LUCA TELESE SHOW (BIS). "Lo Sdi e' sull'orlo della bancarotta", "Fasanella, a Panorama, ha rivisto la luce con Belpietro", "Al Giornale non faro' carriera, ma non e' un handicap", "Facci dipendente Mediaset…ma e' un uomo libero", "Un paio di Pulitzer per Mastellarini"

Wednesday, 27 August 2008
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Ancora Luca Telese, conduttore di “Tetris” su La7 (nella foto) e firma sinistrorsa del “Giornale” berlusconiano va a ruota libera, su politica, giornali e giornalisti, con rivelazioni scottanti.

Vedo che facciamo addirittura “notizia”: niente di male, vuol dire che siete la creme. Ottimo, purché si citino le fonti, no?

Se avessi un giornale mio, adesso, commissionerei una inchiesta sulla diaspora dei piccoli e sui suoi effetti. Sono a rischio chiusura serio Rifondazione, Pdci (che pure aveva una amministrazione oculatissima!), I Verdi…lo Sdi è sull’orlo della bancarotta.

Nel Pd le primarie si fanno solo quando si sa come vanno a finire. Questa cosa non aiuta molto.

Vi illustro il paradosso di Giovanni Fasanella (grande esperto degli anni di piombo) che nel Panorama di Calabrese non poteva scrivere di anni di piombo perchè era in disgrazia. Ha continuato a esercitare la libertà in un sito (lastorianascosta). Era la via più semplice? No. Però lo ha fatto e dopo due anni è arrivato un nuovo direttore – Belpietro – e Fasanella ha rivisto la luce.

Marco Travaglio è stato costretto per lungo tempo, su La Repubblica, a scrivere solo di sport. Poteva evitarlo? No. Doveva licenziarsi? Direi proprio di no. Il fatto importante è che abbia continuato ad essere un opinionista libero. La libertà di stampa, di questi tempi, è una condizione soggettiva. Ha regole di ingaggio soggettive, produce e induce scelte soggettive.

Se resto a Il Giornale, devo mettere in conto (ovviamente) che molto probabilmente non farò carriera dirigente. Per me non è una tragedia: un giornalista di sinistra può scrivere su Il Giornale, ma non può dirigerlo. Basta saperlo.

Io non sto a Il Giornale come un rifugiato. Non considero Il Giornale come un handicap della mia carriera, ma come un valore aggiunto.

Vi faccio un esempio a voi molto lontano: Facci. Filippo, di cui non condivido nulla su Tangentopoli, ha fatto una campagna per le dimissioni della Carfagna. E’ dipendente di Mediaset ed editorialista de Il Giornale. Pensate che per lui non abbia avuto un prezzo? Su Il Giornale ha difeso i temi della laicità. Questo significa che me lo sposerei? No. Significa che si può dissentire da lui, ma che è un uomo libero. Come moltissimi che lavorano a destra.

Ahò, con quello che c’è qui, Mastellarini ci prende un paio di Pulitzer, eh, eh…

(Dichiarazioni di Luca Telese tratte dal Forum www.marcotravaglio.it, moderatore della dicussione, Roberto Morelli)

Leggi anche la prima puntata delle rivelazioni di Telese. ESCLUSIVO. LE CONFESSIONI DI LUCA TELESE (Il Giornale e La7). “Volevo entrare all’Unità per lavorare con Travaglio”; “Marco pagato per non scrivere a Repubblica”; “Gli ho detto che non ricordavo la sua data di nascita e si è divertito molto”; “Io e lui insieme costituiamo un chiasmo”; “Demenziale l’articolo di D’Avanzo contro Trav”; Sul PD: “Non ho cambiato idea su Veltroni è lui che è cambiato”

Farina jr in Germania. Considerazioni puntiformi dopo una settimana bavarese

Wednesday, 27 August 2008
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di Tommaso Farina

In Germania in autostrada non ci sono limiti di velocità.

In Germania, quando in autostrada brevi tratti sono soggetti a limite di velocità, il limite viene rispettato da tutti.

In Germania i limiti di velocità cittadini ed extraurbani sono scrupolosamente osservati da tutti, sicché non viene la minima voglia di premere il pedale, l’atmosfera che ti circonda è tale da rilassarti alla guida, anziché innervosirti come da noi.

In Germania (o quantomeno, in Baviera) lungo i cigli di strade e autostrade non trovi cartacce e sigarette buttate dai finestrini.

In Germania il gasolio costa 1,361 euro al litro in autostrada.

In Germania non sei un cretino se ti fermi a fare la fila.

In Germania puoi andare al ristorante col cane, perché non esistono cani che non siano educatissimi, calmi e incapaci di infastidire gli altri clienti.

In Germania, a Monaco di Baviera, una città che è più piccola di Milano, ci sono sei linee di metropolitana, più un’altra decina di ferrovie leggere sopraelevate. Monaco non ha l’Ecopass.

In Germania…Potrei continuare… Niente che non sapessi già, ma è stato piacevole riprendere contatto con questa realtà.

ESCLUSIVO. LE CONFESSIONI DI LUCA TELESE (Il Giornale e La7). "Volevo entrare all'Unità per lavorare con Travaglio"; "Marco pagato per non scrivere a Repubblica"; "Gli ho detto che non ricordavo la sua data di nascita e si è divertito molto"; "Io e lui insieme costituiamo un chiasmo"; "Demenziale l'articolo di D'Avanzo contro Trav"; Sul PD: "Non ho cambiato idea su Veltroni è lui che è cambiato"

Wednesday, 27 August 2008
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Luca Telese, il giornalista di sinistra in forza al Giornale di Berlusconi, si confessa in esclusiva ai fan di Marco Travaglio…e non solo.

Cari Travaglisti,
Vi devo dire la verità, a me una delle cose che mi piaceva di più del progetto Unità se ci fossi entrato, era riuscire a stare in un giornale con Marco. E’ qualche anno che mi capita di litigare con i suoi detrattori di destra, e persino di sinistra (purtroppo ci sono, vedi il demenziale articolo di D’Avanzo e il memorabile titolo di Repubblica: “I fatti non sono la realtà”….). Io e lui, insieme, costituiamo, tecnicamente, “un chiasmo”. Ovvero: io un giornalista di sinistra che lavora a Il Giornale. Lui, con una provenienza di destra, a L’Unità. Non è un assurdo. Il problema non siamo noi due, ad essere fuori sesto, ma il modo in cui sono fatti i giornali oggi. In un paese normale, i giornali indipendenti farebbero a botte per assicurarsi un opinionista come lui. Ma in un paese in cui non c’è mercato, in cui gli editori sono prevalentemente palazzinari, o rappresentanti di partito (più o meno in incognito) viene criticato persino a l’Unità. Pazzesco. Marco è stato nell’organico di La Repubblica pagato per non scrivere!

Vedete, la vera differenza tra lui e certi pseudo-girotondini che millantano pose eroiche (uno che mi fa morire è Ricca, quando vedo il suo blog mi metto le mani nei capelli, un altro è FurioColumbus con i suoi allucinati articoli su Barigazzi), è che Marco – vedi Inciucio – nei suoi libri spara a 360 gradi, a destra e a sinistra, senza guardare in faccia a nessuno. Che ha talento da vendere e capacità di documentazione poderosa. Tutte cose che fanno impazzire i suoi critici improvvisati. Ho detto pubblicamente a Radio 24, che solo in Italia poteva essere criticato lui sul caso Schifani, e non Schifani (!).

