Arresti in Abruzzo. L'incontro con De Benedetti e le decisioni di Angelini (la gola profonda)

Thursday, 17 July 2008
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Scrive Roberto Galullo sul Sole 24Ore di oggi: “Il 15 marzo Angelini accoglie l’invito della Procura, che lo braccava da tempo, a parlare”. Come documentavamo sul post di ieri, il 13 marzo (due giorni prima) il Governatore Ottaviano Del Turco si era incontrato con Carlo De Benedetti per cercare di vendergli le cliniche del gruppo Angelini.  Non  non si capisce a che titolo intervenga Del Turco, ma dopo quell’incontro si è scatenato il putiferio in Abruzzo.

Secondo Il Sole24Ore “L’impero di Vincenzo Angelini, controlla 20 società in Abruzzo che a fine 2006 hanno fatturato 201,8 milioni con utile di 3,2 milioni. Il 78% dei ricavi arriva proprio dai servizi ospedalieri, case di cura, fisioterapia, case di riposo e studi medici. Il 17% del giro d’affari si deve però a Humangest, l’agenzia di lavoro interinale al centro delle attenzioni della Procura per la sponsorizzazione di 21 milioni in due anni al motociclista Andrea Dovizioso”. Eppure, stando ai sindacati, i dipendenti delle cliniche sono senza stipendio da aprile.

«Angelini – dice il suo avvocato Sabatino Ciprietti sempre a Galullo – decide di parlare quando subisce un tentativo di estorsione a seguito della richiesta di acquisto della clinica Sanatrix dell’Aquila da parte di un imprenditore aquilano del ramo. Angelini ha le registrazioni in cui parla con gli emissari di questo imprenditore. Se Angelini non avesse avuto la bontà di vendere Sanatrix gli sarebbe stata resa la vita impossibile». A  quel punto Angelini riunisce la famiglia e decide non solo di non vendere ma di denunciare tutto.

“Sanatrix – continua Ciprietti – era solo il primo passo perché abbiamo notizia di incontri politici per giungere poi a mettere sotto scacco innanzitutto Villa Pini”.

Questi “incontri politici” di cui parla l’avvocato di Angelini si riferiscono alla «riunione organizzata a Roma il 13 marzo 2008 nell’abitazione di De Benedetti, presente anche Del Turco (riunione riscontrata da apposita attività di polizia), avente ad oggetto proprio la cessione di Villa Pini»?

NO TRAVAGLIO DAY: se ne parla su www.marcotravaglio.it

Wednesday, 16 July 2008
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Comincia a far discutere l’idea di organizzare su questo blog un “No Travaglio day”. Sul sito non ufficiale www.marcotravaglio.it è stato allestito un apposito Forum che, in un giorno, ha già avuto 1.200 contatti (http://www.marcotravaglio.it/forum/viewtopic.php?t=14181).

A beneficio degli interessati e di quanti continuano a collegarsi al blog e a iscriversi alla newsletter, faccio alcune riflessioni. Poi ognuno la pensi come vuole.

1) Fino a un paio di mesi fa avevo stima professionale di Marco Travaglio. Ma il suo comportamento nei miei confronti (un misto di arroganza, presunzione, con un pizzico di cattiveria)  dopo l’articolo di Facci sul “Giornale” e le conseguenze chiamiamole “indirette” (relative alla mia collaborazione con L’espresso, sospesa sine die), mi hanno fatto cambiare radicalmente idea sul collega torinese, che avevo solo criticato due-volte-due: sulla difesa al processo Confalonieri e sulle dimenticanze da Santoro. Due fatti inoppugnabili, ma nessuno lo ammette e continuano ad attaccarmi senza motivo;

2) Dicono che sono “ossessionato” da Travaglio. Ciò è completamente falso, visti gli argomenti che si susseguono quotidianamente sul blog. Allo stesso tempo continuerò a criticare Travaglio, finché mi va. Ringrazio anzi Marco Caruso per i contenuti offerti sul suo blog (e qui riportati) e quanti mi stanno inviando loghi per il NO TRAV DAY;

3) Ribadisco per l’ennesima volta: non ho mai conosciuto Filippo Facci. Non so dove viva, non ho i suoi recapiti, l’ho visto un paio di volte su youtube. Non l’avevo mai letto prima che scoppiasse il casino (quella mattina fu Travaglio a dirmi dell’articolo sul “Giornale”). Ora ho l’indirizzo email di Facci e, quando posso, leggo i suoi articoli, ma non ho mai lesinato critiche nei suoi confronti, compresa l’ultima sull’articolo di Di Pietro. Eppure Facci, a differenza di Travaglio, ha spesso risposto per le rime, in altri casi ha glissato, ma non è mai sceso agli insulti;

4) Leggo dal Forum www.marcotravaglio.it.it (No Travaglio Day e I Censurati dai censori) particolari “apprezzamenti” verso di me. Ma il mio modo di lavorare (eccezion fatta per il caso Travaglio) è sotto gli occhi di tutti. Basta soffermarsi meglio su questo blog e ripercorrere gli ultimi articoli, oppure fate una ricerca d’archivio sulla rassegna stampa della Camera (www.camera.it);

5) Tutto ciò premesso, confermo la mia intenzione di organizzare un “NO TRAVAGLIO DAY” su questo blog, ma lo farò se e quando ce ne saranno le condizioni in termini di “visibilità” a livello nazionale. Allo stesso tempo non escludo in futuro, magari su quella stessa scia, un “NO DI PIETRO DAY” oppure un “NO GRILLO DAY”. Travaglio per me è un pretesto.

6) Per concludere vorrei che non si dimenticasse questo fatto: IO SONO STATO BUTTATO FUORI DALL’ESPRESSO A SEGUITO DI UNA POLEMICA A DISTANZA CON TRAVAGLIO ALLA QUALE L’ESPRESSO ERA COMPLETAMENTE ESTRANEO. HO CHIESTO UN INCONTRO AL DIRETTORE E NON MI E’ STATO CONCESSO. E TRAVAGLIO, PALADINO DELLA LIBERTA’ DI STAMPA, NON HA SPESO NEANCHE MEZZA PAROLA SUL MIO CASO.

Gabriele Mastellarini

Arresti in Abruzzo. E dalle carte spuntò l'ingegner De Benedetti

Wednesday, 16 July 2008
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di Gabriele Mastellarini

Dalle indagini sulle tangenti nella sanità abruzzese, che hanno portato all’arresto del Governatore Ottaviano Del Turco, spunta il nome dell’ingegner Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica e proprietario – tra gli altri – del gruppo Cir.

Sarebbe stato proprio il Presidente Del Turco a organizzare una riunione a casa di De Benedetti con Vincenzo Angelini, il grande accusatore dell’inchiesta abruzzese. L’incontro era finalizzato all’acquisizione da parte dell’ingegnere della clinica “Villa Pini” di Angelini e di altre società del gruppo. Un gruppo che, come vederemo in seguito, non naviga in buone acque ed è addirittura in difficoltà con il pagamento degli stipendi ai dipendenti.

