 4 August 2008
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di Gian Marco Chiocci per “Il Giornale”

Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali.

Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Totò, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.

Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento (vedi articolo sotto) a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip.

Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.

Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l’interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani.

L’anno appresso Di Pietro compra un’abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale. Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: “Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) – analizza la Voce – grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all’incirca di 300mila euro”

Non passano due mesi e alla fine di marzo, l’ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura. Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano – come da rogito stipulato in aprile – Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove – stando al bilancio 2005 dell’Idv – trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all’Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.

Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L’anno successivo, come detto, Tonino compra all’asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l’anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.

Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l’ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano – acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re – e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all’incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino. Ma i conti non tornano.

Quei 178 metri quadrati a prezzo stracciato.

L’appartamento di Via Locatelli 29 a Bergamo è stato comprato da Di Pietro in modo curioso, rocambolesco, restando nell’ombra. Il 16 marzo 2006 viene formalizzato l’acquisto dell’immobile avviato nel 2004 a seguito delle cartolarizzazioni dell’Inaii (l’ente citato in Svendopoli per le case di Mastella e per lo stabile acquistato a un prezzo scontato dalla società, del giornale Il Campanile dell’Udeur): per 9 vani, pari a 178 metri quadrati, l’ex pm paga «appena» 261.661.000 euro, la metà rispetto alle stime di mercato di
quegli anni.

Dal rogito si evince, però, che il suo nome non compare mai, se non a cose fatte. Per suo conto si da infatti parecchio da fare Claudio Belotti, amministratore dell’immobiliare An.to. eri., compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito nonché socia dell’Associazione Italia dei Valori. È lui, per conto di Di Pietro (e non dell’Antocri) che segue l’asta con le offerte segrete dal notaio Giuseppina Santangelo, in nome e per conto di «persona da nominare».

È lui che intenta una battaglia legale perché a vincere è l’offerta da 245mila euro della Bergamo House Srl. Ed è sempre lui che dopo aver perso al Tar, vince al Consiglio di Stato. Presa la casa per interposta persona, Di Pietro esce dall’anonimato e salda il dovuto con cinque assegni circolari che vanno ad aggiungersi ai 20mila e 408 curo già versati quale cauzione a garanzia dell’offerta d’asta.

Nonostante ciò, non è ancora chiaro chi abiti in quella casa poiché le utenze non solo sono intestate all’onorevole Silvana Mura ma corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale dell’ldv di via Taramelli 28.

Angelino Jolie Alfano: "Travaglio un tipo da insulto permanente"

Sunday, 3 August 2008
Pubblicato nella categoria TRAVAGLIO'S

“Ci sono tipi alla Marco Travaglio che io considero quelli dell’insulto permanente, che non commento nemmeno”. Così il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, intervistato da Vittorio Zincone per il Magazine del “Corriere della Sera”.

L’hanno soprannominata Angelino Jolie. “Non sono facilmente impressionabile”.

Il giornalista Marco Travaglio chiama il suo Lodo “metastasi”. Il senatore girotondin-dipietrista Pancho Pardi lo definisce “un duro colpo all’uguaglianza”. “Devo commentare quelli dell’insulto permanente?

A cena col nemico?  “Con Enrico Letta. Tra l’altro mi capita di andarci. Con Travaglio o con Santoro? “Preferisco un panino secco a casa da solo”

E sul lodo salva-premier, Alfano attacca: “Guardi, il cosidettto Lodo è una legge giusta e mette al riparo la futura riforma della giustizia dai soliti dibattiti sulle norme prodotte per favorire Berlusconi” (…) “L’ex presidente della Consulta, Capotosti, dice che il Lodo non è incostituzioanle. E con lui alcune decine di altri costituzionalisti”.

I maligni dicono: “Alfano obbedisce al Sultano”. “Non mi scompongo”.

(Nella foto a sinistra: Michele Santoro e Marco Travaglio, a destra Angelino Alfano)

CULTUR@. Venezia, città proibita

Sunday, 3 August 2008
Pubblicato nella categoria CULTUR@

 

di Nicoletta Salata

La citazione, (titolo del film di Zang Ymou che nel 2007 completava così la sua trilogia “wuxia”, ora impegnato nella direzione delle non più segretissime – le immagini girano infatti su internet – prove per la cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Pechino), sembra ben descrivere la volontà di controllo su Venezia.

L’ultima notizia di questi giorni, che ci informa della multa di €130 imposta ad un gondoliere per non aver calzato scarpe nere ma bianche da ginnastica nell’esercizio della professione, è forse un’altra di una lunga serie di iniziative mirate a salvaguardare l’ordine della città?

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CULTUR@. Jokerosa Batmania

Sunday, 3 August 2008
Pubblicato nella categoria CULTUR@

di Nicoletta Salata

Ci sono film in cui non c’è una sola storia. Il regista Christopher Nolan già in Prestige aveva raccontato (con metodo eccellente) l’intricata vicenda di due illusionisti che si contendono a colpi…di bacchetta il primato del gioco di prestigio più straordinario e sorprendente.