Ho visto che qui qualcuno mi chiede conto dei miei articoli “feroci”, con Veltroni. Sono lì, come potete vedere, in rete. Ma non li considero “feroci”, piuttosto giustamente severi, dato quello che sta accadendo. E il ragionamento è questo: Veltroni è una grande delusione per molti progressisti, che si aspettavano da lui – non dico la rivoluzione bolscevica – ma che almeno qualcosa di sinistra potesse dirlo. Si è ammosciato, tutto qui. Ha negato la sconfitta. Ha messo su questa pagliacciata del governo ombra. Si è coltivato questa rovina che è la Binetti… Ha messo su una squadra di brocchi terrificanti fra cui la Madia sfavilla. Si è un pochettino “veltrusconato”, e questo per il nostro paese mi pare un danno devastante. Io ho una identità politica precisa – comunista italiano nel senso di Berlinguer – ma non ho una appartenenza a squadre politiche. Non solo: non credo che un giornalista debba averla. Ho pubblicato un anno fa una biografia di Veltroni (“Il piccolo principe”) nella mia collana, che era criticamente simpatizzante, se posso usare questo termine. ne ho scritta io stesso una su Cofferati, quando pensavo che potesse (vedi manifestazione articolo 18 ) rappresentare una alternativa agli inciucisti. Ha deluso (almeno me). Come Veltroni.

Anzi direi che sul Walter, dopo quello che (non) ha fatto il mio giudizio si è direi ribaltato. Sono scetticamente deluso. Tutto qui. Dopodiché, di questi tempi – se uno fa il giornalista – è davvero difficile capire dove si possa trovare un equilibrio per scrivere. Appena si è diffusa la notizia che sarei potuto andare, a l’Unità qualcuno mi ha definito “amico dei fascisti” nella bacheca (!) perché ho scritto un libro sulle vittime di destra degli anni di piombo (800 pagine, tre anni di lavoro, e quelli lo scambiano per un pamphlettino). Non pretendo che abbiano letto Cuori neri. Ma mi spaventa il grado di superficialità per cui aver scritto su quella carneficina significherebbe essere di destra… Altri hanno minacciato barricate, altri hanno ripescato quei pezzi su Veltroni come se fossero capi di imputazione… A questo punto, preferisco stare dove sono scrivere quello che mi va di scrivere (per ragioni storiche e professionali al Giornale nessuno me lo impedisce), dire quello che dico, e lasciare agli altri la libertà di pensare quello che vogliono di me. Non sono uno di quelli che vuole piacere a tutti i costi. Anzi. Mi è sempre piaciuta la massima di Pertini: “Tutti gli uomini di carattere hanno un cattivo carattere. E io modestamente ho carattere”.
(ho raccontato al Vostro Marco che non mi ricordavo la sua data di nascita, e si è divertito molto), finalmente il pupo si è appisolato, finalmente ho tempo per rispondere. Cominciamo dalle obiezioni smart, e vediamo se riusciamo a fare un po’ di chiarezza.
NEOBERLINGUERISMO. La prima cosa da dire è che Berlinguer è stato tradito e utilizzato da tutti i dirigenti postdiessini. Veltroni e D’Alema, lo scorso anno, hanno sponsorizzato due libri su Berlinguer, ognuno cercando di trarlo darla loro parte. In estrema sintesi: secondo D’Alema Berlinguer è un dalemiano mancato, secondo Veltroni un veltorniano mancato. Secondo Fassino (che infatti è cretino), era un cretino. Esagero? Andatevi a rileggere la ridicola biografia di grissino di ferro, in cui dice che Berlinguer è morto perché non aveva una linea politica (volgare e grottesco, prima che cretino). Sto scrivendo un libro sulla Bolognina, chissà quando uscirà, si intitola “Qualcuno era comunista” (alla Gaber, perché secondo me la crisi della sinistra inizia quando si uccide il Pci per fare una cosa senza carne nè pesce. Chi andasse a scovare nel mio archivio scoprirebbe un pezzo sul congresso dei Ds di Firenze in cui spiego che cosa penso di loro: sono diventati “Pop-brezneviani”. Nel senso che hanno perso tutte le passioni e le idealità del comunismo, ma hanno recuperato forme di stalinismo che il Pci non ha mai conosciuto (non ai loro livelli). Sognano l’unanimismo, che è il loro vero obiettivo perché hanno paura della democrazia. E’ un’opinione un po’ spigolata, me ne rendo conto, ma è quello che penso scrivendo della sinistra da 15 anni.

VELTRONI. I leader della sinistra post, dalla Bolognina ad oggi, hanno cambiato tutti idea come banderuole al vento. Tutti. Anche i migliori. Io non ho cambiato idea su Veltroni, è lui che è cambiato. Ma in termini tecnicamente politici. Volete un esempio? Nel 2001, quando l’Ulivo perde perché candida quel fesso di Rutelli (uno che giustamente Berlusconi voleva al posto di Bondi, a Forza Italia) e perché è stato così fesso da dividersi da Rifondazione, Veltroni vince a Roma – e lo teorizza! – perché dice: la sinistra vince solo se è tutta unita. E’ il Veltroni che parla di laicità, che dice di voler essere “kennedyano”, che dice che bisogna riscoprire le idealità. Bene. Dopo aver teorizzato tutto questo, fa esattamente quello che aveva criticato in Rutelli: manda a quel paese Rifondazione, ma anche – inspiegabilmente! – Socialisti e tutti gli altri. Voi direte: perché, ti piacciono i cespugli? Lo so, qui esprimo un’altra opinione che non va di moda. La sinistra ha vinto perché c’erano i cespugli. Ha vinto perché c’erano molte diverse varietà. Se uno segue Berlusconi sul terreno della monocultura finisce desertificato. E’ quello che sta accadendo. Così posso rispondere pure a quello che mi parlava dell’articolo su Berlusconi. Guardate che il predellino è una cosa alla Sarkozy. E’ un fatto tecnico, mica un complimento. A me Sarkozy non mi pare un genio, e fra l’altro pure lui porta i tacchi. Diciamo che prediligo Carlà.