Vediamo le carte processuali: «Questa giunta – dice Angelini ai magistrati parlando del governo Del Turco – è quella che mi ha ucciso più di tutti nei trenta anni in cui ho gestito la mia clinica. Questa è la giunta che ha danneggiato di più le
case di cura, a tutti i livelli. Cesarone non mi ha mai favorito. E’ intimissimo di Quarta, è quello che mi dice queste cose che vi sto dicendo (riferendosi ai tentativi di vendita della clinica Villa Pini alla cordata di De Benedetti, trattativa portata avanti proprio da Del Turco e Quarta e che fece scattare la molla della “vendetta” all’imprenditore chietino): è lui che me le dice. E’ una balla che Cesarone faccia l’amico, lui è un finto amico, è servito soltanto a tenermi legate le mani». (tratto dal Messaggero/Abruzzo)

“Il Corriere della Sera”, tra le righe di un articolo, parla dell’intervento di Del Turco presso un notissimo imprenditore a proposito della cessione dell’azienda di Angelini. Il notissimo imprenditore è proprio Carlo De Benedetti. Si legge nell’ordinanza del Gip: «Significativa in tal senso era la riunione organizzata a Roma il 13 marzo 2008 nell’abitazione di De Benedetti, presente anche Del Turco (riunione riscontrata da apposita attività di polizia), avente ad oggetto proprio la cessione di Villa Pini».

Il gruppo Angelini, ha scritto Carlo Bonini proprio su “Repubblica”, dovrebbe essere rilevato da Nicola Petruzzi, altro imprenditore abruzzese della sanità, ma l’uomo non ha i soldi ed è allora – documenta la Procura – che Del Turco e Quarta incontrano a Roma l’ingegner Carlo De Benedetti per convincerlo all’acquisizione. Non se ne farà nulla, ma per i magistrati, quell’interessamento in prima persona del governatore per le vicende del gruppo Angelini sarebbe “l’ennesima evidenza” di un rapporto inquinato.

Davvero singolare che Del Turco sia stato “tradito” proprio da Angelini, per il quale aveva addirittura “scomodato” De Benedetti. Forse l’origine di tutta questa storia va anche ricercata nelle attuali condizioni economiche delle cliniche facenti capo alla “gola profonda”, Vincenzo Angelini.

Così documenta Paolo Vercesi, sul Messaggero Abruzzo: “Angelini è alla guida di un colosso che comprende la casa di cura Sanatrix all’Aquila, Villa Pini a Chieti e una ventina di centri San.Stef.A.R tra Abruzzo e Molise (uno dei quali a Pescara proprio sotto la sede della Cgil). «E alle sue dipendenze ci sono 1800 persone senza stipendio da aprile». Da allora hanno avuto solo acconti, 500 euro una volta e pochi altri spiccioli. Storie e situazioni non solo di oggi eppure nelle aziende targate Angelini il sindacato ha sempre auto vita dura e porte chiuse. «Oggi il nostro sdegno per lo scandalo è ancora maggiore perché mentre in questi mesi noi facevamo la questua cercando di far sì che le Asl versassero alle cliniche le quote per le prestazioni effettuate nel 2007 in modo che fossero pagati gli stipendi ai lavoratori, quelli là (politici e dirigenti regionali) s’incassavano una montagna di soldi». E il futuro fa paura: «Ci allarmano le conseguenze che questo scandalo avrà sulle sorti del gruppo Angelini già in forte crisi: vanno subito prese iniziative a tutela dei lavoratori».

Vien da chiedersi: chissà se questo scandalo sarebbe scoppiato se l’ingegner De Benedetti avesse acquistato “Villa Pini” da Vincenzo Angelini come caldeggiato dal Del Turco?

Ahi, Ahi, Ahi. Filippo Facci (ri)prende spunto dal blog, ma stavolta non lo cita

Wednesday, 16 July 2008
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Lettera aperta di Gabriele Mastellarini a Filippo Facci

Carissimo Facci,

riporto qui sotto il tuo articolo uscito oggi sul “Giornale” in prima pagina, dal titolo “Di Pietro, il predicatore che razzola sempre male”. Con occhiello: “L’ex Pm dice che l’Italia dei Valori è sempre stata fuori dal governo delle regioni”, ma un suo uomo, Di Stanislao, era assessore nella giunta dell’Abruzzo”.

Secondo me (ma è una modestissima opinione) hai preso spunto da questo blog e dal post del 14 luglio su “Tonino il bugiardino”, che riporto sotto di seguito al tuo pezzo odierno. Cosa lecita, per carità, ma come avevi già fatto per il caso-Travaglio, avresti potuto almeno citare la fonte di questa “illuminazione”. Spero riuscirai a rifarti nel prossimo futuro e…continua a seguirci.

Molto cordialmente

Gabriele Mastellarini

di Filippo Facci per “Il Giornale” del 16 luglio

Il crapone di Antonio Di Pietro, lunedì pomeriggio, galleggiava tra i microfoni con quell’espressione inceppata in una severità inutile, tipica sua, che al solito è preludio di una solenne buffonata. Ovviamente è arrivata. A parte il classico «è tornata Tangentopoli» (pronunciato da una quindicina d’anni per ogni inchiesta dalle Alpi a Capo Passero) e a parte spiegare che una volta era meglio perché i politici si vergognavano (anche se la giunta abruzzese arrestata nel ’93 fu assolta con formula piena) la buffonata gli è scivolata in automatico preceduta dalla solita robotizzata «Noi dell’Italia dei valori» che Di Pietro pronuncia anche se gli chiedono che ore sono. Eccola qua: «Noi dell’Italia dei valori siamo sempre stati fuori dalla politica di governo nelle regioni, e abbiamo sempre evitato di partecipare alla spartizione della torta. Ecco perché occorre un ricambio generazionale ed io invito a guardare alle persone e non ai partiti».
Capito? Peccato che: 1) «Fuori dalla politica di governo delle regioni» un accidente: l’Italia dei valori ha pochi rappresentanti regionali perché alle omonime elezioni del 2005 prese un niente di voti, ma ha fatto in tempo a beccarsi almeno un paio di assessorati e uno di questi, tu guarda, era proprio nella giunta abruzzese appena decapitata. Di Pietro, in Abruzzo, era al governo. Così come fu al governo della Calabria dopo le regionali del 2005, quando l’assessore dipietrista Beniamino Donnici prese la delega al turismo prima tuttavia di mollare Di Pietro (uno dei tanti) e fondare un movimento di transito verso il Partito democratico.
2) Non solo l’Italia dei valori era al governo in Abruzzo, cioè in giunta: ma lo era solamente dal 6 giugno scorso, perché l’innesto dell’Italia dei valori, concertato con Ottaviano Del Turco, era venuto in soccorso a una crisi altrimenti inevitabile.
3) Ora Di Pietro ha frettolosamente ritirato il suo assessore dalla giunta abruzzese, che del resto è ormai defunta, ma è anche vero che si viaggia ormai verso la fine della legislatura regionale: sai che fatica, quindi, chiedere quelle elezioni anticipate che in ogni caso Di Pietro non volle chiedere pochi mesi fa, quando salvò la giunta proprio «partecipando alla spartizione della torta».
4) L’assessore in questione, quello abruzzese dell’Italia dei valori, si chiama Augusto Di Stanislao e potrebbe anche essere la persona migliore del mondo, magari perfetta per Di Pietro, anche perché fa lo psicoterapeuta: ma quanto al «ricambio generazionale» evocato da Di Pietro, beh, Di Stanislao negli ultimi vent’anni si è fatto i Ds, Sinistra democratica, l’Udeur di Mastella (sinché è esistito) dopodiché ha vanamente cercato di entrare in Forza Italia e solo alla fine ha bussato a Di Pietro: il quale l’ha accolto subito e, stando a quanto riporta la stampa locale dell’epoca, l’ha fatto assessore in accordo con Del Turco. Nota: Di Stanislao, nei Ds, è stato componente della Commissione nazionale della sanità, tema sul quale è inciampato Del Turco almeno secondo la magistratura.
5) Presto o tardi Antonio Di Pietro potrà cominciare a spiegarci, con parole sue, per quale ragione seguita a straparlare di «ricambio generazionale» (anche a proposito dell’Abruzzo) e tuttavia ad affittare il suo movimento a ogni partitocrate di passaggio. Solo ultimamente, a parte i casi citati di Beniamino Donnici e Augusto Di Stanislao, hanno usato l’Italia dei valori come porta girevole il noto Sergio De Gregorio, Federica Rossi Gasparrini, Salvatore Raiti, Giuseppe Ossorio, persino Franca Rame più tanti altri che nominiamo sempre, cui ultimamente s’è aggiunto Jean Leonard Touadi. Potrebbe spiegarci, in alternativa, perché abbia aperto il suo partito monoposto in particolare a svariati ex Udeur (il partito più partitocrate che c’è) del genere di Tancredi Cimmino, Pino Pisicchio, Egidio Enrico Pedrini, Cristina Matranga e insomma tutti quelli che semplicemente ci stavano e ci stanno.6) In sintesi: «Siamo sempre stati fuori dalla politica di governo nelle regioni»: falso. «Abbiamo sempre evitato di partecipare alla spartizione della torta»: falso. «Occorre un ricambio generazionale»: vero, dunque guardati in casa.