Una ossessiva rivalità che si trasporta dietro, nello svolgimento del film, anche tutti i particolari dei due personaggi relativamente alla loro vita e al loro pensiero, senza mai cedere definitivamente il primato a nessuno dei due. L’attore Christian Bale (uno di questi due “maghi”), è ora l’interprete, come già lo era stato in Batman Begins (sempre di Nolan), de Il Cavaliere Oscuro, l’ultimo film dedicato a Batman.

E qui Nolan sembra voler incrementare la già manifestata vocazione verso il protagonismo di più di un personaggio, aggiungendo un terzo binario a quello doppio già sperimentato. Che lo spettatore, ignaro e impreparato, si ritrova a dover percorrere in una narrazione serrata e multiforme.

Quando vado al cinema scelgo giorni ed orari in cui presumo che la sala non sia affollata (anzi la spero deserta), poiché non mi piace sentire commenti, sgranocchiare popcorn, né udire colpi di tosse o umani respiri. In sala dovrebbe esserci solo il film, le sue immagini, le parole, la musica, e l’emozione che suscita.

Oggi eravamo in sette, e trattandosi di multisala, lo spazio e il silenzio erano davvero al loro apice per il mio gradimento.

Ecco che sullo sfondo di una Chicago/Gotham City fosca e prettamente notturna, tra grattacieli bluastri di specchi metallici, acrobatiche piroette, inseguimenti su strada e volteggi nel cielo, musica soavemente assordante ma necessaria, si fanno luce nella tenebrosa scena un po’ tetra quasi dark i tre personaggi di Batman/Bruce Wayne, Joker e Dent (il nuovo procuratore distrettuale, l’unico a non avere maschera che poi però finirà per diventare “due facce”). I quali, ciascuno a proprio modo e per personali ragioni, così diverse e in alcuni casi decisamente opposte, si spartiscono il ruolo di leadership durante tutti i 152 minuti del film. In cui Batman pertanto condivide onori e gloria con i suoi nemici/amici.

Ma per qualche particolare, per qualche sfumatura sapiente, il Joker, sebbene sia il cattivo, il pazzo, l’esaltato seguace del Male ossessionato dal confronto con il Bene, distruttivo e vendicativo, consapevole e malvagio, risulta fin dall’inizio personaggio di spicco.

Certamente Joker, per il fatto di essere interpretato da Heath Ledger che è prematuramente scomparso nel mese di gennaio, può essersi ulteriormente impregnato di spessore e significato derivanti da questa sua triste sorte. Lo si guarderebbe cioè recitare rammentando che il giovane australiano (già osannato in Brokeback Mountain) non potrà più tornare sulla scena, e questo potrebbe conferire una maggiore drammaticità alla nostra (di lui) percezione.

Ma il fatto è che la sua parte diviene effettivamente via via sempre più intensa, pregnante ed insostituibile, perfino nei dialoghi, le frasi più emblematiche ed incisive sono proprio le sue.

“Tu non riesci proprio a lasciarmi eh? Ecco cosa succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile, tu non mi uccidi per un mal riposto senso di superiorità e io non ti uccido perchè sei troppo divertente… credo che io e te siamo destinati a scontrarci in eterno”

“Ucciderti!? No io non voglio ucciderti! Che farei senza di te? Tu completi me”

Chissà se dopo questa versione in cui i due antagonisti si sono trovati così vicini e così alla pari, anzi talvolta quasi di fronte alla supremazia (quella cinematografica-recitativa di sicuro) dell’eroe negativo sul positivo, si potranno pensare delle future versioni dell’uomo pipistrello non contaminate da questa nuova “jokerosa batmania”, che vede il bene alla fine sempre trionfare ma sembra conferire assolutamente a Joker, le cui cicatrici profonde sono anche nell’anima, la più lucida e realistica visione della natura umana.

Fine dei contributi per i giornali di partito. In 229 rischiano il crack

Sunday, 3 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

di Luca Sebastiani per “L’Unità”

Semplificazione. E’ con questa tranquillizzante dicitura che il governo ha sentenziato la condanna a morte di una parte del mondo editoriale italiano.

E come spesso accade per i provvedimenti concepiti con disinvoltura dal ministro dell’Economia Robin Tremonti Hood, è ovviamente della parte più debole dell’editoria italiana che si parla. Quella cooperativa, politica. Quella cioè che non riuscendo a vivere della raccolta pubblicitaria, vive grazie ai contributi diretti dello Stato in virtù del principio che l’esistenza di una stampa libera, indipendente e pluralistica sia uno dei pilastri della democrazia.

Per essere concreti. Se alla fine la finanziaria estiva del governo verrà approvata con la stessa fretta con cui e stata partorita, giornali come il Manifesto, Liberazione, Europa, L’Unità o II Salvagente, II Foglio, Libero, II Secolo, La Padania avranno di fronte a sé giorni bui. In termini di bilancio e posti di lavoro. Il tutto è contenuto nell’articolo 44 del decreto legge 122, intitolato «Semplificazione e riordino delle procedure di erogazione ai contributi all’editoria». A leggerlo, di riordini, pur reclamati da più parti, non se ne vede l’ombra. Come di semplificazioni del resto. A meno che per semplificazione non si voglia intendere il colpo di scure ceco e indif-
ferenziato dei contributi diretti, quelli appunto di cui vive l’editoria cooperativa, non profit e di partito, 229 testate in tutto.