E qui ritorno ancora ai miei pezzi sul Pd. Primo dicendo una cosa presuntuosa. Che il Pd partisse male, anzi malissimo, l’ho capito molto prima. Diciamo che dentro di me (pur avendo una grandissima simpatia umana per Walter, e persino dei legami umani “indiretti”) ho capito che Veltroni non avrebbe fatto nulla di quello che ci si aspettava da lui (non la rivoluzione, ripeto, ma qualcosa di “Veltroniano”) dopo aver pubblicato nella mia collana la famosa biografia “criticamente simpatizzante”. Poi è venuto la squallida assemblea di Assago (leggetevi la cronaca), in cui già annunciava che voleva buttare a mare tutti e correre da solo. Poi è venuta la scelta camomillosa e partitica di Franceschini numero due (già la Bindi sarebbe stata tutta un’altra cosa), già c’erano state le primarie taroccate per fare tabula rasa (sempre alla voce unanimismo: persino l’un per cento di Adinolfi dava fastidio). Poi c’è stata la scelta fallimentare dell’orrido Bettini come numero due del Pd. Poi c’è stata la coglionata di candidare Rutelli a Roma. Poi ci sono state le liste (Madia Calearo, do you remember?). Questo è semplicemente giornalismo. Credevo che fossero delle sciocchezze, ho scritto perché, quello che non solo io avevo profetizzato (non ci voleva nostradamus) si è facilmente realizzato. Se tu candidi quello della confindustria del veneto che nega l’aumento agli operai e ha la suoneria di Forza Italia sul telefonino (sempre Calearo!) poi ti stupisci che gli operai non ti votino? Io no. Ma le elezioni sono andate molto peggio di quanto lo stesso Walter e i suoi non pensassero. E l’onorevole sconfitta preventivata (altro errore) è diventata una caporetto. Il veltrusconi (eccome se esiste, vedi idea di sbarramento alle europee) è un’altra fesseria storica. Che cosa dovrei dire, che sono paraculate? No, e infatti penso e scrivo il contrario. E sono così appassionato (ma potete benissimo leggere incazzato), proprio perché vorrei che la sinistra vincesse prima dei prossimi cento anni (se non altro per il bene di mio figlio Enrico). In tutto questo qualcuno qui mi dice: ma perché scrivi soprattutto di sinistra? Perché tutti i giornalisti politici hanno una specializzazione (io, almeno per ora, non sono un editorialista) e la mia è quella: è come dire a uno che fa il dentista perché non fa anche trapianti. Forse sono persino in grado, ma prima ancora dei problemi di indirizzo, c’è questa divisione di ruoli che non è decisa da me (altrimenti sarei direttore).
Però voglio rispondere chiaramente a chi mi dice: come, ti dici “libero”, e poi sul giornale non scrivi un editoriale contro Berlusconi? Ma guardate che nemmeno Marco, su L’unità scrive contro Fassino. per aver detto, in una assemblea girotondina, che quelli di D’Alema erano “entrati con le pezze al culo a Palazzo Chigi e usciti ricchi”, il gruppo dei Ds (Cuperlo, Violante, Caldarola e altri) minacciarono di togliere il finanziamento pubblico a l’Unità!. Non perché lui lo avesse scritto su quel giornale, ma perché lui lo aveva detto da libero cittadino, e però scriveva anche su quel giornale. Tra parentesi: queste cose le ho raccontate, ad esempio con interviste a Marco, su Il Giornale. Questo vuol dire che serve più coraggio? Che bisogna andare a sparare ai censori? No, perché nessun giornalista è in grado di pubblicarsi un pezzo da solo. Però con il proprio lavoro si può crescere, e contrattare condizioni sempre migliori. E poi, siccome la realtà è complessa, ci sono cose (ma immagino che succeda anche per il vostro lavoro) che a volte vorresti scrivere e non puoi, a volte non potresti scrivere e le scrivi lo stesso, che a volte ti fermano e che a volte invece finiscono in pagina non si sa come. Attenzione: non solo al Giornale. In tutti i giornali. Non mi piace appuntarmi medaglie sul petto, non lo faccio, chi vuole legge e giudica. Però vi racconto un solo aneddoto. Ho avuto grande simpatia su Cofferati, e ho avuto da cronista, il giusto necessario a capire che (ben prima del 23 marzo) stava diventando un fenomeno. Era un outsider, nessuno sapeva tutto di lui. Propongo a Belpietro di scrivere una biografia a puntate su Il Giornale (!). Accetta (!!!). Perché? Perché Maurizio è meno prevedibile di quanto non si pensi, perché ogni giornale vuole avere qualcosa di diverso. Dopo le prime quattro puntate (piene di notizie, non di opinioni) i lettori de Il Giornale erano imbufaliti. Telefonavano e dicevano: bastaaaaa! (forse avevano ragione loro). Su Il Barbiere della sera esce un pezzo che raccoglie tutte le incredibili voci che circolavano in proposito. Era estate. Le vendite del giornale erano incredibilmente in aumento, di 5 10 mila copie (non certo per quella biografia, credo), ma Belpietro si è fatto scaramantico: “E se ci fossero lettori di sinistra incuriositi?”. Allora mi fa: “Quante puntate avevi preparato?”. E io: “Otto”. E lui: “Allora fanne venti”. Sapete quante ne ho scritte, alla fine? Quasi trenta.

Questo per dire che nulla è scritto, e che malgrado tutto, i lettori hanno una forza incredibile. E poi c’è il caso. Magari compravano il giornale per il cruciverba. E un cruciverba ha garantito questa operazione “apologetica” di Cofferati (!!!!) fatta da Il Giornale. L’Espresso mi prese pure per culo definendomi: l’OMBRA CINESE”. Qualche cirtuello scrisse che Cofferati piaceva a Berlusconi. Tutte puttanate, come si è visto. Questo mestiere funziona così, come la politica secondo Rino Formica: sangue e merda. Ma anche fortuna. Fatemi sapere.

Io ho sempre fatto analisi pessimistiche – anche qui tecnicamente – sul Pd. Ho scritto addirittura che secondo me hanno iniziato a perdere colpi nel 1989. Io dal 1989 ho votato – anche questo è noto – Rifondazione, e poi (Sob!) Sinistra arcobaleno. Ma non è una valutazione influenzata dalle idee politiche quella che il 33 zerovirgola del Pd sia un risultato da suicidio. Anzi: solo dei media addomesticati possono ignorare che – dal punto di vista strettamente algebrico – è il peggior risultato della sinistra dal dopoguerra ad oggi!.

A Strasburgo crolla il Parlamento europeo

Wednesday, 27 August 2008
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di Giampaolo Mannu per La Voce

Tragedia sfiorata tra i banchi del Parlamento europeo. Nel tardo pomeriggio dell’11 agosto, una parte del soffitto dell’emiciclo è crollato, schiantandosi su alcune file di poltrone.

Il cedimento è avvenuto in 2 fasi, tra le 18 e le 22.30, fortunatamente fuori dall’abituale orario di visita dei turisti. Ancora ignote le cause: secondo una prima ipotesi, potrebbe trattarsi di un errore in fase di posa dei pannelli del controsoffitto dell’aula. Per gli operai, ora, la corsa contro il tempo per riparare il soffitto entro la prossima seduta, fissata l’1 settembre.

Aggiornamento

L’inchiesta ha rivelato che il parziale crollo è stato causato dalla rottura parziale della struttura che collega la volta con la struttura portante dell’emiciclo. Le inchieste in corso, condotte da diverse compagnie internazionali indipendenti di construzioni e ingegneria su richesta del Parlamento, stabiliranno le cause esatte del crollo. Le inchieste sono state condotte in cooperazione con le autorità locali e con gli esperti di costruzione di alta sicurezza scelti dal governo francese.

Attualmente la volta dell’emiciclo è stata ricostruita utilizzando nuove tecniche di sospensione, approvate dai costruttori esperti locali e dagli esperti indipendenti. Pur agendo in maniera rapida, l’intero processo richiede tempo e non permette il controllo delle necessarie verifiche legali sulla sicurezza dell’edificio per permettere lo svolgimento della sessione di settembre I.

In seguito ai risultati finali dell’inchiesta, saranno stabilite le responsabilità fra i differenti costruttori dell’emiciclo originale.

SCANDALOSO! Parla il fratello di Baldoni: "Dopo 4 anni, il corpo di Enzo è ancora in Iraq, non sappiamo più cosa pensare. Vorremmo che si facesse di tutto, ma lo Stato…"

Tuesday, 26 August 2008
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di Gabriele Mastellarini

A Cupramarittima, piccolo centro dell’ascolano, è stato proiettato il film in memoria di Enzo Baldoni, dal titolo “Una vittima dimenticata”. Era presente anche Raffaele Baldoni, fratello del giornalista free-lance (reporter di “Diario”), rapito e ucciso in Iraq il 26 agosto 2004. «La tragedia nella tragedia – ha detto Raffaele Baldoni – è che non riusciamo ancora ad avere il corpo di Enzo perchè, ci dicono, la zona in cui si trova ora è troppo insidiosa: non sappiamo più cosa pensare. Vorremmo che si facesse di tutto, anche uno sforzo finanziario, per non lasciare il feretro di Enzo in Iraq».

«In quel periodo la stampa non è stata tenera con Enzo – riferisce – addirittura su “Libero” venne definito come un ricco annoiato che si affacciò in quella terra per farsi una vacanza. Ancora non sappiamo perchè lo Stato non ha fatto nulla per liberare Enzo, mentre per gli altri rapiti ci si è comportati, in maniera completamente diversa.  Enzo voleva solo capire cos’è che spinge le persone ad imbracciare il fucile e sparare – ha ribadito il fratello – ma non era uno sprovveduto e quando la sua auto fu colpita da una mina, si trovava nel mezzo di un convoglio della Croce Rossa, quindi viaggiava in modo attento e sicuro».