“Abruzzo, arresti e poltrone. Ma Tonino Di Pietro fa il bugiardino”, di Gabriele Mastellarini pubblicato su www.dituttounblog.com il 14 luglio 2008 alle ore 22.34

Sulla vicenda degli arresti nella Regione Abruzzo (in carcere il presidente Ottaviano Del Turco, assessori e dirigenti) e’ intervenuto Tonino Di Pietro, dichiarando: «Noi siamo sempre stati fuori dalla politica di governo nelle regioni e abbiamo sempre evitato di partecipare alla spartizione della torta». Che bugia! Tonino, perche’ fai il bugiardino? Per chi non lo sapesse, appena un paio di mesi fa proprio i dipietristi avevano scatenato la crisi della Giunta regionale abruzzese, obbligando di fatto il Governatore ad inserire un assessore (Augusto Di Stanislao, ex Ds, ex Udeur e ora Idv, alla faccia della coerenza dipietrista), in quota Italia dei Valori. Altrimenti – fece sapere Di Pietro – la Giunta abruzzese sarebbe caduta. O si spartisce la torta o tutti a casa, insomma.

Per smentire l’ex Pm di Mani Pulite, leader della vulgata giustizialista e populista, basta leggere alcuni recentissimi comunicati stampa e articoli tratti dal quotidiano abruzzese “Il Centro”, dai quali emerge chiaramente il diretto interessamento di Tonino Di Pietro per “spartire” le poltrone e piazzare un assessore in Giunta. E ora fa il puritano!

1) Sarà probabilmente Augusto Di Stanislao l’assessore dell’Italia dei Valori che entrerà nella giunta regionale.  Formalmente il coordinatore del partito, il neo senatore Alfonso Mascitelli, offrirà al presidente Ottaviano Del Turco una terna di nomi, ma voci attendibili che circolano in consiglio regionale vogliono che esista già una indicazione precisa dello stesso Antonio Di Pietro in favore di Di Stanislao approdato nell’Idv dopo essere stato eletto tra i Ds ed essere transitato nell’Udeur di cui ricopre formalmente ancora il ruolo di capogruppo.

2) Di Pietro si sarebbe sentito direttamente con Del Turco, ma sulla scelta di Di Stanislao avrebbe il via libera anche dei due partamentari abruzzesi, il già citato Mascitelli e Carlo Costantini

3) “Una volta deciso l’ingresso del partito nella maggioranza sono stato lieto di accettare questo incarico” ha detto di Augusto Stanislao. “Il mio obiettivo è portare l’Abruzzo al passo con le regioni italiane più avavzate”. In merito a presunte lotte interne al partito per l’assegnazione della carica, il neoassessore ha tagliato corto: “So di avere l’appoggio di Di Pietro, dell’onorevole Costantini e del coordinatore Mascitelli”.

4) (da “Il Centro”) L’Italia dei Valori è la pratica più urgente, ma al momento è tutta interna al partito di Di Pietro. Del Turco ha solo da aspettare. Prima del voto i dirigenti abruzzesi dell’Idv Alfonso Mascitelli, Carlo Costantini, Bruno Evangelista avevano sottoscritto un accordo che prevedeva in caso di elezione dei primi due al Parlamento, l’ingresso dell’Idv nella maggioranza di Del Turco e sopratutto la promozione in giunta di Evangelista. La prima ipotesi si è verificata: Costantini è stato riconfermato alla Camera e Mascitelli ha guadagnato lo scranno senatoriale, grazie a quel 7,1% incassato dai dipietristi (secondo miglior risultato in Italia dopo il Molise). La seconda ipotesi, l’assessorato a Evangelista è ora messa in discussione dal nuovo assetto dell’Italia dei Valori in Regione, con l’arrivo proprio a ridosso delle elezioni del consigliere regionale Augusto Di Stanislao, reduce da una rapida ma tormentata migrazione dai Ds a Sinistra democratica (solo sfiorata) infine all’Udeur, abbandonata dopo le disavventure della famiglia Mastella. Di Stanislao si è candidato alla Camera con l’Idv per «spirito di servizio», dunque per portare voti, e ora vedrebbe come giusta ricompensa un posto nella giunta Del Turco.

Califano contro tutti: "La Ventura non si è più fatta viva"; "Avrei potuto denunciare Tortora, Baudo e la RAI"

Wednesday, 16 July 2008
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Franco Califano spara a zero contro Simona Ventura, Pippo Baudo, Max Tortora e la Rai. Intervistato da Pierluigi Diaco (per il libro “Senza manette”), il “Califfo” non le manda a dire: da “Music Farm” (reality show decollato proprio grazie a Califano) al Festival di Sanremo.

Franco Califano: Guarda, io mi sono inventato tutto lì per lì, perché ero il protagonista assoluto a tutti gli effetti. Come mancavo io, a “Music Farm” si fermava tutto. Quindi dovevo escogitare le cose più assurde. Ho lavorato veramente tanto per Gori e per la mia amica Simona Ventura, che poi non ho più sentito, sparita…

Mah, che dire…Certo di può restare amici anche senza farsi vivi, ma almeno una telefonata…Io la stimo e la rispetto, ma dopo tutte le scene tra cadute dal letto e risate varie, nemmeno sapere come sto…

Pierluigi Diaco: Ma non erano cose spontanee quelle?

Franco Califano: NO!

Il “Califfo” ne ha per tutti, compreso il suo imitatore principe, Max Tortora.

Franco Califano: Per l’imitazione di Max Tortora a Sanremo avrei potuto sporgere querela, era fastidiosa e irritante, ma era la RAI e puoi immaginare che fine avrei fatto contro un colosso del genere…

Pierluigi Diaco: Cosa ti ha offeso?

Franco Califano: L’attore faceva l’imitazione mia e di Alberto Sordi, ma qundo Alberto è morto, ha lasciato solo la mia e ha esagerato.

Ho alzato il telefono e mi sono sfogato, ma alla fine gli ho detto: senti, lascia perdere, non mi imitare più e rispetta i morti, così magari impari a rispettare anche i vivi…Però, sai, i testi li ha scritto un altro della RAI, e poi il vero responsabile era il direttore artistico del Festival, cioè Pippo Baudo…

Pierluigi Diaco: E Baudo lo hai sentito?