Quella fetta d’informazione, cioè, la cui raccolta pubblicitaria arriva al 20 per cento dei ricavi quando va molto bene. Il fabbisogno per il 2008 dell’editoria nel suo complesso è stata stimata intomo ai 589 milioni di euro, 190 per i contributi diretti e 399 per gli indiretti, agevolazioni fiscali, elettriche e satellitari.

Quei contributi di cui godono principalmente le grandi testate come il Corriere della Sera, La Repubblica o II Sole 24 ore. Quei quotidiani, cioè, che spesso hanno nei loro bilanci sostanziose raccolte pubblicitarie. Qualche volta superiori agli incassi delle vendite. La finanziaria del precedente governo aveva già previsto per il comparto uno stanziamento di 414 milioni, dunque già al di sotto del fabbisogno. Ma ora Tremonti ha fatto di meglio e ha sforbiciato da quella cifra 87 milioni nel 2009 e 100 nel 2010 solo sui contributi diretti «lasciando intonsi i 305 indiretti», come dice un preoccupato comunicato di Mediacoop.

Insomma, un attacco tale al diritto soggettivo ai contributi diretti, che anche la maggioranza ha mugugnato parecchio. All’inizio di luglio in Commissione Cultura alla Camera votò un emendamento con l’opposizione in cui si chiedeva di «escludere qualsiasi riduzione delle risorse destinate ai contributi diretti». Ma per ora non c’è stato niente da fare e ieri Alessio Butti, senatore del Pdl, ha confessato di non poter nascondere la sua «profonda delusione per i tagli apportati indiscriminatamente all’editoria». Così, ha detto, si «mettono seriamente nei guai decine di giornali venduti in edicola, che hanno migliala di abbonati e occupano centinaia di giornalisti».

Da Valentini a Masciarelli. L'Abruzzo perde un altro alfiere del vino

Sunday, 3 August 2008
Pubblicato nella categoria BEVI&MANGIA

di Luciano Pignataro per “Il Mattino”

Prima Edoardo, adesso Gianni. In poco più di due anni l’Abruzzo ha perso le due anime del suo vino, il vecchio Valentini e il giovane Masciarelli, che hanno rivoltato la viticoltura regionale come un calzino riuscendo a far entrare il Montepulciano e il Trebbiano fra i protagonisti della rivoluzione vitivinicola nazionale.

Ieri, dopo una breve battaglia, è scomparso Gianni Masciarelli a soli 52 anni, lasciando Marina e tre figli, l’ultimo di pochi mesi. Aveva cominciato con una piccola vigna sotto casa, Villa Gemma, costruendo in soli vent’anni una delle realtà più significative del Paese, rafforzato dal matrimonio con Marina Cvetic conosciuta durante un suo viaggio in Croazia, a cui aveva dedicato alcune delle etichette che hanno fatto storia.

Quasi 400 ettari, un resort rurale per gli appassionati, circa tre milioni di bottiglie: questi i dati essenziali dell’azienda seguita dall’enologo Romeo Taraborelli. Ma le dimensioni matematiche non possono spiegare l’anima di questo viticoltore: noi l’abbiamo rivissuta per puro caso nel corso della prima sera delle selezioni a Vini Buoni d’Italia quando il patròn di Terre di Conca, Berardino Lombardo, ha tirato fuori dal suo misterioso caveau una magnum di Montepulciano Villa Gemma 1992. Era la sua undicesima vendemmia per la precisione, perché la svolta è il frutto, come per molti viticoltori di qualità, di un viaggio in Francia dove si forma una mentalità di alto profilo, spesso costretta a fare i conti con l’arretratezza di chi non vuol cambiare, di chi è contento appena di sopravvivere senza la fame atavica dei secoli passati. E giù polemiche tra spalliera e tendoni, vitigni autoctoni e internazionali, eccetera eccetera. Un’altra impasse, fra le tante, su cui è ferma noiosamente l’Italia da molti anni.
Quella bottiglia rivela le potenzialità di un’uva negletta, condannata all’esportazione in cisterne verso il Nord, a cui non si poteva credere se non essere stati dove la viticoltura è scienza produttiva oltre che commerciale da almeno due secoli tondi tondi. E così il 1992 chiude la serata in modo strepitoso, fresco, tonico, ben strutturato, incurante del tempo trascorso in attesa di essere aperto, la dimostrazione di come tutto sia sempre possibile anche quando nessuno ci crede. Edoardo con il suo mitico Trebbiano, lui con il Montepulciano. E’ andata avanti così, per un quarto di secolo, questa favola ricca di soddisfazioni ma anche di arrabbiature, ma la loro scomparsa fisica non è l’epilogo, è solo un capitolo concluso di una storia che, per nostra fortuna, è destinata a continuare.
Ciao Gianni.

Clicca e leggi lo speciale sulla scomparsa di Gianni Masciarelli