Neanche il quarto anniversario della scomparsa di Baldoni coinciderà con il suo funerale: mancando i resti, la famiglia non potrà onorare la memoria di Enzo Baldoni. E in molti si chiedono il perché di questo mistero. Lo scorso aprile in una lettera spedita al Festival del Giornalismo di Perugia, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva ribadito “l’appello per la restituzione del corpo di Enzo Baldoni”. Ma alle parole non sono ancora seguiti i fatti.

AMARCORD. Doppio Facci al cianuro: "Travaglio attira i frustrati che lo amano (target Di Pietro). Ambisce alla scorta. E' un fracco di balle, tutto errori, sciocchezze e omissioni. E' un mascalzone"

Tuesday, 26 August 2008
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di Filippo Facci

Sul serio: che dobbiamo fare con Marco Travaglio? Perché vedete, quelle di Marco Travaglio non sono «opinioni diverse»: sono piccole e grandi falsità mischiate a omissioni, ciò che nell’insieme forma una cosa che si chiama propaganda.

Che sia per se stesso, o per i suoi amici, è propaganda. E che dovremmo fare? Si sbaglia in ogni caso. Se te ne occupi fai il suo gioco vanesio e legittimante, oltretutto perdi un sacco di tempo perché la quantità di cose appunto false e omissive da lui dette è talmente clamorosa da rischiar di consumare, solo per replicargli e smentire, tutto il tuo tempo e tutti i tuoi articoli.

Se invece non te ne occupi, viceversa, c’è il rischio che il silenzio passi per assenso e dunque che lui, per farsi notare e fare sempre più il fenomeno, ogni volta alzi la posta delle cretinate che scrive e che ripete a pappagallo. Che fare, dunque? Va considerato peraltro che l’ego pubblico del ragazzo è talmente devastante da farlo esser fuori casa sette giorni su sette: presentazioni di libri suoi, libri di altri, spettacoli teatrali, girotondi, kermesse satiriche, comizi di Grillo, convegni organizzati da circoli culturali o da banche, soprattutto talk show illiberali sinché non lo invitano, questo secondo uno schema nondimeno brutale: se l’invitano deve poter dire qualsiasi cosa di questo regime, sennò è la prova che il regime c’è; se non l’invitano, be’, vuol dire che il regime c’è definitivamente.

A proposito: Biagi è stato cacciato. Non è vero, è documentalmente provato che è falso, niente di serio prova il contrario: ma a lui e altri lo ripetono sperando che la cosa passi in cavalleria. Propaganda? I signori conduttori, nel dubbio, lo invitano. Travaglio oltretutto alza gli ascolti perché attira sia i descolarizzati & frustrati che lo amano (target Di Pietro) sia quelli che lo detestano e allora lo guardano come si guarda, dicendo «che schifo», un gatto spiaccicato sull’autostrada.

Nel frattempo il terzo gode: si chiami Santoro, Fazio o chi volete. Che ci vuole: è sufficiente dissociarsi con una formuletta. L’ha fatto l’altro giorno Fabio Fazio, tutto contento, perché Travaglio è uno che fa comunque rumore e che fa parlare della tua trasmissione. Travaglio ha detto cose orrende del neopresidente del Senato, Renato Schifani, estraendo dal cappello alcune remote frequentazioni tra lui e altra gente che è stato indagata per mafia 18 anni dopo.

A Travaglio non par vero di potersi auto-associare a giornalisti come Lirio Abbate (persona seria, minacciata dalla mafia, ma essenzialmente cronista come Travaglio non è mai stato) o come Roberto Saviano, l’autore di Gomorra che ad Annozero, qualche settimana fa, in confronto, ha fatto sembrare Travaglio come un figurino patetico e impiccato ai suoi verbalini. Minacce mafiose: conoscendolo, è la medaglia cui Travaglio ambirebbe maggiormente. E una bella scorta, magari. Perché lui è libero e il regime vuole ucciderlo, mentre non siamo prigionieri e non ci fila nessuno: lo schema, involuto, è questo. Da capo: che fare, dunque? Non se ne uscirà, di questo passo. La logica degli ascolti e la vanità di questo addetto stampa della magistratura italiana presto ce lo mostrerà anche alla Prova del cuoco ad accusare Giuliano Ferrara di essere grasso (la sfottò per difetti fisici è una sua ossessione, da fascistello qual è) o a spiegare che la lobby dei tacchini natalizi era chiaramente citata nel «Piano di Rinascita nazionale» caro a Licio Gelli.

Perché un altro punto, e ve lo dice uno che i verbali giudiziari li ha letti e masticati per vent’anni, è che Travaglio non è uno appunto che ha «opinioni diverse», Travaglio è un cialtrone.

Marco Travaglio è un grandissimo cialtrone inviso a qualsiasi persona intellettualmente onesta e minimamente informata. È la faziosità pura, la riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri, di certi avversari al posto di altri.

È l’enfasi delle sentenze di condanna e in caso di assoluzione è la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. È l’invenzione di status giuridici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole, soprattutto) o è la citazione dell’articolo articolo 530 come «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perché il fatto non sussiste».

È dire «in nessun paese del mondo avviene che» anche se non è vero, sapendo che nessuno o quasi andrà a controllare: vedasi il caso delle intercettazioni telefoniche, o del celebre conflitto di interessi, che negli Usa sarebbe tranquillamente tollerato come ha ripetuto Al Gore di recente.

Più in generale, Marco Travaglio è un fracco di balle di cui nessuno si accorge perché lui è così «documentato» che nessuno si prende la briga di controllare, tantomeno conduttori e direttori e capiredattori. Per anni Travaglio ha attribuito a Paolo Borsellino la citazione di una telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava di droga: appreso che questa telefonata non è mai esistita, lui ha continuato a citarla.

Travaglio ha scritto balle contro Mediaset e Fedele Confalonieri: condannato, ma non lo sa nessuno. Ha scritto balle contro Cesare Previti: condannato, ma non lo sa nessuno. E pochi sanno degli errori materiali (chiedete a Giuseppe Ayala) e pochi sanno dei casi di omonimia di cui ha dovuto scusarsi (chiedete a Pier Ferdinando Casini, Giuseppe Fallica e Antonio Socci) e pochi sanno soprattutto delle tantissime sciocchezze e omissioni che nessuno sta neppure a smentire.

All’ultimo Annozero Travaglio ha detto che Grillo non può essersi arricchito con l’antipolitica perché i quattro milioni di euro da lui dichiarati, in realtà, sono del 2005, e cioè di quando i vaffanculo day neppure li faceva. Non è vero, sono i redditi dell’anno scorso: ma a lui basta dirlo. Al V-day di qualche settimana fa Travaglio ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria e ha detto che anche L’Unità percepisce contributi «come tutti i giornali italiani»: e non è vero, perché la sua Unità percepisce più contributi di tutti, in quanto stampa politica come tantissimi altri giornali non sono. Se vai suo internet e cerchi l’ultimo articolo di Travaglio contro Gianni Alemanno, nei sindaco di Roma, trovi le accuse più incredibili contro di lui ma neppure la citazione del dettaglio che è stato assolto. Sempre assolto. Il nostro precisino sa essere tremendamente impreciso: ogni volta alza la posta dell’invettiva, abbassa l’asticella del target e tutto il resto è regime: magari citando e ricitando Montanelli. Quando un Montanelli redivivo, oggi, a uno come Travaglio, gli rilascerebbe sul sedere un bel verbale a forma di tacco. (Il Giornale, 12 maggio 2008)

di F. F. C’è che la democrazia è in pericolo, torna il fascismo, in Rai sono pronte le liste di epurazione: il copione è così sfibrato che il titolo del prossimo libro di Travaglio potremmo scriverlo noi.

Lui, invece, ha tratteggiato il fosco destino che potrebbe attendere la sua modesta persona e di conseguenza il Paese: «L’Authority sanzionerà Che tempo che fa con un provvedimento diretto alla Rai, che mi ha consentito di dire cose vere. Poi la Rai mi denuncerà e così io non potrò più partecipare a Annozero». Non è ancora noto se il prossimo libro verrà scritto a Caprera o nella solita copisteria del tribunale, sta di fatto che il leit-motiv già risuona e Travaglio infatti vi ha rifatto cenno: «Però le cose che Travaglio ha detto su Schifani sono vere», dice.