Franco Califano: No, non l’ho sentito, ma poi lui in tivù mi ha esplicitamente chiesto di non far causa dicendo che in effetti non gli era per nulla piaciuta la performance. E ha aggiunto: “Califano, sei un grande!”. Però, cavolo, il giorno prima aveva assistito alle prove dell’imitatore…

Pierluigi Diaco: Era per lo meno corresponsabile…

Franco Califano: Sì, lui e Rai Uno. Avrei potuto fare causa a lui (Pippo Baudo, ndr), alla RAI e anche a Max Tortora…

LA RAI MI HA USATO PER L’AUDIENCE, SENZA ALCUN RISPETTO DELLA MIA PERSONA.

SCOOP. Corte dei Conti. Contestata la nomina del PG Pasqualucci

Wednesday, 16 July 2008
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Bufera sull’incarico di Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, attribuito nel 2007 al magistrato Furio Pasqualucci (nella foto).

Quel posto, come testimonia la sentenza n. 6599 del Tar Lazio (prima sezione), lo volevano anche il dottor Vito Minerva (presidente della prima sezione centrale d’appello della Corte) e il dottor Mario Ristuccia (procuratore generale aggiunto).

Nella graduatoria del 19 luglio 2007 stilata dal Consiglio di presidenza in base ad anzianità e professionalità Pasqualucci aveva appena venti centesimi di punto in più rispetto a Minerva. Ecco i punteggi: 1) Pasqualucci – 17,86 punti (10,66 per anzianità e 7,20 per professionalità specifica); 2) Minerva – 17,66 punti (9,66 per anzianità e 8 per professionalità specifica); 3) Ristuccia – 16 punti (8 per anzianità e 8 per professionalità specifica); 4) Nicoletti – 12,66 punti (4,66 per anzianità e 8 per professionalità specifica).

Ma nella successiva valutazione discrezionale, il pres. Pasqualucci ha ottenuto ulteriori 14 punti (per un totale di 31,86 punti), mentre il pres. Ristuccia 2 punti (per un totale di 18 punti). Ciò sulla base delle “motivazioni emerse nel corso della discussione e nelle diverse dichiarazioni di voto favorevole, da ciascuno individualmente condivise e fatte proprie”, sintetizzabili nell’assunto che il pres. Pasqualucci “ha maggior titolo per essere scelto […] per la molteplicità di esperienze maturate un tutti i settori di attività della Corte, per capacità organizzative e di coordinamento dimostrate, per la peculiarità dell’impegno profuso nell’affermare – in ogni sede – una visione coordinata e paritaria delle funzioni dell’Istituto, nonché per la maggiore anzianità di servizio posseduta rispetto agli altri candidati”.

Una motivazione che ha fatto infuriare gli altri magistrati. Ristuccia ha lamentato “l’omessa effettuazione del confronto comparativo sui curricula”, mentre Minerva ha addirittura parlato di “una irragionevole sopravvalutazione della figura” del Procuratore.

Così è finita in causa, ma la prima sezione del Tar Lazio con una decisione depositata nei giorni scorsi (che riportiamo sotto in versione integrale) ha respinto tutti i ricorsi, lasciando Pasqualucci ben saldo sulla sua poltrona. Ma Ristuccia e Minerva potrebbero sempre andare al Consiglio di Stato…

Eh già, anche i giudici, nel loro piccolo, s’incazzano!

Clicca e scarica la sentenza del Tar (doc)

L'olfatto di Marco Travaglio: "Puzza. Non puzza"

Wednesday, 16 July 2008
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di Marco Caruso (*)

L’odore dei soldi.
In odore di mafia.
Travaglio non guarda in faccia le persone. Le annusa. E poi le giudica.
Non c’è che dire: ha scelto sicuramente il senso più incerto di tutti per farsi guidare nel suo mestiere di giornalista.
Dicono ci voglia “naso” per farlo, certo, ma intendono intuito, non altro.
Travaglio invece ha preso in parola il motto ed eccolo lì a sniffare l’aurea delle persone su cui indaga.
E alla fine sentenzia: puzza; o non puzza.

Non so se avete letto il libro più famoso di Patrick Suskind, Il Profumo, ma il “megafono delle procure” (come lo chiama Facci) mi ricorda tanto l’inquietante protagonista del romanzo, quel Jean-Baptiste Grenouille in grado col suo olfatto micidiale di distinguere anche il più piccolo componente della più sofisticata delle essenze.
Travaglio ne è la brutta copia, l’imitazione snaturata del “dono”.

Il fatto è che il regno dei profumi è particolarmente etereo. Il rischio di sbagliarsi è altissimo. E se si confondono le dosi…viene fuori una schifezza che sa di rancido.

Marco Travaglio sbaglia continuamente le dosi. E tutto ciò che scrive sa di rancido.
Non a tutti, ovvio. Ha un discreto audience. Ma sta tutto da una parte. E si nutre dell’antiberlusconismo di cui è intriso ogni lavoro del nostro. Un cane che si morde la coda insomma.
Ha individuato il pubblico (quello di sinistra che odia il Cavaliere); scrive per quello e lo fa cercando di accattivarselo col suo piglio da giustiziere del regime che ha egli stesso (insieme ad altri) paventato.
Un capolavoro. Non di giornalismo, ma di machiavellica strategia commerciale. E forse anche un po’ politica.

Il risultato è una serie indicibile di calunnie e diffamazioni che a stargli dietro sarebbe da dedicargli un giornale quotidiano tutto per lui.

L’ultimo “caso Schifani” è il prodotto di questo “metodo” investigativo: selezioni il prescelto tra le fila dell’odiato, copi-incolli stralci scollegati di verbali che manco lo riguardano, reimpacchetti il tutto, gli appiccichi dietro il prezzo…e il libro è fatto. Ora non resta che pubblicizzarlo. Mega sintesi del libro e subdola diffamazione del protagonista di quel racconto parziale. Polemiche, ovazioni, chi sta di qua, chi di là e il gioco è fatto: migliaia di copie in vendita; migliaia di euro in arrivo. E le dichiarazioni dei redditi lievitano!

In realtà però le cose stanno diversamente.
Poichè si parla di Schifani, presentato da Travaglio come uomo delle istituzioni “in odore di mafia”, chiariamo i fatti di cui si (s)parla.
L’accusa travaglina è: nel 1979 il presidente del senato era amico di certi tizi che vent’anni dopo (ma lui questo non lo dice) sono stati processati per mafia.
La ricostruzione completa dei fatti però è un’altra.
Vediamo.
Tratto da Il Giornale.