E ora noi dovremmo spiegare che invece sono cose irrilevanti, sono pretestuose e nondimeno, per come presentate, false. Dovremmo circostanziare che sono irrilevanti perché stiamo parlando di persone che Renato Schifani ha frequentato 30 anni fa (nel 1979) e che solo 18 anni dopo sono state riconosciute come mafiose: non è un caso che gli stessi dioscuri di Travaglio, i magistrati, non abbiano mai interrogato né accusato Schifani per questa faccenda. Il libro ormai datato da cui Travaglio ha copiato le sue accuse, inoltre, diversamente da come ha fatto in trasmissione da Fabio Fazio, riporta la questione in maniera corretta: tanto che Schifani il libro non l’ha mai querelato.

Ecco perché è particolarmente odioso che Travaglio abbia cercato e cerchi di ripararsi dietro Lirio Abbate, autore del libro e ottimo cronista già minacciato dalla mafia: «Devono avere il coraggio di dire che Abbate è un mascalzone» ha infatti detto Travaglio da Fazio. Ma Abbate non è un mascalzone, e Travaglio invece sì, perché mente. Travaglio, in trasmissione, ha dolosamente e genericamente citato delle amicizie di Schifani come se corrispondessero a una notizia, a una rivelazione che tutti nascondono tranne lui: «I giornalisti non scrivono che Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi, perché non lo vuole né la destra né la sinistra, ma io faccio il giornalista, devo raccontarlo» ha detto testualmente il nostro eroe.

I giornalisti normali, in effetti, non hanno tirato fuori una vicenda notoriamente vecchia, penalmente irrilevante e già pubblicata più volte: vicenda che ora Travaglio si è reinventata da capo per trasformarla in una primizia molto vaga e peraltro spolverata con lombrichi e muffe: e questo solo perché Schifani intanto è diventato presidente del Senato. E c’è ancora, in questo quadro, chi fa spallucce se si reclama un contraddittorio: inteso come possibilità di spiegare al pubblico le malizie di un fazioso professionale. C’è ancora, come fanno lo stesso Travaglio e un imbarazzatissimo Antonio Padellaro, direttore dell’Unità, chi sostiene che dovrebbe essere Schifani a fornire spiegazioni. È la follia.

Rendetevi conto: Travaglio deve ancora fornire spiegazioni, detto tra parentesi, circa l’episodio che lo rese noto: la volta ossia che andò da Luttazzi a sostenere riga per riga tutte le accuse che dipingevano Berlusconi come un mafioso. Quelle accuse sono cadute tutte, ma lui non si è mai scusato. L’allora presidente dell’Ordine Mario Petrina, che già allora aveva rimarcato una perfetta assenza di contraddittorio nella trasmissione di Luttazzi, fu invitato a dimettersi direttamente da Repubblica. Due giorni dopo Indro Montanelli (proprio lui) disse pubblicamente che Petrina aveva ragione: era il 17 marzo 2001. Il pubblicista Giancarlo Caselli giunse a scrivere una lettera privata a Petrina affinché perdonasse Travaglio. Ma cercate queste cose nei libri di Travaglio, se vi riuscite. Aspettate di ascoltarle ad Annozero. Macché: Travaglio ha continuato a riportare ogni singola accusa mafiosa contro Berlusconi in tutti i suoi libri. Tutte: precisando di sfuggita che le indagini sono magari state archiviate, sì, «ma con motivazioni durissime».

In natura esiste qualcosa del genere: si chiama scarabeo stercorario. Nel giornalismo italiano si chiama Marco Travaglio. E il suo prossimo libro presumibilmente sarà questo: «RESTAURAZIONE. Come il Regime si è ripreso il Paese. Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Ciccio Graziani: storie di censure e di bugie nell’Italia di Berlusconi. Prefazione di Beppe Grillo. Postfazione di Enrico Beruschi». (Il Giornale, 13 maggio 2008)

NONSOLOSOLDI. Bazoli e i banchieri pensino agli interessi dei clienti, please

Tuesday, 26 August 2008
Pubblicato nella categoria NONSOLOSOLDI

di Gianluigi De Marchi

Chi era abituato ad estati tranquille, senza dibattiti su temi importanti che potrebbero turbare la pace di chi si sta godendo il solleone ha dovuto ricredersi. Giovanni Bazoli (nella foto), numero uno di Intesa San Paolo, ha scelto proprio il periodo più caldo dell’anno per sviluppare alcune importanti riflessioni sul ruolo delle banche.

In estrema sintesi ha sostenuto il concetto base che le imprese bancarie che non possono essere assimilate a tutte le altre, perché il loro operato non può essere guidato solo dal profitto ma deve tener presenti anche altri valori.

Il modello attuale (definito da Bazoli “americano”) punta tutto sulla crescita dimensionale e sul conseguimento di profitti a breve termine, mentre il modello di banca da lui auspicato dovrebbe essere “consapevole della responsabilità sociale che grava sull’impresa bancaria”.

In sostanza, tener presenti valori come gli interessi generali, l’utilità sociale dell’attività creditizia, il sostegno delle attività locali, anche a discapito (parziale, per carità, la banca non può essere un istituto di beneficenza…) della redditività .

Ha risposto Marco Onado (uno dei più autorevoli docenti nel settore bancario) ricordando che “in nome degli interessi collettivi sono stati costruiti ovunque autentici disastri finanziari”. A parte fenomeni di corruzione e sottogoverno verificatisi in banche meridionali italiane, alcune grandi banche (Northern Rock, Fannie Mae e Freddie Mac) si sono dissolte perseguendo nobili obiettivi a favore della comunità nazionale.

Ha sicuramente ragione Bazoli nel predicare maggior attenzione al “sociale”; ma ha anche ragione Onado nel sostenere che il “sociale” può essere fonte di disastri finanziari.

E allora?

Allora probabilmente la strada da seguire è una terza via intermedia che, fermo restando il riconoscimento dell’attività creditizia come appartenente alla sfera dell’impresa privata, privilegi nei fatti (e non solo a parole, nei meeting, nei dépliants pubblicitari, nelle circolari degli uffici marketing) gli interessi dei clienti.

I manager bancari hanno costruito il successo (della banca e loro personale) avendo come unico parametro il profitto; inizialmente annuale, da qualche anno trimestrale (cui fra l’altro sono legati i faraonici bonus che percepiscono). Un’ottica di brevissimo periodo che può stimolare il “mordi e fuggi” nella certezza di poter raccogliere premi senza pagare pegno per i successivi disastri.

Privilegiare gli interessi dei clienti significa, per fare solo pochi esempi di facile comprensione, evitare di collocare obbligazioni di Cirio e Parmalat per trasferire al pubblico il rischio di crediti concessi con troppa disinvoltura; significa evitare di spingere piccole aziende a sottoscrivere incomprensibili contratti IRS che si risolvono in trasferimento agli affidati del rischio di cambio o del rischio d’interessi; significa evitare di collocare a raffica polizze vita, index linked, obbligazioni subordinate in nome della “fidelizzazione” della clientela.

Negli Stati Uniti (patria indiscussa della libera iniziativa e del privato, ma anche della vigilanza e della punizione dei comportamenti scorretti) molte grandi banche hanno dovuto riacquistare decine di miliardi di dollari delle famigerate “auction rates securities” (titoli ad elevatissimo rischio, abilmente camuffato) vendute ad investitori privati ignari dell’effettiva rischiosità dell’operazione.

Signore banche, fate un bell’esame di coscienza, convocate i clienti cui avete piazzato titoli o contratti derivati ad elevatissimo rischio, ridate loro i soldi, chiedete scusa e giurate di non farlo mai più: questa sì che è “fidelizzazione”!

Sia Bazoli che Onado concorderanno che si tratterebbe di una vera svolta epocale, da cui ripartire per svolgere, su nuove basi, l’attività creditizia.

Da Colombo alla Gruber. Furio ci riprova con lo scoop, Lilli lo gela: "Tutto falso", ma nel '95 la rossa lo voleva nel cda Rai

Tuesday, 26 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

di Sergio Fornasini

Furio Colombo (foto a sinistra) infilza un’altra gaffe a breve distanza dal “caso” Barigazzi, pubblicando un altro articolo su “L’Unità” dove scrive di Lilli Gruber (foto a destra), deputata europea di primo piano del Pd nonché importante giornalista italiana. “Sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell’Islam”, annuncia sprezzante Colombo. “Chi altro? – continua –  Con l’aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio”. Neanche il tempo di leggere la performance che sul Corriere arriva, puntuale, la smentita della Gruber: E’ falso! Il mio nuovo libro non sarà sulle donne dell’Islam, perché è già uscito, ma sulle donne italiane. E non c’ è prefazione, tanto meno del presidente del Consiglio. Ho solo chiesto a Berlusconi di rispondere ad alcune domande e lui ha avuto la cortesia di accettare”. Ma come dimenticare cosa disse Lilli la rossa (leggi qui)  nel ’95, auspicando la nomina di Colombo nel cda della Rai: “Spero che arrivino i competenti. Come Furio Colombo”.

CULTUR@. Buskers, avanti tutta!

Tuesday, 26 August 2008
Pubblicato nella categoria CULTUR@

La corte degli Estensi (tutto in regola) concilia con…Mr. Marhoney

di Nicoletta Salata

Dal 22 al 31 agosto la città di Ferrara, il cui centro storico dal 1995 è stato inserito dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ospita com’è tradizione il 21° Buskers Festival, rassegna non competitiva dei migliori artisti di strada del mondo.

Una kermesse della durata di 10 giorni alla quale quest’anno partecipano 972 artisti: 275 gruppi provenienti da 38 diverse nazioni (Argentina, Kenia, Guinea Bissau, Stati Uniti, Svezia, Russia,Taiwan, Spagna, Germania solo per citarne alcune, e naturalmente la Svizzera a cui è dedicata la rassegna) ai quali la città estense offre angoli, vie e piazze che si trasformano in un sorprendente e poliedrico palcoscenico.

In questo periodo di divieti relativi alla legge n. 125 del 24 luglio scorso che conferisce ai Sindaci il potere di intervenire finalmente per tutelare incolumità pubblica e sicurezza urbana (contrastando giustamente anche accattonaggio, abusivismo, decoro urbano), sorprende constatare che in una cittadina gioiello “rinascimentale” elegante e raffinata, i cui numerosi giardini ne fanno una delle città più verdi d’Europa, convergano in un’unica “incursione” tutti questi artisti vaganti. A cui sono da aggiungere gli 800.000 visitatori!

Mentre Venezia con tutti i suoi divieti (vedi articolo qui) assurge a città proibita (proibitiva lo è già da un pezzo, mancava solo che un gruppo di bigliettai imbroglioni truffassero i turisti triplicando il costo del ticket per il vaporetto, che d’altro canto però ospita a sua volta un festival di artisti di strada e soprattutto un Carnevale che quanto ad affollamento e baldoria rasenta l’apice del caos). Mentre Vicenza vieta l’uso delle panchine ai comuni mortali riservandole agli anziani e alle categorie più deboli annullando però il divieto di stendersi nei parchi ma non quello del bivacco.
Mentre a Forte dei Marmi è vietato l’uso del tagliaerba nel pomeriggio e durante il weekend e sulle spiagge di Eraclea non si possono costruire castelli di sabbia perché ostruiscono il passaggio (e di queste iniziative “creative” ispirate al ministro Maroni ce ne sono davvero un tableau vivant), a Cortina, la perla delle Dolomiti frequentata da vip ed élite, accade invece che il sindaco apprezzi l’esibizione di un musicista bierolusso di strada incontrato cammin facendo e gli conceda di esibirsi (basta chiedere il permesso al Municipio specificando le proprie credenziali ed indicando tempi e sito di esecuzione della performance!).

Ecco insomma Ferrara, complice e consenziente, lasciarsi stoicamente invadere da questa calata di personaggi folkloristici, fantasiosi, rumorosi, allegri e festaioli, che portano sonorità, strumenti, costumi e un po’ di sana confusione in una città in cui arte, musica, danza sono comunque già di fatto accasate per tradizione culturale.

Cito alcuni nomi emblematici di questi artisti itineranti di altrettanti immaginari teatri all’aperto: Bestimmt Verstimmt coppia tedesca in equilibrio tra pianoforte e slapstick (movimento del corpo) comedy, Hulan tuffo al femminile nel cuore della cultura mongola; La Tresca alla scoperta della tradizione irlandese; Mozartbandits omaggio ad Amadeus in versione moderna; Studio Alektic quartetto d’archi al femminile dall’ex Jugoslavia; Transkapela alla ricerca delle sonorità dei Carpazi; Violentango piccola orchestra per un grande tango; CircoBuscaCarpa acrobati e giocoleria; Violini della Barca folk, Tramezzino Music cover e pezzi melodici; Teatro Lunatico clown; Navinbottiglia musica d’autore; I Tavernicoli folk progressivo; Il Popolo delle Ortiche avanspettacolo; Laboratorio Non ti butto ma ti Suono riciclaggio.

Ce n’è per tutti i gusti insomma. Giocolieri, acrobati, saltimbanchi, mimi, clown, truccabimbi, decoratrici di volti, prestigiatori, cartomanti, scultori di palloncini, ritrattisti, spray art, body painters, statue viventi e musicisti d’ogni genere.

La maggior parte degli spettacoli, rappresentati ovviamente in strada, sono gratuiti. I buskers, impegnati ad attirare e compiacere l’attenzione dei passanti, contano quindi di racimolare spiccioli o più lauti compensi dal pubblico osservatore che oltre all’applauso vorrà riconoscere generosamente il segno tangibile dell’apprezzamento.

E così facendo consentire ai protagonisti animatori del Festival di buscar (sembra che il termine derivi dallo spagnolo = prendere, ottenere), una meritata mancia e, poiché qui tutto è in regola Mr. Marhoney (da Mahoney, efficientissimo cadetto del cartoon Scuola di Polizia) non una, di questi tempi, incontestabile multa!!

www.ferrarabuskers.com

Con Mariano tutta un’altra musica

Tuesday, 26 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

di Sergio Fornasini

In questa lunga pausa estiva della politica italiana, praticamente priva di notizie rilevanti sul fronte politico, torno a visitare siti stranieri di informazione soffermandomi su “The Independent”. Interessante, una delle news più cliccate del panorama europeo riguarda Berlusconi. Toh, si dirà mica qualcosa di Alitalia o dei contatti con Putin per quello che sta accadendo in Georgia? E lo clicco, scoprendo che il premier nella sua vacanza in Sardegna ha sbattuto la porta (slamming the door) sui problemi italiani per dedicarsi a… Leggi il resto –> »

Posta e riposta. Marco Travaglio

Monday, 25 August 2008
Pubblicato nella categoria LETTERE

Lettera a Dagospia

Caro Dago, grazie come sempre per l’attenzione, ma io del progetto editoriale di cui parla Repubblica non so assolutamente nulla. Anche perché un settimanale che ospita i miei articoli esiste già e si chiama l’Espresso.