[…] Render noto che nella società di brokeraggio di cui fece parte, c’erano anche Nino Mandalà e Benny D’Agostino che anni dopo sono stati riconosciuti come mafiosi, poteva anche starci. Ma a patto che si rendesse noto pure che nella società, messa su grazie ad accordi con autorevoli broker assicurativi del Nord, Schifani era entrato nel ’79 su richiesta dell’avvocato ed onorevole dc, La Loggia, uno che con la mafia non aveva assolutamente nulla a che fare. Aveva anzi cercato di tirarsi indietro dall’invito a partecipare, accampando scuse economiche da giovane di studio qual era. Ma poi fu convinto a farvi ingresso, versando i 3 decimi di quel 3 per cento di cui risultò proprietario: 1 milione e mezzo o poco più. Non solo: appena un anno e mezzo dopo, liquidò la sua quota (dicembre ’80). E all’epoca Mandalà era rispettato e noto concessionario delle benzine Fina, mentre D’Agostino faceva parte di una famiglia ben conosciuta che costruiva porti e banchine in tutta la Sicilia. Entrambi incensurati e senza macchia alcuna.
«Potevo sapere io, che 18 anni dopo, i due sarebbero risultati collusi? Avevo forse una sfera di cristallo?» s’è lamentato ieri Schifani con chi – come la Finocchiaro o il suo predecessore Marini – ha voluto fargli pervenire un chiaro segnale di solidarietà.
Ma questo Travaglio non l’ha raccontato. E si sa che lui è uomo d’onore. Come non ha specificato, il grimaldello dipietrista (come sempre di più si sostiene a Montecitorio e a Palazzo Madama) che lasciato lo studio La Loggia, Schifani era divenuto un brillante urbanista. Tanto da essere nominato dagli avvocati palermitani (e non dai politici) come loro rappresentante nella speciale commissione urbanistica del capoluogo siciliano. Cominciarono a chiamarlo un po’ ovunque, Schifani, per collaborare alla stesura dei piani regolatori di comuni piccoli e grandi, di centrodestra e centrosinistra. Il sindaco di Lercara Friddi, Biagio Favaro, esponente della Rete di Orlando, se ne servì spesso. Ma Travaglio questo non l’ha ricordato, lui è uomo d’onore. Si è soffermato invece, l’ospite di Fazio, su presunte rivelazioni del pentito Francesco Campanella (già Udeur) secondo il quale Schifani avrebbe avuto una consulenza urbanistica dal comune di Villabate il cui consiglio sarebbe stato sciolto d’autorità più tardi. Corretto, come no! Peccato Travaglio non abbia però fatto notare come non solo esistano relazioni scritte e firmate da Schifani nel corso della sua consulenza di 12 mesi. E che non abbia ricordato come lo stesso Schifani, eletto in Senato nel ’96, lasciò l’incarico. E non è ancora tutto: nel piccolo comune si rivotò nel ’98, ma solo nel ’99 il ministero dell’Interno decise di intervenire e di sciogliere il consiglio comunale in odore di mafia. […]

Insomma, ora dovrebbe essere tutto almeno un po’ più chiaro o, quantomeno, più esauriente che pria.

Ma capiamo bene quanto Travaglio possa sentirsi angosciato: lui, che s’ispira a Lirio Abbate e che aspira ad un posto nell’olimpo dei martiri con tanto di scorta, deve sopportare l’idea che un certo Schifani, l’altro ieri in odore di mafia, oggi presidente del Senato, solo ieri fosse stato minacciato sul serio dalla mafia stessa per essersi così tanto e così ben profuso nella battaglia per la stabilizzazione del carcere duro per i boss, ex 41bis…e lui la scorta la ottenne davvero.

Ahilui (Travaglio)…l’invidia gioca brutti scherzi!

(*) http://ilpensatore.wordpress.com/

Lettera a Benedetta Tobagi: "I giovani hanno ancora bisogno di Walter Tobagi"

Wednesday, 16 July 2008
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Ciao Benedetta,
sono Marco Brancia, e scrivo da Roma ho 29 anni.
Io malgrado non abbia seguito da vicino la vicenda di tuo padre, ti ho sempre seguito
alla Storia siamo noi, ma anche a Ballarò.

Ho anche letto il libro, di tuo padre ci sono alcune cose, che non capisco.
Poi mi sono chiesto, se fosse vivo oggi da che parte starebbe politicamente, immagino con il Partito democratico, o pure con il Popolo delle Libertà.

Io ho molta difficoltà a schierarmi con i partiti politici oggi, perchè oggi non c’è più la sicurezza, ma soprattutto questa classe dirigente che sta all’opposizione non sa più parlare alle masse.
Che senso avrebbe, per un giovane disoccupato, essere Comunista, basta essere democratici, pur non avendo la tessera.
Lascio la mia mail, mbrancia@gmail.com.
I giovani, hanno ancora bisogno di Walter Tobagi.

Marco Brancia

Arresti Abruzzo: Berlusconi e il PM Trifuoggi si "conoscevano" già

Tuesday, 15 July 2008
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Silvio Berlusconi attacca il Procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi (nella foto), parlando di “Teorema accusatorio” contro Del Turco e gli altri arrestati. Il magistrato risponde per le rime: “Abbiamo fatto tutto con rispetto anche perchè, del resto, non abbiamo bisogno di candidarci a nessuna elezione…”.

Ma il Cavaliere e Trifuoggi si conoscono bene, come dimostra la storia che racconto di seguito, tratta dal mio saggio “Assalto alla stampa”. Trifuoggi è stato uno dei tre «pretori d’assalto» che nel 1984 oscurarono le reti Fininvest e costrinse Berlusca a difendersi attraverso l’amico Bettino.

di Gabriele Mastellarini, Assalto alla stampa, pp. 173-175

La svolta arriva il 13, 15 e 16 ottobre 1984 quando i Pretori di Torino, Roma e Pescara (Giuseppe Casalbore, Eugenio Bettiol e Nicola Trifuoggi) dispongono il sequestro penale degli impianti di Retequattro e Canale 5 in Piemonte, Lazio e Abruzzo.

A Berlusconi è contestata la violazione della legge numero 103 del 1975 e dell’articolo 195 del codice postale (all’epoca è la normativa di riferimento) nei quali è previsto il monopolio statale e non è assolutamente contemplata l’interconnessione delle singole stazioni locali. Con una mossa politicamente abilissima, le emittenti decidono per il black-out totale delle trasmissioni, facendo credere alla pubblica opinione che l’oscuramento sia un effetto dei provvedimenti giudiziari e non di una palese violazione della legge da parte di Berlusconi. Telefilm di successo come “Dallas” spariscono dai teleschermi, gli spettatori protestano in massa e inizia il piagnisteo berlusconiano (una storia simile si è verificata di recente, quando si è paventato il passaggio di Relequattro sul satellite).

L’attacco arriva dalle colonne de “II Giornale”: «Tre pretori che abbuiano intere regioni televisive, che propagano il disagio fra gli inserzionisti pubblicitari, mettono a repentaglio l’occupazione di impiegati e tecnici». In effetti, la decisione dei giudici rischia di invalidare lutti i contratti pubblicitari di Berlusconi che sarebbe costretto a restituire i soldi incassati.

La legge è legge, ma (come spesso accade) non è uguale per lutti, perché il Cavaliere riesce a trovare la formula giusta per eludere i provvedimenti giudiziari e tornare a trasmettere. Questa formula ha un nome e un cognome: Bettino Craxi.

Il primo ministro condanna la decisione dei magistrati e interviene con straordinaria rapidità, riaccendendo le emittenti privale attraverso il decreto legge numero 694 del 20 ottobre 1984, subito etichettato “decreto Berlusconi” (in questo strano Paese le leggi prendono il nome degli autori o dei beneficiari).

Al Cavaliere non mancano certo i buoni amici: dopo Gelli ha trovalo Craxi con il quale ha ottimi rapporti, fin dagli anni Sessanta. Bettino è stato anche testimone alle seconde nozze di Silvio e «sono anche compari di battesimo».

Il decreto Berlusconi funziona solo un mese, perché il 28 novembre 1984 la Camera non ravvisa i requisiti di costituzionalità e non converte il provvedimento in legge. I progetti di Craxi e Berlusconi sfumano e i Pretori possono intervenni di nuovo per bloccare le reti privale. «È evidente che il decreto è stato bocciato da tutti quei parlamentari che temono che il riconoscimento delle reti private costituisca una minaccia per la Rai e generi uno squilibrio fra la tv di Stato sottoposta a un severo controllo del Parlamento, e le emittenti politicamente meno controllabili (la Fininvest di Berlusconi)».