Un caro saluto
Marco Travaglio

Ill.mo dott. Travaglio,

questa Sua uscita e’ veramente sorprendente, ma ormai Lei ha abituato la platea a mezze verita’ e/o a parziali bugie (si veda la presunta condanna al Sindaco Tosi), quindi non posso far altro che prender atto di quanto scritto, ma non posso neanche dimenticare l’intervista concessa dal suo editore Lorenzo Fazio di Chiarelettere, rilasciata a Concetto Vecchio di Repubblica: “Prenderemo una decisione a breve. Lo spazio esiste. Noi pubblichiamo già inchieste che hanno il passo da settimanale, costruite come instant book; il nostro sito è tra i trenta più visti, il blog di Travaglio-Peter Gomez-Pino Corrias è al dodicesimo posto. Pare che 20mila lettori dell’Unità comprino il giornale solo per Travaglio, una base rispettabile da cui si può partire. Con Travaglio ne abbiamo parlato…”.

Lei certamente permettera’, caro Travaglio, che ricordi ai lettori del Suo blog voglioscendere.ilcannocchiale.it, che il Suo blog, pero’ non e’ Suo, cioe’ e’ della Chiarelettere editore di Lorenzo Fazio, ecco non so se mi spiego. 

Permettera’ ancora, esimio collega, che ricordi ai lettori dei Suoi libri chi e’ il signor Lorenzo Fazio. E’ l’ex direttore editoriale della Bur, ideatore della collana Futuropassato all’interno della quale Lei ha pubblicato vari “tomi” come Regime, Le Mille Balle Blu, Inciucio, e altri titoli. Ora Lorenzo Fazio e’ passato a Chiarelettere dove dirige la collana che pubblica tutti i Suoi libri, caro Travaglio, ultimo dei quali Bavaglio.

Ecco, se Fazio (che e’ persona seria) parla di un progetto condiviso con Travaglio per un nuovo settimanale, non vedo perche’ non credergli. Tra l’altro del giornale con Di Pietro, Padellaro, Colombo e Travaglio stesso si parla ormai da settimane, sempre tra una smentita e l’altra. Ma, nel giornalismo italiano, si sa che chi smentisce…asserisce.

Beato Lei, caro Travaglio, si accontenta della rubrica su L’espresso e non dice nulla (altra mezza verita’) della rubrica (il Guastafeste) sul settimanale femminile “Anna”, della quale – eh si’ – c’e’ da essere veramente orgogliosi. Altro che la satira su L’Unita’, il giornale fondato da Antonio Gramsci

Molti auguri.

Gabriele Mastellarini

Per leggere lo speciale su Travaglio e L’Unita’ su questo blog, clicca:

http://dituttounblog.com/editoriali/travaglini-in-trincea

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Travaglini pronti alla guerra: "Se va fuori, addio Unità", ma non capiscono che è solo una questione di soldi. Forse un nuovo settimanale con Marco direttore e Di Pietro collaboratore

Monday, 25 August 2008
Pubblicato nella categoria EDITORIALI

di Gabriele Mastellarini

Poveri travaglini, tutti a strapparsi i capelli perchè il loro beniamino – forse – sparirà dall’Unità e con lui anche la sua rubrichetta satirica “Ora d’Aria”, già “Ulliwood Party”. Poveri illusi, povericristi anzi. Non hanno capito che la manovra in corso alle loro spalle è di quelle da manuale della corretta disinformazione e del Travaglio business (leggi qui).

Tanto per ribadire: Soru e Veltroni (nuovo editore de L’Unità che stava morendo dissanguata senza soldi e il capo del partito di riferimento del giornale, pagato con i soldi degli italiani) scelgono di avvicendare Padellaro con la De Gregorio, una delle migliori su piazza, ma Travaglio se ne duole e, come suo solito, attacca turilla e la butta in cagnara contro Veltroni. “Cacciato perché Padellaro è un maschio”, “perché non ha le tette”. Dopo l’editto bulgaro ecco l’editto a sfondo sessuale. Niente male per il prossimo libro: “Da Regime a Reggicalze”.

La verità, cari lettori travaglini, è che Travaglio vuol fare il direttore di un nuovo settimanale. “È questo il progetto al quale sta lavorando Lorenzo Fazio, l’editore di Chiarelettere, tirato in ballo da più parti come finanziatore di un giornale che dovrebbe riunire Travaglio, Antonio Di Pietro, Furio Colombo e Antonio Padellaro“, scrive la Repubblica.

Il progetto del settimanale è stato già affinato in alcune riunioni. «Prenderemo una decisione a breve. Lo spazio esiste. Noi pubblichiamo già inchieste che hanno il passo da settimanale, costruite come instant book; il nostro sito è tra i trenta più visti, il blog di Travaglio-Peter Gomez-Pino Corrias è al dodicesimo posto. Pare che 20mila lettori dell’Unità comprino il giornale solo per Travaglio, una base rispettabile da cui si può partire. Con Travaglio ne abbiamo parlato tante volte e ci siamo detti che sarebbe bello avere anche uno strumento giornalistico per ospitare reportage critici contro il potere, ma dentro un contenitore completamente diverso dagli attuali newsmagazine».

Ecco, cari signori, con la scusa di Veltroni e della De Gregorio, Travaglio e soci stanno mettendo su il battage pubblicitario per far partire il nuovo settimanale.

Ovviamente io non lo comprerò e alle prossime voto PD.

Per leggere lo speciale su Travaglio e L’Unita’ su questo blog, clicca:

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L'Unità, fuori Colombo e Padellaro ma è un normale avvicendamento. Ora Veltroni e Soru potrebbero cacciare pure Travaglio

Sunday, 24 August 2008
Pubblicato nella categoria EDITORIALI

di Gabriele Mastellarini

Riprendo il filo del discorso relativo al nuovo corso de L’Unità, anche a seguito di alcuni commenti al post precedente, ma soprattutto dopo aver letto l’intervista rilasciata a Libero da Marco Travaglio e, infine, gli editoriali di commiato di Antonio Padellaro e Furio Colombo apparsi su L’Unità.

Sono giunto a queste, più che legittime, conclusioni.

1 – Chi compra un giornale ha il sacrosanto diritto di potersi scegliere il direttore che gli pare. Lo stesso vale, che sò, per un presidente di calcio con l’allenatore o per il proprietario di un’azienda con il suo amministratore delegato. Soru ha sborsato fior di milioni per dare ossigeno alle casse del giornale, mentre i vari Colombo e Travaglio credo non abbiano messo neanche un euro, anzi. Quindi, dalla notte dei tempi, chi tira fuori i soldi deve potersi scegliere a chi farli gestire.

2 – Capitolo Furio Colombo. Il “caso” Barigazzi-Newsweek ha dimostrato in maniera plateale la professionalità di Colombo che, a guardar bene, attualmente fa il politico del Pd e ha incassato (e incassa) regolari stipendi come parlamentare del partito di Veltroni. Si dirà che è stato ex direttore de L’Unità e ha il diritto di parlare, ma – per esperienza personale – lo sanno tutti che a “fare” il giornale sotto la sua direzione era sempre Antonio Padellaro. Nell’editoriale odierno, Colombo fa la vittima e accomuna la propria posizione a quella di Padellaro ma, sinceramente, non vedo nessuna analogia, né di ruolo (un politico da una parte e un giornalista dall’altra) né di professionalità.

3 – E allora perché è stato tolto Antonio Padellaro? Sentite Travaglio (Libero di oggi p.8) “Mi domando il perché della cacciata di un direttore, Antonio Padellaro, che ha resuscitato un giornale morto e ne ha fatto un giornale libero dai partiti. E anche perché – e questo è il peccato originale – la suddetta cacciata sia avvenuta subito dopo che il capo di un partito, Walter Veltroni, in un’intervista al Corriere della sera, aveva dichiarato che gli “sarebbe piaciuta alla direzione dell’Unità una donna”. Ed è un fatto che né Colombo, né Padellaro abbiano le tette…”. Come al solito, Travaglio ha questi “complessi di complotto”: secondo lui i direttori (o i giornalisti come Biagi) non possono essere normalmente avvicendati al pari degli allenatori di calcio, no, per Travaglio c’è il complotto antidemocratico.