Ma Craxi ferma ancora i sequestri, lanciando il “Berlusconi-bis”, decreto-legge numero 807 del 6 dicembre 1984 che, stavolta, è convertito nella legge 10 del 4 febbraio 1985, grazie al contributo del Msi, partito di estrazione fascista, che sostituisce molti voti della sinistra democratica in libera uscita.

Tra i punti cardine della nuova normativa spiccano: la concessione dei ponti radio alle televisioni private nelle zone d’utenza servite fino al primo ottobre 1984; la previsione di un piano per le frequenze, la possibilità di proseguire con le trasmissioni interconnesse, il censimento degli impianti di radiodiffusione esistenti, il divieto di propaganda politica nei giorni precedenti le elezioni e la fissazione di limiti per la pubblicità commerciale. La legge ha un termine provvisorio, eppure il leader del Psi riuscirà puntualmente a far slittare la decadenza approvando, il primo giugno 1985, il “Berlusconi ter”, decreto-legge n. 223 (successivamente convertito) che allunga il regime transitorio al 31 dicembre 1985. Dal 1986 in poi, come confermato in una nota del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato: «La legge numero 10 del 1985 non ha bisogno di altre proroghe per continuare ad essere efficace».

Piazza Navona, bugie travagline

Tuesday, 15 July 2008
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Riceviamo e pubblichiamo da Mauri DP

Caro Gabriele, riporto qui dei passaggi del nuovo monologo che, come ogni lunedì, il Sig. Travaglio ha trasmesso in diretta dal blog del “comico genovese”. Credo che sia una dimostrazione significativa di come la realtà possa essere deformata a proprio piacimento, perdendo così di vista quello che dovrebbe essere uno degli impegni prioritari di ogni buon giornalista. Ovvero: l’obiettività.
Mauri DP.

 
 
 “Sono riusciti a raccontare che in Piazza Navona c’era poca gente, mentre Piazza Navona era piena l’8 luglio.” 
Chi ha raccontato che in Piazza Navona c’era poca gente? Perchè non cita le fonti? (Caro Mauri, è stata la questura a parlare di 15.000 anziché 100.000, gmast) 

“Sono riusciti a raccontare che in Piazza Navona si è fatto un grosso favore a Berlusconi, poi Berlusconi ha smentito chiamando spazzatura chi ha manifestato contro di lui.”
Da un punto di vista “politico” è innegabile che manifestazioni simili non servano ad altro che a consolidare la popolarità di Berlusconi. Il fatto, poi, che Berlusconi abbia definito “spazzatura” NON i manifestanti, ma gli interventi di alcuni, mi sembra un giudizio (sicuramente “di parte”), non una “smentita”.
 
“Sono riusciti a raccontare che in Piazza Navona si è insultato e vilipeso il Capo dello Stato, il capo di uno Stato straniero cioè Papa Ratzinger, il povero Veltroni.”
Come definire, allora, gli interventi di Grillo e della Guzzanti?
 
“Ci hanno raccontato che la gente scappava spaventata da Piazza Navona”
Ancora una volta: ChI ha raccontato che la gente scappava? Forse Fede… ma oltre a costui, chi altri?
 
“Che la gente non applaudiva, mentre in realtà applaudiva entusiasta.”
Peccato che mancasse “l’applausometro”, come alla “Corrida” di Corrado… E in ogni caso c’erano delle “porzioni” dei presenti che esprimevano il loro consenso, altri che non mi pare si spellassero le mani… Scontato che i grillini lì convenuti manifestassero con degli applausi il loro consenso verso il loro guru: ma quanti erano? Credo che solo l’invito di Furio Colombo abbia riscosso la quasi unanimità dei presenti…
 
“E alla fine ci hanno raccontato che per il cittadino italiano le priorità non sono queste, il cittadino italiano se ne infischia della giustizia, della legalità, della legge uguale per tutti. E’ indifferente al lodo Alfano sull’immunità delle quattro cariche dello Stato o meglio a seguire Berlusconi, che definisce le manifestazioni “spazzatura”, le alte discariche dello Stato.”
E infatti le priorità degli Italiani sono: il progressivo impoverimento, la scadente qualità dei servizi (sanità, scuola, trasporti), la sicurezza… Leggere i sondaggi per averne conferma!
 
“Poi, per fortuna, è uscito, molto nascosto sul Corriere della Sera, con un titoletto piccolo, un sondaggio di Renato Mannheimer che dimostra quanto segue: gli italiani, per il 29.4%, hanno condiviso la manifestazione.”
Il fatto che MENO di un Italiano su 3 abbia condiviso la manifestazione (e che ben il 70,6% NO), non significa che questo 29,4% ritenga prioritari I TEMI della manifestazione.
 
“quella piazza, quella manifestazione contro le leggi canaglia, contro l’immunità per le alte cariche, contro la legge bavaglio sulle intercettazioni e la libertà di stampa, contro il blocca processi, è piaciuta al 22% degli elettori leghisti – un elettore leghista su cinque – ed è piaciuta al 12% degli elettori del Popolo delle Libertà, cioè del partito di Berlusconi e di Fini.”
Due considerazioni su questa affermazione. La prima: non mi sembrano (nè il 22% nè tantomeno il 12%) cifre esorbitanti, anche perchè poi mi piacerebbe calcolare quanti sono gli Italiani (a prescindere dai loro orientamenti politici) che hanno espresso una simile valutazione. La seconda considerazione: leggendo il post precedente di Grillo, cioè la lettera di un tale Dante, leghista deluso, che scrive al comico perchè solo così è sicuro che Bossi la leggerà (assurdo, dico io!), si comprende pienamente quale sia il disegno in atto: raccattare consenso a destra e a manca, buttare il tutto in un enorme calderone e cuocere a fuoco vivo, fino a ebollizione..
 
La libertà di parola non è stata conquistata al prezzo del sangue per applaudire il potere, perchè quel tipo di libertà di parola c’è anche nelle tirannidi.(…) Insomma, abbiamo affermato il diritto di critica e lo abbiamo esercitato fino in fondo.”
Qui raggiunge il paradosso. Parla dal blog di un signore (Grillo) che attua sistematicamente la CENSURA verso i commenti IDEOLOGICI sconvenienti alla loro linea di pensiero! Parla, il Sig. Travaglio, di una realtà che gli è già stata PUBBLICAMENTE contestata e alla quale evita ancora di dare una mezza, dico MEZZA risposta! Perchè il Sig. Travaglio non rivolge questa domanda al suo amico Grillo, visto che lo ospita sul suo blog? E già… non è buona educazione rivolgere domande simili ai propri amici… E fra l’altro, non è proprio il Sig. Travaglio ad ammettere che anche sul suo blog ci sono dei “filtri” (modo elegante, ma ipocrita, di definirla CENSURA), quando gli unici commenti da filtrare dovrebbero essere quelli contrari alla netiquette e non quelli ideologici?
 

Risarcimento al giornalista condannato quando e' in gioco la liberta' di espressione

Monday, 14 July 2008
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I giornalisti condannati in sede civile per diffamazione dai tribunali nazionali, con sentenze non conformi ai principi sulla libertà di espressione garantiti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno diritto a ottenere il risarcimento del danno materiale, che equivale all’importo versato al diffamato.

È un passo avanti nella tutela della libertà d’informazione quello raggiunto dalla Corte europea nella sentenza depositata il 5 giugno 2008 (ricorso 15909/06, «I Avgi Publishing» e Karis), con cui non solo ha condannato la Grecia ma ha anche costretto le autorità elleniche a cancellare del tutto le conseguenze della condanna per diffamazione.