“Qui la cosa democraticamente più preoccupante – dice ancora Travaglio a Francesco Specchia di Libero – non si capisce a che titolo, ripeto, questo signore abbia ritenuto di poter giubilare un direttore. Questo sconcerta non solo la redazione dell’Unità, ma anche i lettori. Chi sei tu, per farlo, caro segretario di partito? Lo sbaglio è il gesto di Veltroni, ripeto. Non si è mai vista nella storia di un giornale una rottura così violenta delle regole”.

Per cortesia, ricordate a Travaglio che Walter Veltroni è stato uno dei migliori direttori de L’Unità, forse al pari di Padellaro, e che fino a prova contraria L’Unità è il quotidiano dei Ds, oggi Pd, e ha preso fino all’anno scorso più di 6 milioni di euro di contributi dallo Stato come giornale di partito, finiti in parte nelle capienti tasche di Travaglio, come pagamento delle sue satiriche collaborazioni.

“Parliamoci chiaro: la coppia Padellaro-Colombo sta all’Unità, come Feltri sta a Libero”: è un’altra cazzata di Travaglio. La fattura de L’Unità è molto diversa da quella di Libero, soprattutto sono diverse le “storie” delle due testate, la prima fondata – lo si ricordi – da Antonio Gramsci, la seconda pensata da Vittorio Feltri una decina di anni fa. L’Unità può camminare benissimo senza Padellaro e Colombo, perché lo ha già fatto nel passato, mentre su Libero non c’è ancora una controprova.

Ritengo Antonio Padellaro un ottimo direttore e un serio professionista e spero di poterlo rivedere alla guida di qualche importante testata, ma è legittimo consentire alll’editore (Soru) e al segretario del partito proprietario del giornale (Veltroni) la facoltà di appooggiare un “normale avvicendamento” e un rinnovamento all’insegna della multimedialità (il giornale cartaceo sta diventando archeologia). Perché – caro Travaglio – non si tratta di complotto antidemocratico, stile editto di Sofia (a Lei molto gradito), ma di normalissimo cambio di direttore in un normalissimo giornale di partito italiano.

Con queste premesse, potrebbe sparire da L’Unità anche la rubrica di Marco Travaglio e, vi assicuro, sarei molto contento e tornerei a comprare il giornale diretto dalla De Gregorio. “Io ho cominciato a scrivere per L’Unità quando smise, di fatto, effettivamente di essere un giornale di partito – ha dichiarato Travaglio – e se tornasse ad esserlo difficilmente la mia firma troverebbe posto. E’ una questione di principio. Non sono tra quelli che accettano di tutto pur di conservare la propria rubrica. Concita De Gregorio la stimo molto, mi ha chiesto di restare e assicurato che non cambia nulla, anzi; e non vedo perché non ovrei crederle. Certo, poi bisogna passare alla prova dei fatti”.

Intanto la De Gregorio sta per ingaggiare Luciana Littizzetto come editorialista satirica. Potrebbe riuscire buona nel caso di un addio di Travaglio…Alle volte un bel calcio nel sedere….

Per leggere lo speciale su Travaglio e L’Unita’ su questo blog, clicca:

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http://dituttounblog.com/editoriali/travaglio-business

Travaglio attacca Soru, editore de L'Unita': "Perche' ha mandato via Padellaro?" Invettiva gratuita, che preconizza un benservito al travaglino?

Saturday, 23 August 2008
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di Marco Travaglio (*)

L’editore Renato Soru dovrebbe spiegare in maniera chiara e trasparente, ai lettori e alla redazione de L’Unita’, i motivi per i quali Antonio Padellaro lascia la direzione del quotidiano.

Il problema non è rappresentato da Concita De Gregorio ma dall’assenza della motivazione per cui Padellaro debba passare il testimone. Di solito, i direttori vengono mandati via se hanno fatto male, per la linea editoriale e o per i conti. Sui conti, nulla si può rimproverare a Padellaro, costretto a fare un giornale con quattro soldi, le classiche nozze coi fichi secchi non riesco a capire quali siano le ragioni per le quali Padellaro debba andar via. La parola “multimedialità” non mi dice niente e, anzi, mi fa venire l’orticaria.

(*) su www.lastampa.it

Rispondo io a Travaglio. Almeno ci provo. Ma perche’ si interessa delle scelte editoriali di Soru, lei che e’ un collaboratore, peraltro in forza anche ad altre testate? Lei non ha nessun titolo per chiedere spiegazioni, se vuol continuare a collaborare lo faccia (sempre che la De Gregorio accetti la sua conferma), altrimenti torni a casa. Questa dichiarazione mi sa’ tanto di invettiva paracadute, nel caso di un altro esonero all’Unita’. Lascio indovinare il nome. (gmast)

Su Marco Travaglio e il nuovo corso a L’Unita’, leggi anche:
http://dituttounblog.com/articoli/stampa-faziosa-e-strafalcioni-da-newsweek-alla-new-unita
http://dituttounblog.com/articoli/unita-dentro-telese-fuori-travaglio
http://dituttounblog.com/editoriali/travaglio-business

ESCLUSIVO. La risposta di Facci a Bassanini: "Quella lettera a Craxi era scritta a macchina su carta intestata del Parlamento"

Saturday, 23 August 2008
Pubblicato nella categoria ARTICOLI

A seguito della pubblicazione sul “Giornale” di una (presunta?) lettera di Franco Bassanini a Bettino Craxi e della conseguente smentita di Bassanini (clicca QUI per leggerle entrambe), interviene il giornalista Filippo Facci chiamato in causa dallo stesso Bassanini.

Egregio Bassanini,

come si dice: prendiamo formalmente atto. Ma con informale riserva. Il Giornale, dal luglio al settembre 2003, ebbe a pubblicare una serie denominata «craxiana» (curata dal sottoscritto) dove pubblicammo diverse lettere inviate a Bettino Craxi da Norberto Bobbio, Giuliano Amato, Lamberto Dini, Paolo Mieli, Gianni Baget Bozzo, Giorgio Benvenuto, Marco Pannella, Cesare Romiti, Francesco Rutelli, Francesco alberoni, Don Antonio Mazzi, Achille Occhetto, Luigi Ramponi, Carlo Ripa di Meana, Gustavo Selva, Adolfo Beria di Argentine, Mario Chiesa, Mauro Del Bue, Giacomo e Pietro Mancini, Walter Pedullà, Nicola Trussardi, Bruno Visentini, Giulia Crespi e addirittura Ronald Reagan.

La pubblicazione ebbe un prevedibile risalto. Di tutti i menzionati, lei è in assoluto il primo a smentire. La pubblicazione delle citate lettere, a ogni modo, generò una polemica che divise il sottoscritto da Vittorio Bobo Craxi e dalla Fondazione curata da Stefania Craxi: per questa ragione, visti alcuni reclami circa il materiale in mio possesso, dopo la pubblicazione preferii non trattenere gli originali di queste lettere, che per inciso, mi furono date da Bettino Craxi in persona.

Alcune non erano state neppure aperte. Altre, in particolare di Francesco Cossiga e Marco Pannella, scritte a mano e corsivo sbrigativo, non furono pubblicate perchè la loro brevità era concorrenziale alla Ricerca del tempo perduto di Proust.

Nel caso della Sua lettera, o a Lei attribuita, ricordo perfettamente che era scritta a macchina su carta intestata del Parlamento: dubito che una verifica sull’originale, ergo, distoglierebbe alcuno dalle proprie convinzioni. E’ una polemica in cui non m’importa davvero nulla d’infilarmi, le dirò: dunque è Sua facoltà dichiarare apocrifa quella lettera ed è mia facoltà mantenere tuttavia, su di essa, le mie personali convinzioni. In altre parole: Lei ha diritto a rettificare ufficialmente e io ho diritto di non crederle.

Filippo Facci