Si tratta di una decisione destinata ad avere un impatto anche economico sugli Stati che, nei casi in cui i tribunali nazionali condannino per diffamazione un giornalista, non uniformandosi alla prassi della Convenzione europea, saranno tenuti a risarcire direttamente il danno al reporter, equivalente all’importo corrisposto da quest’ultimo alla persona diffamata, incluse le spese processuali.

Poco importa che un simile giudizio possa essere considerato – come rivendicato dalla Grecia nella sua difesa – una ripetizione del procedimento litigioso e conduca a «un ribaltamento dell’autorità di cosa giudicata delle giurisdizioni interne». Quello che conta – ha osservato la Corte – è che ai giornalisti venga garantito il diritto di informare secondo l’articolo 10 della Convenzione, che include anche il diritto dei cittadini a ricevere informazioni.

Alla Corte europea si erano rivolti un reporter greco e il suo editore condannati a risarcire un altro giornalista, diventato deputato, con una somma di 58mila euro. Sia la Corte d’appello di Salonicco, sia la Cassazione avevano ritenuto che l’espressione «noto sfrenato nazionalista» utilizzata contro il politico, che aveva organizzato una manifestazione della destra contro il garante della protezione dei dati, fosse diffamatoria. La frase in realtà è, per la Corte, un giudizio di valore e non un fatto, non suscettibile di prova sulla base di elementi materiali.

Una critica aspra, certo, che però non deve essere valutata cercando di accertare la sua veridicità con riferimento al carattere e alla reputazione della persona offesa. Che peraltro – osserva la Corte – è una persona pubblica e quindi esposta più di altri a critiche.

La posizione di Strasburgo e quella dei tribunali nazionali diverge proprio sul peso da attribuire alle parole utilizzate in un articolo.

Per i giudici greci quello che conta, per arrivare alla condanna, è l’impiego di un’espressione non confortata dai fatti, mentre per la Corte europea le espressioni utilizzate devono essere collocate nel contesto dell’articolo, tenendo conto di alcuni fattori supplementari. Sbagliano quindi i giudici nazionali quando fondano la condanna per diffamazione, anche in sede civile, ricavando la volontà del giornalista di diffamare da una singola frase, senza valutare circostanze come «il contesto del caso, l’interesse del pubblico e l’intenzione del giornalista», elementi che possono giustificare «una dose di provocazione o anche di esagerazione».

Marina Castellaneta per IL SOLE24ORE, segnalato dal prof. Franco Abruzzo.

Abruzzo: arresti e poltrone. Ma Tonino Di Pietro fa il bugiardino

Monday, 14 July 2008
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Sulla vicenda degli arresti nella Regione Abruzzo (in carcere il presidente Ottaviano Del Turco, assessori e dirigenti) e’ intervenuto Tonino Di Pietro, dichiarando: «Noi siamo sempre stati fuori dalla politica di governo nelle regioni e abbiamo sempre evitato di partecipare alla spartizione della torta». Che bugia! Tonino, perche’ fai il bugiardino? Per chi non lo sapesse, appena un paio di mesi fa proprio i dipietristi avevano scatenato la crisi della Giunta regionale abruzzese, obbligando di fatto il Governatore ad inserire un assessore (Augusto Di Stanislao, ex Ds, ex Udeur e ora Idv, alla faccia della coerenza dipietrista), in quota Italia dei Valori. Altrimenti – fece sapere Di Pietro – la Giunta abruzzese sarebbe caduta. O si spartisce la torta o tutti a casa, insomma.

Per smentire l’ex Pm di Mani Pulite, leader della vulgata giustizialista e populista, basta leggere alcuni recentissimi comunicati stampa e articoli tratti dal quotidiano abruzzese “Il Centro”, dai quali emerge chiaramente il diretto interessamento di Tonino Di Pietro per “spartire” le poltrone e piazzare un assessore in Giunta. E ora fa il puritano!

1) Sarà probabilmente Augusto Di Stanislao l’assessore dell’Italia dei Valori che entrerà nella giunta regionale.  Formalmente il coordinatore del partito, il neo senatore Alfonso Mascitelli, offrirà al presidente Ottaviano Del Turco una terna di nomi, ma voci attendibili che circolano in consiglio regionale vogliono che esista già una indicazione precisa dello stesso Antonio Di Pietro in favore di Di Stanislao approdato nell’Idv dopo essere stato eletto tra i Ds ed essere transitato nell’Udeur di cui ricopre formalmente ancora il ruolo di capogruppo.

2) Di Pietro si sarebbe sentito direttamente con Del Turco, ma sulla scelta di Di Stanislao avrebbe il via libera anche dei due partamentari abruzzesi, il già citato Mascitelli e Carlo Costantini

3) “Una volta deciso l’ingresso del partito nella maggioranza sono stato lieto di accettare questo incarico” ha detto di Augusto Stanislao. “Il mio obiettivo è portare l’Abruzzo al passo con le regioni italiane più avavzate”. In merito a presunte lotte interne al partito per l’assegnazione della carica, il neoassessore ha tagliato corto: “So di avere l’appoggio di Di Pietro, dell’onorevole Costantini e del coordinatore Mascitelli”.

4) (da “Il Centro”) L’Italia dei Valori è la pratica più urgente, ma al momento è tutta interna al partito di Di Pietro. Del Turco ha solo da aspettare. Prima del voto i dirigenti abruzzesi dell’Idv Alfonso Mascitelli, Carlo Costantini, Bruno Evangelista avevano sottoscritto un accordo che prevedeva in caso di elezione dei primi due al Parlamento, l’ingresso dell’Idv nella maggioranza di Del Turco e sopratutto la promozione in giunta di Evangelista. La prima ipotesi si è verificata: Costantini è stato riconfermato alla Camera e Mascitelli ha guadagnato lo scranno senatoriale, grazie a quel 7,1% incassato dai dipietristi (secondo miglior risultato in Italia dopo il Molise). La seconda ipotesi, l’assessorato a Evangelista è ora messa in discussione dal nuovo assetto dell’Italia dei Valori in Regione, con l’arrivo proprio a ridosso delle elezioni del consigliere regionale Augusto Di Stanislao, reduce da una rapida ma tormentata migrazione dai Ds a Sinistra democratica (solo sfiorata) infine all’Udeur, abbandonata dopo le disavventure della famiglia Mastella. Di Stanislao si è candidato alla Camera con l’Idv per «spirito di servizio», dunque per portare voti, e ora vedrebbe come giusta ricompensa un posto nella giunta Del Turco.

ESCLUSIVO. Bossi dovra' risarcire il giudice che lo condannò per vilipendio

Monday, 14 July 2008
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Il 20 febbraio scorso la Corte d’Appello di Brescia ha condannato Umberto Bossi a risarcire il giudice del Tribunale di Como, la dottoressa Paola Braggion, che il 23 maggio 2001 l’aveva condannato penalmente per vilipendio alla bandiera italiana.

Il Senatùr rispose alla sentenza del giudice dalle colonne de “La Padania” il 24 e il 25 maggio: “E’ un attacco al Governo ed è incivile che un magistrato perda tempo, pagato dai contribuenti, per fare un processo basato sui reati di opinione ed il Codice Rocco. La giustizia è un obiettivo disastro, eppure una certa magistratura non perde l’abitudine di occuparsi di politica in momenti “particolari”. Intanto l’84 per cento dei reati rimane impunito. Non è possibile che due magistrati in cerca di pubblicità (il Pm Claudio Galoppi e il giudice Paola Braggion) possano ricorrere alle norme fasciste del Codice Rocco per colpire deliberatamente la libertà di espressione. Intervenga il CSM e si decida di sanzionare quei magistrati che continuano a usare le norme fasciste sui reati di opinione, norme già cancellate nella coscienza democratica del popolo.

E’ passato quasi un secolo dal Codice Rocco…eppure c’è ancora chi usa questi relitti giuridici per scegliere e colpire gli avversari politici della sinistra. Uno scandalo intollerabile”.

Per queste parole Umberto Bossi è stato citato in giudizio dal giudice Braggion.  Assolto in primo grado (24 maggio 2004) dal Tribunale civile di Brescia, Bossi è stato condannato in Appello a Brescia il 20 febbraio scorso, ma il Senatùr non vuol riconoscere l’indennizzo e ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo anche al Parlamento di riconoscere l’insidacabilità di quelle dichiarazioni.

L’11 giugno scorso, la Giunta per le Autorizzazioni a procedere, a maggioranza, ha deliberato di proporre all’Assemblea di dichiarare “che i fatti oggetto della condanna civile concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni”. (gmast)

La lunga vita di Marianna Madia (per la serie: aiutati che Dio t'aiuta)

Monday, 14 July 2008
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Riceviamo e pubblichiamo

Quando ho letto il lancio Ansa devo dire che mi sono impressionato:

“PD candida capolista giovane ricercatrice”, e subito mi sono immaginato una vestita con camice bianco e provetta in mano, con un bel dottorato appeso dietro alla scrivania.

Alcuni giorni dopo scopro che la “ricercatrice” risponde al nome di Marianna Madia e che tutto è tranne quello per cui viene spacciata. Cioè la cosa che mi fa incazzare di più è che Marianna non è la ricercatrice che si è fatta strada con le unghie a scapito di tutto e di tutti, ma
solo la più classica delle figlie di giovani rampolli che hanno affrontato incredibili difficoltà nella vita, come ad esempio il doversi versare da soli l’acqua a tavola.

Ma torniamo a Marianna. Si perchè alla fine me ne sarebbe fregato poco, ma poi vado a vedere il Corriere online e ci scopro una bella intervista alla signorina Madia (http://www.corriere.it/politica/08_marzo_01/madia_roncone_c3a5a88c-e769-11dc-9342-0003ba99c667.shtml) tutta incentrata sul problema che lei in realtà sia proprio solamente la figlia di.

A questo punto starete dicendo: ma figlia di chi? e diccelo cazzo! allora Marianna è figlia di Stefano Madia, di professione attore/giornalista/programmista-regista in causa con mamma RAI.

Questo ce lo spiega bene Marianna stessa nell’ interview al Corriere, per poi aggiungere che era comunque un precario.

Mah che dire, certamente possibile, salvo che l’essere precario in RAI non gli ha proibito di mandare la figlia ad un Liceo romano francese, una roba da ricchi snob insomma…

Marianna spiega erroneamente che si tratta di “…scuola pubblica francese…” soprassedendo al fatto che per la stagione 2008/2009 la retta del liceo sia di circa 4.000 Euro<http://www.apechateau.eu/etablissementbud/index.html>.

Beh meno male che Bertinotti ha la sua cosa rossa, altrimenti gli sarebbe venuto l’infarto, anche se ormai è prassi comune da una certa parte politica lanciare strali contro la scuola privata sulla pubblica piazza e poi andarci a scrivere i figli alla chetichella.

Ma torniamo a Marianna e la sua intervista, perchè c’è ancora molta carne da buttare sul fuoco. Scopro infatti che mentre scrive la tesi universitaria va ad una conferenza dove incontra Enrico Letta e la sua Arel. Infatti nel web circolano voci che fosse stata assunta da questi qui…invece no, ce lo dice lei, ha solo accettato un ulteriore invito e ha portato un curiculum (attenzione che a questo punto non si era ancora laureata). Un mese dopo la chiamano, et voilà, il gioco è fatto.

Beh, mi sembra un ottimo spot per i giovani, me lo vedo già…”Sei prossimo alla laurea? fai come MM, stampa un curriculum!”

DICO MA SIAMO TUTTI IMPAZZITI?

Te lo dice candidamente: ha stampato un curriculum e poi l’hanno chiamata! e quello scemo del Corriere mica le ribatte, “scusi, ma lei è cosciente del fatto che milioni di giovani laureati stampano e inviano miliardi di curriculum senza ricevere risposta alcuna? in cosa sono diversi da lei?”

Ti rispondo io: il cognome. Eh si perchè io che non ho parenti illustri ho penato per trovare il mio primo lavoro (a tempo determinato) e penato ancora dopo anche se già avevo un pochettina di esperienza.

Marianna no, lei stampa e va. Sarà che il papà nel frattempo era diventato consigliere comunale a Roma nella lista di Veltroni? Sarà che gli zii sono avvocati di grido a Roma (difendono anche Sandra Lonardo in Mastella)?

Mah, vabbeh crediamo pure alla storia del CV, perchè tanto quello che viene dopo è ancora meglio perchè Marianna brucia le tappe e diventa consulente della Presidenza del Consiglio<http://www.governo.it/Presidenza/DSET/struttura.html> (sempre dietro Gianni Letta). Ora sappiamo bene cosa voglia dire essere consulente esterno di una pubblica amministrazione: raccomandazione politica. Specie se ci arrivi a 25 anni la cosa tende a puzzare parecchio.

Non paga, le danno pure un programma televisivo che si chiama eCubo<http://www.ecubo.rai.it/staff.asp> e va in onda quando la gente normale già dorme da parecchie ora. Ma non è questo
il punto. Ma come cavolo fa una di 27 anni ad averci un programma tutto suo? Sarà che fa di cognome
Madia?

Minoli, stammi a sentire! Anche io ho due o tre idee di programmi, posso venire in RAI?

Ridicoli, semplicemente ridicoli. Poi la gente finta-perbenista si scanna sulle telefonate Berlusconi-Saccà. Ma andate tutti a quel paese.

Comunque tornando all’ intervista<http://www.corriere.it/politica/08_marzo_01/madia_roncone_c3a5a88c-e769-11dc-9342-0003ba99c667.shtml> che fa da filo conduttore a questo post scopro che Marianna ha in comune lo stesso fisioterapista di Francesco Cossiga (scommetto
che lavora in un ospedale pubblico e non in uno studio privato…ok forse no) e che era la donna di Giulio Napolitano, noto per essere un professore all’ Università di Roma Tre nonche figlio del Presidente della Repubblica. Niente male.

Purtroppo però, come ammette anche lei, “sono stata a cena, sul Colle, una sola volta.”…

Rumors: Federico Rampini neo direttore de L'espresso?

Monday, 14 July 2008
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E’ una voce in cerca di conferme, ma sempre più insistente, quella di Federico Rampini come nuovo direttore de L’espresso, individuato da Carlo De Benedetti.

Rampini, genovese, corrispondente da Pechino per Repubblica, potrebbe tornare in Italia per occupare la poltrona più alta di via Colombo, sbaragliando una concorrenza agguerritissima.

Lo stesso giornalista sta per mandare alla stampe un libro intervista proprio con l’ingegner Carlo De Benedetti, dal titolo “Il cielo sopra l’Italia”.

A pubblicarlo, come riferisce “Il Corriere Economia”, sarà la Mondadori del gruppo Berlusconi, nella collana “strade blu”, “con la benedizione – scrive Corriere Economia – di Marina Berlusconi e di suo papà Silvio”.